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Adotto un motto (per la Grecia)

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Tutto passa. L’ho sentito dire spesso. Forse l’ho detto io stesso. Il libro che prendiamo dallo scaffale e che riponiamo dopo una lettura sommaria (libera citazione dalle parole di un’amica), passa. Lo specchio nel quale il mondo ci appare una sillaba e la nostra azione più grande un soffio di vento che raggela, passano. La vetrina delle offerte scontate, i prodotti del momento, le lusinghe del mercato, passano. La chiave del potere con cui aprire ogni porta per non trovarvi nessuno, passa. La mia famiglia, quella dei miei amici, passano. La neve sui monti, i pantografi impazziti in cerca di dispersi, passano. Le poesie, le pantofole dei poeti, i medicinali, gli stati d’ansia, passano. Le scalate al trono, gli ordini dei marescialli, le vittime d’oltraggio, passano. Le notti insonni, i chiodi per misurare il tempo, passano. Le strade amate, i cuori infranti, i crolli dei palazzi, passano. Le carte dell'affanno, segni di morte, le foibe che vi sono rinchiuse, passano. Gli arti superficiali, le pubblicità progresso, i rumori del corpo, passano. Le ruspe, i nidi divelti, l’invocazione dei gigli, passano. La genia dei modellatori di immagini e dei moderatori d’acqua sporca, passano. Tutto questo rincorrersi sui treni, nei corridoi, per fughe in avanti, passano. I vocianti, i papi, le soubrette, passano. I pieni che riempiono i vuoti , i vuoti già vuoti di per sé, passano. Gli artisti, le diversità, i risvegli mistici, passano. La rabbia sui monti, discesa a valle sotto forma d’acqua sporca, passa. Gli insegnamenti dati e quelli ricevuti, le lunghe sedute per strappare consensi popolari, i fallimenti, passano. Le norme dei codici, gli interpreti che le hanno imposte, quelli che le hanno subite, passano. Non vi è altro da dire. Passano. Tutti insieme. Dopo aver guardato nel buco profondo in cui finiscono, non ci troverete niente, neppure a cercare con la lanterna di scorta. Il mondo è un lucido specchio su cui nulla resta impresso. Eppure, al gregge che segue quieto i titoli di coda, vien voglia di credere e di gridare, come ad una confusa atmosfera di scomunicati disposti all’eccidio. Ho conosciuto o mi è parso di conoscere, dietro le ossa di un eterno ascensore, l’attesa personificata, l’ingresso decisivo. Almeno mille volte. Anche la mia mente, che ha generato l’attesa, passa. Ma i mille nomi della mia cura, i mille volti della mia processione non erano, non sono votati al martirio. Essi passano, lenti e scomodi, chini e ritorti, in una direzione programmata. Tuttavia, essi non sono, e mai saranno l’esercito che si era pensato per loro. Essi sono, ciascuno di loro è un punto e a capo. Dove sono finiti, dunque? Vi è modo di gioire ancora della loro presenza? Qualcuno può dir vano il loro annuncio? Sono cinquantamila in una piazza, fuori ad un Parlamento che stabilisce la sorte con la mano rude del comando, che non prova a conservare nella mente neppure un briciolo d’attesa. Essi sono, ciascuno di loro è la Grecia che porto stampata su tutti i libri della mia biblioteca segreta. A loro val la pena di credere. Alle loro gelide membra torturate val la pena di porre rimedio. Sono i pazzi camaleonti che hanno musicato il nostro corteo funebre, scritto il requiem che ci distingue e ci riconosce. Di lì è passata, non invano, la Storia. Se mio figlio dorme, ed ha qualcosa da sognare, lo devo a loro. Perciò, la miseria dei miei affanni non può tradirli. La mia croce non può ignorarli, né oscurarli, anche se a me, abituato allo specchio, sembra più grande della contingenza in cui sono finiti. La "ragione" è una persona che ragiona, una persona che non intendo lasciar sola. Il mercato, il potere che gli si oppone non so chi sia. Se tutto passa, non lasciate che passi senza di noi il corteo funebre (morte e rinascita) della Grecia. Componiamo versi tra i capelli, raccogliamo la sfida di occupare l’ideale Agorà. Passiamo dove tutto passa e piantiamo un motto (io adotto Eschilo: “La voce di un popolo è pericolosa, se gonfia d’ira”), una bandiera. E una dedica. La mia: a Viki, ad Atene, al cielo da cui trasmettono invocazioni d’aiuto, al sottosuolo greco, prima della conquista.

 

 

Io credo

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Tutto affiora in noi con la forza dei sentimenti. Da un buio silenzioso tutt’altro che morbido, come sabbia sul fondo marino, tutto affiora in noi sentimentalmente, consentendoci di respirare, anche distrarci e sbagliare. I sentimenti propongono un’etica della verità diversa da quella ufficiale, non sono scritti in nessuno editto, non rivelano alcuno schema replicabile e, nonostante il bel pensiero di un giurista coccolato dai salotti editoriali nostrani, temo che non possano aspirare al traguardo di alcuna ragione pubblica. Essi consentono scambi elementari, strette di mano, qualche bacio segreto. L’etica dei sentimenti racconta la sua storia in molte stanze chiuse, a volte squallide e solitarie, luoghi ristretti all’avido giubileo del privatissimo, riservato a pratiche in corso, intangibile dalla luce del sole, a cui pure i sentimenti prendono parte con giochi di luce e colore. Mentre ci stringiamo nelle nostre ossa, i calchi ramificati degli uomini invadono la riva del mare, affondano dove i sentimenti affiorano. Vanno in pezzi gli oggetti fragili sotto l’impulso delle code distratte. Non si può diventare responsabili dell’amore, che sulle scale dei nostri teatri d’opera mietono vittime. Sono morti senza colpevoli. La colpa ricade su chi vi ha creduto. Sazio all’inverosimile. Si chiamano a raccolta le parole d’ordine della libertà di giudizio. Ma non c’entra ciò che è grande in un piccolo contenitore. La poesia d’amore sana chi legge. Ad una donna sorride la pancia, quando ci pensa. Ad un’altra semplicemente risveglia gli istanti animali. Colei che ama lo sa.

Siamo consapevoli di tutto questo. Ma come dire ad un umano che quel che egli è non può essere accolto, perché contrasta con il comune senso del pudore? Lo spettro della nostra immaginazione, che non si esime dal minacciarci, è tutto quel che abbiamo in periodi di magra. Ci segue con favore nei cortei funebri. Ogni umano ha un artificio supremo cui far ricorso in casi disperati. Solitamente si ricorre alla parola “amore”. Un soglio divenuto evidente ad interpreti affrettati. Quando si affonda nelle sabbie della risacca, viene l’esigenza del disprezzo per quel che si è tentato di essere senza riuscirvi. Si risponde a catena, in automatico, come un centralinista multilingue nel buio confessionale. Non si conosce il futuro. Porta un nodo alla gola, il bel nodo di una cravatta, o l’improvvisato nodo del suicida. Solo per dire che non differisce l’apparenza dal disprezzo.

Orsù, facciamo finta che qualcosa accada! Sciogliere un nodo alla gola è come sciogliere un enigma. Entrare nella chiesa sconsacrata della fabulazione trasognata, in cui ci si confessa e non si chiede d’essere assolti dal peccato. Colui che possiede non desidera, colui che possiede non ama. Qualcuno compra una cravatta al giorno e la regala al suicida di turno. Non siamo tutti uguali. Ogni mondo è un umano, con i suoi congegni da lubrificare, per far girare le superfici sull’attrito. Non si porta indulgenza agli scarabocchi di un sentimentale, le scosse dell’imprevedibile lo perseguitano fino alle rive dei mari inseparabili. Ci sono stanze ben costruite nei palazzi reconditi, e troppe facce che fanno fatica a respirare, con quel nodo in gola. L’armistizio, sulle scrivanie dei potenti, è un atto sempre da firmare. Il sangue in circolazione continua a discutere la stessa condanna.

Viene il Natale! Quello del bambino, del bue e dell’asinello. Appesi all’albero, con Giuda, l’anemone esangue, e l’eternità. Un altro giorno trascorso in fretta. Come una stella della via lattea. Un’odissea nello spazio, che non tiene conto delle vette raggiunte dagli esploratori dubbiosi. Un dimenare foglie al vento, che formano un cerchio. Cosa dobbiamo attenderci ancora? Gli uomini vivono eretti, ma sognano distesi. La zolla più feconda della loro vita è lasciata incolta agli uomini che verranno. La semplice abilità non risponde alle sollecitazioni del cuore. Un po’ di buon senso servirebbe agli infelici. Viene il Natale! Risponde alla domanda: “chi sei tu?”. Ma scruta lontano, da una collina, le ragnatele dell’increato. Basterebbe un gesto proprio d’umanità. Tipo “io credo”.

Liberaci, oh Signore, dai nodi che non vediamo, che concorriamo a stringere con mani certe del “così va fatto”. Noi siamo speciali ai Tuoi occhi: il primo rigo di un libro profumato da mille parole. Non negarci il peggio, per quanto immeritato, riservaci di guardare il riflesso del cielo dal vetro che hai infranto nel giorno breve dell’ira. Donaci la quiete, l’esile canto dei mortali.

 

 

Lo Stato di Grazia

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Lo Stato di Grazia non è lo Stato che ci garantisce, redime ed affligge, il soggetto di diritto pubblico al quale affidiamo le nostre vite, non sapendo cosa farcene in sua assenza. La personalità giuridica di un tale leviatano ci sovrasta ma noi tolleriamo ogni cosa; oppure chiediamo ad esso un aiuto ma ne ostacoliamo gli effetti ogni volta che disdettiamo le sue regole o facciamo finta che non esistano.

Lo Stato comunemente inteso non sembra somigliare allo Stato di Grazia. Spesso evochiamo il primo, con qualche difetto di precisione, quando parliamo di Nazione e di Patria. Al suo seguito camminano molti martiri, con un’idea nella testa e poca concordia tra loro. Le croci sul petto inamidato delle steli militari sono piene di nomi che rincorrono una Storia mai scritta, come se quel che raccontano fosse buono a prescindere. Lo Stato di diritto tace, non parla, tace e detta memorie. 

Lo Stato di Grazia non ha mausolei, frazioni di conti economici, gradi di giudizio, corpi astratti e mimesi del potere dell’uomo sull’uomo, non ha niente di tutto questo nella sua bisaccia piena. Lo Stato di Grazia ha il sole teso dall’arco del Sagittario, che scaglia un dardo a grande distanza e lo vede conficcarsi nel cuore collettivo del mondo vivente. Nessuno può toccare colui che langue nella condizione miracolosa del sole di dicembre. L’Uomo in Stato di Grazia ha diritto di gioire di quel che gli è donato, e nulla può possedere. Egli sarà ricordato con il nome di molti uomini, messi in comune dalla fonte che li sgorga. Lo Stato di Grazia si espone al laborioso consenso dell’Amore, un consenso che richiede innumerevoli sacrifici, responsabilità indicibili e poche ritrattazioni. Sorride a chi sorride, piange con chi piange. Si ferma e pensa. Uno Stato sospeso tra terra e cielo. Provate a stampare la fotografia della sua immagine, non troverete altro che l’ombra negletta di una chimera. Chi ne è avvolto non ha più la testa sulle spalle, non trova la strada di casa. E impiega tutta la vita per un gesto soltanto. Una riconciliazione, un perdono, una promessa, una scommessa.

Si chieda allo Stato di fare il suo lavoro, ma gli si anteponga la gratitudine per un minuto ancora di felicità. Il futuro dell’uomo è un pensiero grato all’uomo, alle sue opere, a tutto quel che non è mai stato e non sarà mai suo.

Lo Stato di Grazia non è contro lo Stato di Diritto, bensì lo precede e lo ingloba, così come esso è, senza mortificare l’Armonia cui entrambi tendono. La freccia del sentimento, suscitata dalle parole del dialogo, attraversa una grande distanza per unire unità remote, differenti, ostruite.

Quando si è in Stato di Grazia non si ha fame, si ride spesso. Anche se levano di mezzo il diritto alla felicità, in una più ampia sfera i “diritti del cuore”, la Grazia resiste all’estinzione. Chi parla un’altra lingua è compreso, è accolto. Si resta per un po’ sul filo, si guarda di sotto la rabbia, l’affanno del mondo morente, si chiude gli occhi e si va avanti, sentendo di non essere più soli.

 

Posso dir questo: mi emoziona pensare a quel che ho vissuto tra i luoghi cari, le persone amate. La mia emozione è la ricchezza che sopravvive, il bene cui poter attingere insieme, anche dopo di me.

 

 

 

Il Blog di Felice Casucci

Presidente della Fondazione Gerardino Romano

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"Dal volgersi delle cose al rivolgersi ad esse" -  F. C.