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Aurora

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Aurora è nata. Il mio amico Gianni le ha augurato d’essere forte, molto più forte della società che troverà. Mi sembra un gran bell’augurio. La virtù, d’altro canto, ha molto in comune con la forza, come sosteneva Cicerone (nonostante Montaigne). M’inchino sempre a chi vive il gesto dell’avvicinamento all’altro come un corrimano, un modo d’andare avanti avvicinandosi al contatto che fa dell’umano un potente abbraccio. M’inginocchio dinanzi a chi mi fa entrare nel suo abbraccio come in una chiesa piena di silenzi, preghiere, riconoscimenti e spiritualità. Sembra che sia finito quel che ha appena avuto inizio e sembra che cominci la luce lì dove cala il buio. Torna, per Aurora, l’idea che all’amore sempre si faccia ritorno, con un cuore eletto a fiore ingigantito. E mi soccorre il Leopardi napoletano di Aspasia, “circonfusa d’arcana voluttà”. Dunque, è nata Aurora, in un arco temporale che si staglia su di noi come sibili dimensionali di un’attività solare che prevede per ciascuno almeno un accoppiamento magnetico. Non si può non seguire Gianni corridore o ciclista nella direzione del suo pallone ovale viaggiante nell’universo, particella di sudore strettamente personale che lo sforzo di esistere da lui compiuto incrementa a dismisura fino a noi, con quelle mani ferite del dono, le mani di un uomo solo sul corrimano di un avvicinamento multiplo. Vedi, se Aurora nasce in un giorno preciso della vita di ogni giorno questo fatto costituente riguarda tutti noi, anche nonno Enrico e la famiglia gioiosa. Loro sono alla testa del vagone di ossigeno molecolare che determina l’effetto ottico del rosso agli angoli del pianeta, ma noi, tutti noi, siamo i raggi che si discostano dal cielo e rendono calda la temperatura di un abbraccio. Perciò, continuiamo a camminare (o a correre o a pedalare, come fa Gianni) per non perdere il ritmo della ricerca, anche se le gambe vengono meno, perché Aurora è nata e bisogna andarla a cercare, nella casa della Madre perduta. Un forte vento dissipa le zone erogene dell’atmosfera, facciamo quadrato, serriamo le fila, il nemico avanza sulle ali di un vecchio bombardiere per privarci dei sogni che hanno eretto le chiese ormai chiuse, come i nostri occhi illanguiditi dall’amore. E sia Aurora sovrastante l’apparizione del bolide infernale, rettilinea nel nome che le è stato dato, uno smeraldo con artigli di luna piena. Dia sempre battaglia, quando il tempo e lo spazio le sarà cancellato da falsi testimoni e sciami del pensiero dominante. L’origine del suono della sua parola rimanga nell’onda del mare, da cui veniamo e a cui torneremo. Aurora, Aurora, ogni bocca ha un colore, ogni bacio ha una storia! Non sospirare invano se nessuno sospira con te, ascolta il coro delle tue emozioni. L’anima di Chichita Calvino, da poco scomparsa, segue da lontano la tua festa. E una strada scoperta al sole e alla pioggia sia per te vedere lo spettacolo della natura che ti sta intorno. Un’ultima parola, con Gianni ed Enrico, voglio dedicarla all’insolita circostanza che non ti conosco, non conosco i tuoi genitori, la città in cui sei nata, i primi vagiti della nebbia che ti ha dato forma. Endre Ady direbbe che sei nata per prendere il mio posto in “altre estati estenuate dal fuoco, altre notti di stelle cadenti”. So perché ti ho dedicato questo mio pensiero: Aurora è un libro di aforismi, scritto contro i pregiudizi morali da un poeta e filosofo tedesco dell’Ottocento. Sarebbe gradito a molti che la nascita di un essere umano vada in profondità, superi il mal costume delle torture interiori ed esordisca come una forza nervosa auto-liberatrice. Posso dire, con Massimo Cacciapuoti, che la gioia umana si concentra nel distribuire più che nel produrre. In fondo, cara Aurora, il piacere di stare insieme ci impone non solo e non tanto di creare parole, ma di aprire le braccia all’aurora che viene.

 

Grazia e Bellezza

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“Il dono del sorriso della luna: il primo fiore della piantina di cappero che credevo di aver perso per il gelo, ma che si era ripresa piano piano, è Grazia e Bellezza, ora”.

“Niente racconti. Solo silenzi dedicati. Il bambino, padre dell’Uomo (L’arcobaleno di Wordsworth), attende che s’incontrino, senza più pause, ombra e luce”.

Viene alla mente l’ultima strofa di Un amore di Salvatore Toma: “a volte mi sento toccare”. Le sillabe del nostro alfabeto cambiano a seconda delle direzioni. La parola amore dovrebbe essere un hapax, che ovunque compare una volta e mai più.

 “Ho visto cadere la vita alla prima fioritura. Cadere con la sua scorza imbiancata. Chi verrà a prendersi la mia fine? Una trama inevitabile di occhi segnati dal pianto. La ferita rimuove l’origine. Così nell’Uomo ritorna il senso di umanità dell’amore”.

Edna, scrittrice di un 15 dicembre d’Irlanda, ha un lungo esilio da scontare. Di lei si è occupato uno del calibro di Philip Roth. Il suo Virginia parla di una donna scomparsa in un fiume inglese nella seconda guerra mondiale, con i sassi nelle tasche come se andasse a giocare rincorrendo le anatre. Londra, inizi anni Ottanta, un’altra donna di nome Maggie recita per lei. Stesso luogo, East Sussex. Edna scrive con pudore.

“Cento battiti del cuore. Cento echi di Lazzari felici. Cento pianole per cento scale ritmiche. Cento conchiglie di sabbia nascosta. Cento giorni di candele e punti di contatto. Cento miglia di distanza dall’affanno. Cento volte di Grazia e Bellezza”.

Gemere è filosofare. Il verso della tortora ci viene a cercare. Ne ricaviamo una grande e malinconica follia: quella d’essere sordi all’inquietudine. Sì, perché nulla può distoglierci dal poco tempo rimasto, dalla breve virtù e da quella voluttà di cui discorre Montaigne nei suoi Saggi, che esprime “l’idea di un piacere supremo e di una soddisfazione eccessiva”, propria della virtù medesima. Dovremmo dare alla virtù “il nome del piacere, che è più favorevole, dolce e naturale: non quello della forza, col quale l’abbiamo chiamata”. Con buona pace delle dispute ciceroniane.

“Sulle tue parole, Anima mia, getterò le reti. Avrò la vita incerta di un pescatore, verità provvisorie e il mondo esplodente da cui son nato. Nessuna storia scritta da altri potrà valere per noi. Non troverai, nel modello del cuore, la forma spericolata di un archivoltico pensiero. Proverai per me un’eterna giovinezza.

Il limone del battesimo inasprirà il fonte battesimale. Saranno profezie quei modi giovanili che ci hanno arricchito le notti e scaldato la morte. Avrai un bel sapore”.

 

I sogni

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I sogni devono essere sostenuti da braccia potenti e da una mente lucida, altrimenti generano mostri. Come la pistola della verità nel collo di bottiglia della giustizia provoca, in caso di esplosione, frammenti che possono ferire. Ci accomodiamo, invece, volentieri nel posto che ci è stato assegnato, scomodo e incolore. Il paradosso vuole che con il passar degli anni diventiamo più possessivi e più egoisti. Quel che ci sfugge diventa quel che ci spetta. [Hanno preso la verità e l’hanno modellata nel tempo equivoco del nulla. E noi a far festa, con le unghie e con i denti. Eppure, tutto è così importante così utile così necessario che predisporre i mezzi non equivale a perseguirne i fini]. Siamo una sostanza filiforme destinata ad immergere se stessa, scorriamo nelle tubature fredde degli spazi comuni, quel che siamo toglie la sete. L’anima è lago o è stagno. Per quanto possibile diciamo di onorare ciò che appartiene alla vita, non a noi. Il bianco è il colore dominante in questa raggelante realtà. Nulla è come appare. Tutto cambia, anche nel momento in cui a noi sembra di possedere una carezza. Anche in quel momento, le voci che ci sono consegnate dallo spazio disabitato della nostra anima vanno in cerca dei ricordi e delle loro stagioni vive per fare della felicità un modo per stare insieme a distanza, attraverso la nostalgia. Noi amiamo veramente soltanto ciò che siamo disposti a sacrificare per salvarne il ricordo, l’aria istintiva dei versi sciolti dalla bocca muta. La chiave di Avicii apre la porta dei sogni. Ma sono sogni duri, non passano, stancano e si stancano, a correre lesti nei fossi prendono il rischio di farsi male. Basta una luce in fondo al buio per credere alla vita come arte malferma, come luogo disabitato di incontri. E farci sentire disorientati nel gioco della “mosca di rame”, che raccontava Macrobio. [Mi chiedi: “ascolti i versi sciolti dalla bocca muta?”. L’ultimo sogno rimasto sulla carta è il cenotafio di Newton. E quel gigantismo della ragione contro se stessa cresce fino a mutarsi giocosa in una piccola cosa, che i sovranisti della solitudine chiamano rivoluzione]. I sogni cedono lenza al vuoto. Su un lastrico di materiali intimi. Ogni parola proietta la sua sagoma per diventare, alla fine, un’ultima predizione. [Mosè dubitò che scaturisse acqua dalla roccia. Il Signore si adirò con lui. Il dubbio stava per distruggerlo. Agostinianamente, ripetere le parole del Salmo 50,11: "Distogli il tuo sguardo dai miei peccati, cancella tutte le mie colpe". Accostarci alla realtà con la verga del perdono. Trasfigurare, trasfigurandoci]. La vertigine dal pieno ha origine. Non è inospitale il vuoto, se ci scomunica ogni volta che proviamo a riempirlo. Manca e possiamo perdere solo ciò che possediamo. Le tenebre irradiano da obblighi ripetuti di convenienza. I nostri sogni fanno dell’umano una poesia.

 

 

Il Blog di Felice Casucci

Presidente della Fondazione Gerardino Romano

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"Dal volgersi delle cose al rivolgersi ad esse" -  F. C.