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Figli di un tempo minore

Valutazione attuale:  / 2

 

Vedere la coscienza del mondo piegarsi su se stessa come un pugno come una foglia secca.

Vedere l’incubo diventare disturbo alimentare fossa settica rigurgito d’uccello in gabbia.

Vedere la preghiera tacersi il malanimo schiumare ai piedi del pescatore d’anime gaudenti.

Vedere lo sconcerto mostrarsi ai compagni di una fotografia su una consolle imbiancata.

Vedere che il corpo passa da qui insieme ad altri corpi alla stessa ora come una rivincita.

Vedere i colori astrarsi dal quadro cadere sulle nostre spalle come un mantello senza colori.

Vedere l’orologio andare avanti sul quadrante del tempo che indietreggia con i suoi chiodi.

Vedere il risveglio da una notte insonne farsi brace e tormento come anelli sulle mani invecchiate.

Vedere il cipresso la poesia e il vento in unica fiera messi in vendita dalle città solo intraviste.

Vedere il ramino di una zia defunta distribuire carte a vanvera e cumulare ragioni di scarto.

Vedere la solitudine tingere le pareti dalle quali trapassare ad un altissimo Golgota dimenticato.

Vedere la gente che chiama ad una voce altra gente che chiama ad una voce antiche tradizioni.

Vedere lo scompiglio che genera la fine tra i predoni della sera e i portatori di chiome vacillanti.

Vedere il pensile delle tazze rotte ingiallire i denti annodare le vene rotte di una storia bugiarda.

Vedere la gioia che la vecchiaia inghiotte rinascere alle note della canzone teatrale di Moscato.

Vedere che non sta bene alzarsi dal posto e andare d’improvviso verso l’uscita con la coda.

Vedere la coda lasciare un segno nella polvere dei portoni nei riti condominiali di un grido.

Vedere lo sforzo compiuto dalle ali che avevamo e che abbiamo perduto coprire ogni cosa.

Vedere e non poter far niente se non parlare all’eco di una leucemia e dirle di lasciare Patrizia.

Vedere il gelido ottimismo delle croci susseguirsi tra i filari di moltitudini sedate e frazionate.

Vedere e non vedere l’appuntamento con la pista da ballo che si accompagna alla tenerezza.

Vedere ben vedere che siamo figli di un tempo minore con un hobby una tagliola una regola.

 

Primavera letteraria

Valutazione attuale:  / 3

 

Aggrapparsi alle faccende tessili di un abito confezionato dalle parole.

Pioggia dai balconi degli occhi e dalle vetrate delle orecchie. Commuove.

Qualcuno dovrà dirmi dove sono finiti i miei equinozi di primavera.

Non che voglia saperlo, mi basterebbe non finire in un regime di lesa maestà.

 

Il padre di Isherwood è morto in guerra e Auden ne ha preso il posto.

Diceva Gandhi che si può uccidere un fiore, non fermare la primavera.

Nec spe nec metu di Kazantzakis e il Monte Athos come sogno ultimo di libertà.

Dio è un ciliegio che appare in un preciso periodo dell’anno (Neruda, 1973).

Le colombe non sono fatte per il sacrificio. Proprio come nel Gesù di Saramago.

Piccola vita dove sei finita? Così lontana dal cedro libanese di Gibran?

Nel sangue, solo nel sangue, scorre la primavera, come un ramo secco di Pavese.

E il pungitopo ha lasciato il Mediterraneo per spingersi fino al deserto dell’alba.

Voglia di vivere e onda di neve sull’abete dello scoiattolo. Campo e Rigoni Stern.

Se cambi l’ordine di fattori, il risultato cambia. L’asola è attraversata dal dito.

Tredici rondini sono state annientate dal confine del bosco con la città di Rodari.

Il tetto laminato di pioggia ha la mente furente perché Lowell ha scelto la margherita.

Non si fa in tempo a vivere che sopraggiunge il drappo di Bufalino sull’anima cheta.

Non profondere sforzi nel nulla che è terra di nessuno al tramonto.

Senti? I giardini di marzo di Battisti si mettono a cantare mentre il silenzio tace.

Proprio come la luce e l’ombra descritte troppo presto da Chesterton.

Non fingere che non sia simile al bocciolo da superare nel dolore della Nin.

O alla sinfonia delle quattro stagioni in guerra tra loro per un tozzo di pane.

O all’orgia degli insetti di Benni in coda per pagare una stanza al motel di un fiore.

Quel che irrompe libera i capelli del vento dalle mani rapprese di una bugia.

L’audacia di Tagore lo specchio di Machado dilateranno la stella sotterranea.

Cresce nella vita una valle di risonanze. Ogni sorriso è triste.

Ripete a memoria la poesia il bimbo che è stato Rilke o la sua natura.

Ma noi abbiamo un minuto un minuto soltanto per leggere Prévert.

 

La pioggia scorre nei campi arriva fino a noi dopo un viaggio nel passato.

 

 

Un paese per vecchi

Valutazione attuale:  / 3

 

Non c’è nessuno che abbia un’aria gentile. Tutti questa guisa da ceffo.

Un mondo sottosopra, dalla fila elettorale al tagliando anti-frode.

Tutti a gridare un nome o ad agognarlo: Davide, Giovanni o altro.

Nella ribellione c’è chi crede di dire qualcosa d’importante, tipo master switch (con la saga del sottomarino, una variante sul tema Tim Wu) e l’apocalisse digitale.

Mi chiedo a cosa serva essere costituzionalmente felici se i nostri voti vanno altrove.

Mi trattengo dal pensare che i nostri figli siano migliori di noi, dato che ci rassomigliano.

Nel brodo di giuggiole trovo buona compagnia alla letteratura e al diritto.

Quando guido faccio molti chilometri per trovarmi sempre allo stesso posto.

Mi sono messo agli incroci delle strade per incontrare un destino ragionevolmente giusto e ho sperato che Hawthorne, Balzac e Turgenev ispirassero una lezione.

Dicono che passerà questo fumo di Londra sull’Europa devastata dai populismi.

Non vedo alcun motivo per aspettarmi che i soldati tornino a casa, anche se non ci sono guerre che ne mettano in pericolo la vita. Franco è morto andando in pensione.

Il filo (o file) nascosto è un racconto privo di commenti, inutile esibizione di nettezza.

Quando le idee non vanno più avanti degli uomini non c’è da nutrire speranze.

Mio padre era più giovane di me e mio nonno lo era più di lui. Poco da dire.

Sono morto e rinato come un farmaco in una malattia mentale, le mie notti sono più in salita di quelle di un premio della montagna e più ardue di quelle degli innominati.

Faccio fatica a trovarmi in compagnia di qualcuno che si relazioni con me da sveglio.

Quando sono arrivato al seggio si discuteva di ricordi e di campioni microbiotici.

Abbiamo i telefonini che consultiamo di continuo. Non rispondiamo alle telefonate.

Un uomo oscuro vaga tra noi prendendo il nostro posto al momento opportuno.

Artaud avrebbe danzato nel teatro della crudeltà contro i salti del pensiero naturale.

La maschera del dolore si sarebbe liquefatta sotto le mani tremanti dei nostri anni.

Non si sa quanto pesi un sottomarino, ma se ne parla ignorandone la leggerezza.

Al punto in cui siamo prendo Adamo ed Eva e gli dico di chiamarsi con altri nomi, cambiare lo spartito per cantare la melodia di una bocca soavemente aperta.

Non cambia niente, non provarci, troppi chiodi nelle giunture, troppi slanci nelle fregature, non cambia niente, qui non si po’ andar lontano. È un paese per vecchi.

 

 

Il Blog di Felice Casucci

Presidente della Fondazione Gerardino Romano

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"Dal volgersi delle cose al rivolgersi ad esse" -  F. C.