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La rubrica di Febo

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Febo è un indovino. Come ce ne sono tanti. La maggior parte sono più bravi di lui, che non se ne cura. Penso a Luisa, una maitresse garibaldina che spillava soldi come fiotti di sangue dal petto dei patrioti della creduloneria. Abilissima nel farsi confidare quel che ci si aspettava da lei che rivelasse. Il cuore degli uomini è pieno di strane figure umbratili che essi chiamano presagi! Febo deve il suo nome al dio che imponeva il silenzio. Nella vita era destinato al mestiere di predire il futuro. La Fondazione Gerardino Romano accoglie la disponibilità di questa insolita figura professionale, allo scopo di affiancare e sostenere la propria azione a favore di una ricerca della verità, il più possibile condivisa, in un territorio, quello della vita pubblica nostrana, in cui la verità latita parecchio. La Fondazione non immagina, a tal fine, altra soluzione alla quale affidarsi. Se la verità latita e nessuno si cura di cercarla, tanto vale ricorrere alle antichissime pratiche dell’intuito, del caso, della sorte, della divinazione, del supporre un’esistenza senza esperienza e una giustizia senza fissa dimora. Tutto ciò per predire il futuro come un uovo sbattuto pronto da digerire ancor prima di averne sentito il sapore, pur consapevoli che l’ambiguità non risiede tanto nelle risposte quanto nelle domande. Chi ha qualcosa da obiettare è pregato di dirlo subito o tacere per sempre. Coloro che vorranno, a proprio rischio e pericolo, potranno entrare in contatto con l’indovino Febo, per il tramite della Fondazione, spiegando liberamente tutte le proprie ragioni, anche quelle che il pudore vuole mantenere riservate, con salvezza di mira e bersaglio. Il tono ironico, che si addice allo sgravio di responsabilità, non induca in errore. Si tratta di cosa molto seria. Gli utenti che interrogheranno l’indovino potranno anche autorizzare la pubblicazione dei responsi e vedere esemplificati l'ardore e l’autorità delle sentenze. Febo ha già svolto la sua opera nella nostra provincia, dirigendo una rubrica su una nota testata giornalistica. Il nostro obiettivo è quello di continuare un bell'esperimento interrotto qualche anno fa. Riporto, a conferma della tetra militanza che ha nutrito il nostro Autore, una sua pagina del maggio 2008.

 

«“Voglio riprendere a scriverti. Vuoi farlo tu per me?”. Pensavo a queste parole senza senso, perché prive di un destinatario, che avevo la necessità di pronunciare. La necessità rendeva le parole ancora più oscure, anche per me che le avevo partorite da una stanza oscura della fantasia. Eppure sentivo che dalle parole ignote del mio cuore scaturiva una verità che dovevo (e volevo) riconoscere. Ero immobile, non potevo far nulla per liberarmi dall’ipnosi del ricordo che esse mi evocavano. Cosa vuol mai dire? Mi accadeva un’operosità nuova, inconsulta e quieta al tempo stesso. Ero io ma non ero io. Tutto fluiva da me e mi attraversava, senza sosta, senza fermarsi. Bisognava che aprissi il fiore e ne accogliessi il profumo misterioso, misericordioso. Lacrime, forse, molte lacrime di un volto diverso dal mio, eppure così simile al mio. Stavo inseguendo un sogno, quello di lasciar cadere ogni cosa, la maschera assennata e la pazienza prostrata. Cosa vuol mai dire? Poco più di nulla o un tutto indecifrabilmente intimo? Rischiavo di cogliere un bene avvizzito tra le mie mani o il bene sarebbe rinato in me appena colto? Perché tante domande e nessuna risposta? Il percorso di un amore segreto ha strade infinite per nascondersi e rivelarsi. Le parole che ho descritto dovevano provenire da una fonte prodigiosa per ergersi al di sopra delle scoperte intelligibili. Dunque, cosa stavano a significare? Ci ho pensato a lungo. Giorni e giorni. Ore ed ore. Alla fine ne ho tratto una conclusione. Tutto è cieco perché è chiaro alla vista, come il cristallino che ci consente di vedere senza essere visto. Tutto è ricoperto dalla dimenticanza e le parole si situano ai lati del fitto fogliame che impedisce alla vista le immagini effettive e le grammatiche essenziali. Tutto è privo di regole e questa è la solo felicità. Ma occorre ricordare che il tempo trascorso dall’ultima volta non è poi così lontano se torna a stringerci il cuore un profumo intenso d’imprevedibilità. Ai cardini del nostro girotondo salta un raggio di luce e ci acceca. Solo questa cecità rende felici. Quando gli occhi si fanno lacrime, non vedono, sentono le parole tornare. E chiedono il conforto della più grande fine, che segna anche l’inizio di senso del nostro orologio interiore. “Scocca, ti prego, per me la freccia di un minuto e conficcala bene nel mio cuore, fallo sanguinare, perché nulla di te potrà ferirmi, né uccidermi se quel che perdo ti è donato dall’inizio del tempo. Molti volti hanno i confini dove ti troverò. Rispondimi, per favore”. Hanno portato una lettera di carta stampata, piena di segni, pensano che io cederò. Non so cosa farmene dei soldatini alfabetizzati che non combattono la rozza e appassionata battaglia del cuore. Febo è tornato. Gli altri lo sanno. Non fatelo più andar via!

Vivere l'ombra

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Vivere l’ombra è vivere nelle ultime file, confondersi nella confusione, ascoltare senza essere visti, spogliarsi per dimenticarsi. Uccidersi per dimenticarsi. Vivere l’ombra non ha figli, non ha fratelli, non ha compagni. Vivere l’ombra che s’insinua contraria, invoca ogni giorno la maledizione della vita, non cerca riscatto ma un culmine di realtà. Vuole finire negli angoli delle stanze come polvere e misericordia. Si può vivere l’ombra senza rinunciare a vivere. Entrare e uscire dalla follia. Cospargersi d’ogni sorta di malattia. La regola di chi pratica una simile avventura è non avere regole. Sentire lo spazio stretto di cui si dispone per goderne. Vivere l’ombra è la sfera contraddetta che origina le cose. Pende dal cielo di una lunga, penosa esplorazione e cade in frantumi di disperata ossessione. Tutti ne parlano, nessuno può pronunciarne il nome. Vivere l’ombra segue il passato ma non lascia traccia di sé. Una donna che entra in una stanza di rovine e tiene a distanza il perimetro allegorico: una madre apparsa in uno specchio vuoto, una madre alla quale non si è dato ascolto, che ha smesso di ragionare. Vivere l’ombra chiude le tende e gli occhi, distende le gambe, finge di dormire. Bussa alla porta degli ammalati, ne cerca gli odori, rinuncia al mestiere, fa di tutto una sorpresa, una scommessa, una lacrima. Vivere l’ombra schiera dall’altro lato della domanda, tra coloro che la suscitano, né possono offrire risposte. Un’interruzione s’impiglia nelle mani. L’ombra taglia i rifornimenti, abbandona alla noncuranza. Non risponde al telefono, non apre le braccia, scopre l’epica di un riservato idillio con se stessi, non ha cronaca, non ha felicità, non ha tormento. Viene incontro al domani con i suoi abiti di casa, il cappello di paglia in testa. Vivere l’ombra non ha giorni di festa. Non ha molto più da dividere, pur essendo così infantile quel nascondersi aspirando l’ombra di una sigaretta proibita. Vedi coloro che se ne allontanano, in cerca di gloria, li vedi sul loro carro alato che trascolora nella luce dei riflettori, compiaciuti di piacere a se stessi. La loro luce accesa fa male alle anime in ombra. Non importa se il mondo va avanti, se le carte condannano la vita ancora una volta. L’ombra ascolta il canto della notte che scende nelle sue profondità, l’albero del vento che accoglie l’uccello smagrito. Dimentica le parole, non si chiede come farà a riaprire le braccia. Sospende il giudizio. Cancella l’indizio. Non viene l’ombra a caso. Guarda i secoli che si chinano sullo specchio vuoto per attraversarlo. Lascia fare. Vivere l’ombra tiene l’uomo seduto e la donna in piedi. L’uno in rapporto all’altra ad occhi chiusi. Una palla che rotola, non si sa dove. Lontano, certamente lontano. Far finta è l’unica estremità che l’ombra non raggiunge. Poi riposa la mente, trattenendosi a conversare con ospiti d’altre mestizie. Vivere l’ombra non travalica i confini ma li custodisce come bambole senza testa. Tace la fame e il cibo. Demorde. Se avessi avuto, come me, un fratello nella risacca dei corpi nudi al vitreo materno, forse capiresti o tenteresti di dare un volto alla solitudine. L’ombra spoglia il giacere da misure indomite. Ha ragion d’essere solo la pietra. Si crede che esista quel che non accade. L’uomo ha questa stoltezza. Vivere l’ombra ricompone le figure piane. Assilla di destini attenuati le forme solide. Scarica i video del domani, che butta via. Si tratta, in fondo, di non avere certezze. E indietreggiare per accorgersi di vivere. L’ombra da tempo è china su di noi, rovista nelle nostre viscere il male che sfavillerà mortale. Quando sopraggiunge cancella la speranza come una bestia che semina colpi nell’aria. Ci stanca della posizione eretta, dei beni di largo consumo. Non partecipa l’ospite alla cerimonia del nostro progressivo decadimento fisico. L’ombra è nemica della noia. Possono scorrere il traffico in strada, le voci nei corridoi, i pasti dei necrofori sulle bianche pareti, l’ombra non si leva di mezzo. Viverla non sembra vivere più del letto d’ospedale dove spinge gli ultimi battiti del suo cuore. Eppure il paradiso dell’uomo raccoglie un po’ della pace che essa lascia cadere. Non invano. Non si leva di mezzo e non si mette in mezzo. L’ombra è così, senza fissa dimora. Sembra che qualcuno la conosca meglio, sappia quel che altri non sanno. Vivere l’ombra è toglierla alle stagioni del contadino, alle nebbie del diseredato, al colpo a tradimento dell’amico, provoca amnesie, conforta. Aspro risuona nella cassa toracica il rogo della morte. Lingue di fuoco in brocche ultraterrene. Non aver paura dell’esile ora, non tacerle la voce tua d’essere stato un uomo. Vivere è morire più in fretta. L’ombra, dunque, si mostra.

 

 

C'è una volta

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Una volta o due o mille. Cosa cambia? C'è sempre una volta. Un soffio d'aria. Tutto concentrato nella sensazione, perché la sensazione è propria, allinea i pianeti dell'universo composto dal basso. Basta scegliere il tono per scrivere. Seguire lo stesso indirizzo vittorioso sulle ombre del giorno. Non è la notte a far paura. Significa dare la mano all'uomo che ci è dato in armonia. Il compagno di viaggio, come nella fiaba di Andersen. Fare minuzie dell'impegno di vivere, non per banalità ma per riempire il vuoto del cappone nel quale si concentra la realtà di certi giorni espulsi dalla vita. Insaporire così il nutrimento, la parte sana, non ancora masticata dal bisogno individuale. Si è distratti dal bisogno! In molte occasioni cammina a piedi nudi sulla terra e non sente niente. Chi si ritrae non parla. Venir dunque ad ogni legittimo sforzo. Non sottrarsi alla punizione e alla sua benedizione. Ruminare il cibo nella polaroid che luccica. Spingersi nell'immagine, la forma che suscita. Muoversi appena per non destare sospetti. Essere lo spirito guerriero di Foscolo e il verderame sulla giacca del conte di Spencer. Divenire la speranza d'essere ogni cosa, pur di non tornare alla scellerata spedizione manzoniana. La solitudine non cerca compagnia. Se l'alga può star sola nel mare, non siamo noi il culmine d'una vampa di spari finiti nel nulla della sterile rivolta. Valichiamo noi stessi. Liberi dal male estremo della ciclotomia, pensiamo ad unire quel che è sminuzzato. La nostra vita è libera, non compromessa dal male minore e subdolo che siamo. Oh Dio, che scomponi le lamine, offri al taglio una spiegazione! Il silenzio non esprime consenso, ha una lingua colta in flagrante adulterio, non cerca scuse. Riemerge da quel soffio d'aria di cui dicevo, non perde tempo con la sfera dell'ineluttabile. Non sempre scrive chi vuol diventar poeta. Si limita ai contorni. Non dipinge le figure che ha abbozzato. Attende che escano dal cuore di formica nel quale riposano. Le pagine aperte sono le più dure da chiudere. TUM, scrive mio figlio sulla pagina gialla di un disegno infantile. S'apre la porta chiamata per nome che non voleva cedere. Se guardi in quel punto vedrai che non cede al colpo lineare di un bimbo spezzato. Perché la scrittura scopre le carte di un altro gioco, confonde e confessa. Fa due cose per farne una sola. Prova tu a riuscirci diversamente! Ti sfido, prima del tempo. Poi, quando si compie l'ora, la lesione non ha motore. Semplicemente si muore. E sulla scissura sagittale cade abbondante la neve. Un mulo attraversa la gola profonda come una candela che si spegne. Sono le parole di una preghiera, tutte uguali, le firme di un referendum che invadono il cervello e dilagano altrove. Riprende la luna ad oscurare il principio di dominio sul mondo. Nessuno parla, nessuno può parlare. La lingua del silenzio, nella trance di suffissi pronominali, suoni avulsivi, alternanza di consonanti sorde e sonore, momentanee e continue, la lingua ottentotta, massacrata dagli olandesi nel Capo di Buona Speranza. Fonetica e morfologia della lingua amata, che riveste di gas nobili il cuore della rivelazione: mia madre che mi parla sul ciglio d'una scala. Ci sono pochi sussurri nel diadema linguistico che vale la pena di salvare. Tra questi, gli intervalli lunghissimi, gli approdi ormonali, i rumori di fondo, la casa che si stampa sui muri, il grano del vento, le onde polari, la mosca cieca di piccoli a frotte. Centocinquanta canti con accompagnamento di cetra e una bibbia di ricordi che hanno perso, nell'autunno improvviso degli anni, tutte le parole. Mia madre non è muta. Con voce imitativa guarda intorno a sé l'atto di scardinare un destino. Ha negli occhi la distanza e la paura. Le chiedo di tenermi la mano come se stessi per cadere dalla scala. Tutti ritornano alla notte, alla piena lunare che non rivela il corpo di luci nascosto dal mantello. Ora è ora. Il liquido della pioggia s'è vuotato dal cielo fino a terra. Nei tempi che sgorgano simultaneamente, la donna che governa la casa ha ucciso un gallo, il sangue forma una chiazza che sembra un grappolo d'uva. Madre, madre mia chi ti ha conservato più di così, da ripetere nella lingua amata dell'infanzia, il silenzio inconfessabile, la fiaba irrespirabile dalla quale nessuno è tornato? C'era, c'era una volta. No, madre mia, c'era mille volte ed ognuna di esse abbiamo dovuto intendere e tradurre, usando l'invenzione della scrittura e, quando era necessario, quella più ardita della poesia. Ma tu non mi ascolti, non senti il fastidio intollerabile di vivere, lo incarni, al punto che il mondo con le sue urla s'allontana e in te resta solo la lingua estinta d'una popolazione dell'Africa australe che non hai conosciuto. E l'estasi del silenzio, che ci trattiene dal dimenticare che c'era una volta... una fantasia plasmata dal fatto residuo, una riunione di persone che s'erano date convegno nello stesso giorno di nozze, l'adolescenza discesa dai piani superiori, l'errore di credersi abusati e un santo in comune che ci chiede di uscire, correre, intralciare la formula magica. C'è una volta, ogni volta, una madre e un figlio che cercano d'abbracciarsi, anche quando non vi riescono.

 

 

 

Il Blog di Felice Casucci

Presidente della Fondazione Gerardino Romano

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"Dal volgersi delle cose al rivolgersi ad esse" -  F. C.