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L'anello spezzato

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Ho un simbolo onirico che mi opprime ogni volta che deglutisco la parte più dolorosa e pesante della vita. Una piccola goccia incandescente in un anello. L'una e l'altro, ad un punto della discesa, mi soffocano. Trovo che sia venuto il tempo di dare una risposta a quel sogno senza risposta che facevo nella grande stanza da letto in cui dormivamo come stretti ad una meta digrignata, torturante, io, Dino e Lucia. Con il nostro armadio dei sogni pieno di realtà scomposta, deforme. Da quel posto approdavo alle braccia di mio nonno Gerardino. Mi portava dei riscontri immediati: i "baci" alla nocciola ricoperti di cioccolato di Daniele, la pasticceria/gelateria di via Luca Giordano. Veniva con la sua busta piena di ghiaccio secco e noi sapevamo che quella era la felicità, ricevere colui che viene con le braccia dei doni. Mio nonno ora è morto, ma l'ora in cui è morto non è stata la peggiore della mia vita. Una volta ero così arrabbiato con lui che l'ho disprezzato per avermi lasciato solo. Un altra, insieme a molte altre ancora, l'ho dimenticato o mi è sembrato che fosse stato dimenticato. Quel che è venuto dopo l'ho raccontato a tutti perché sapessero, non il sentimento privato, unico e indescrivibile dell'amore che gli tenevo attaccato addosso come un bottone alla camicia, ma il senso che ha ogni cosa, anche quella più insensata, se a tenere insieme le tessere del mosaico è un'unica mano, niente di immaginario, la mano che ti ha tenuto la mano, la mano nuda di un uomo nudo, come sono gli uomini che arrivano dispersi alla meta, ciascuno per suo conto, con in mano la foto più cara, la parola che li racconterà. Si spingono con la testa fuori dalla porta e chiedono il permesso di entrare e di salutare nel clima di festa della grande stanza da letto, che ha smesso di piangere gli anni trascorsi  dal sogno senza risposta dell'infanzia (per sempre colmata con ogni genere di intralci e superlativi). Mi sono preso la libertà di pensare che la ricostruzione fedele del perduto amore potesse aiutare a ricordare e a vivere a tutti coloro che come me sentono il rotondo granello di polvere di cui sono fatti aprirsi a poco a poco invecchiando, per riflettere la luce, la bella luce franta di un anello spezzato.

 

 

Rubar palla

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Rubar palla per correre, senza completare l'opera, in una direzione opposta a quella del risultato finale. Lasciare sospeso il tratto misterioso della corsa. Correre da chi mi aspetta. Mi aspetta senza fretta. Mi tiene accanto da molto tempo, tra i cespugli dove cadrà la palla rubata. Me lo troverò davanti. E gli sorriderò, come ho sempre fatto. Non avrà un nome, anche se io so che egli è colui che aspetta ai bordi di un campo immaginario che il bambino ritorni a correre, sudato, sporco, per le braccia calde di un uomo divenuto parte di un dio, un uomo vivo perché amato, un uomo solo perché addormentato, un uomo sollevatosi dalla nostra terra nuda dove mi chiederà di restare e di riposare. Insieme. Finalmente insieme.

 

 

Elogio dell'inutilità

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Voglio elogiare l'inutilità del vivere. La sola cosa utile che ho scoperto è che si può fare a meno di tutto, tranne che della vita. Questo non depone nella diversa direzione dell'utilità. Il bello della vita si può assaporare se si esce fuori dalla logica del guadagno di un qualche risultato. Nessuno ha potere sulla vita inutile. In questo risiede il bello. Ma cos'è la vita? Il nostro lascito quotidiano, la nostra amarezza quotidiana, i simboli spenti e riaccesi, l'orgoglio nefasto, la ronda che ci tiene svegli, il palcoscenico da cui recitiamo e cadiamo, la calma e l'intelletto, il cuore e lo stomaco, il candore di alcune perversioni, la solitudine, l'eco di una giornata felice. Non sono io a dover dire ma gli altri a dover ascoltare il mio silenzio. Continuamente io ascolto le parole negate di molti che si sono allontanati per sconosciute destinazioni. Provo a cumulare le offese i danni che ho subito, ma nulla vale il respiro che mi è stato offerto dal gesto sublime e inutile dei miei genitori, intenti solo a se stessi nell'attimo del concepimento. L'inutilità, dunque, mi riguarda da molto vicino. Non vedo ragione per coltivare la speranza che qualcosa cambi. Tuttavia, alla sommità di questo necrologio del senso comune, si colloca la malinconia, la preghiera, la poesia. Mi ritrovo sospeso in me stesso con una voglia matta di sorridere al mondo e di fare del mondo una circonferenza di fuoco nella quale rotolo fino allo spasimo, traendo dal corpo, da esso solo la felicità. Sarò, come al solito, ricoperto di cielo, il mio cielo qualunque che al sole nasconde una furtiva presenza ospitale, la mano di coloro, tutti coloro che si sono dati almeno una volta la mano nella vita, la catena sublime e inutile della forza umana lasciata a sgocciolare sulle nostre povere teste insane, malate d'amore e di necessità controverse, le nostre povere teste rivolte a Dio. A Lui soltanto.

 

 

 

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