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All'inferno brilla il sole

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Ho trasmesso ad un’amica un pensiero dall’inferno. Così m’immaginavo la città, col suo mare calmo che fa fatica a respirare sotto il peso del sole, già alto nel cielo del primo mattino. Mancava all’incirca un’ora ai fatti di Brindisi. Non sapevo che lo scenario dei molli abbandoni avrebbe preso le tinte che gli si confacevano. La campanella del vitreo beccheggiare dei galeoni si sarebbe di colpo interrotta per far posto all’esplosione, allo strazio, al silenzio, al cordoglio. La mia devozione profetica, adatta a tempi di sventure, avrebbe ripreso a recitare la sua orazione funebre. Anche questa volta verrà notte e i bambini, divenuti ragazzi, andranno a dormire. Gli edifici, costruiti con materiali scadenti e alberi di cartongesso atterriti sul fianco, torneranno nelle telecamere. Le solite facce. I soliti giacimenti di dolore messi a nudo da folate d’insolente temerarietà. Le associazioni degli indignati riprenderanno la loro nenia protestante. Interromperemo le normali occupazioni: andare al museo, fare l’amore, correre in solitudine verso il traguardo oculare. I ragazzi, accolti dalle loro braccia, si metteranno in coda e aspetteranno di conoscere la nuova regola numismatica. La vita, la nostra vita detta loro una forma qualsiasi di normalità. I suoi tempi, le sue ragioni. Mariti e mogli, preti e diabetici, uccelli e cacciatori. Tutti a riempire i vuoti delle ossa che hanno perduto il soffio di vento dal quale respirare. Non siamo noi diversi da quegli assassini. Feroci con gli inermi, sodali con i furibondi, disarmati al primo cenno di lotta. Noi ci rechiamo dove ci conducono le nostre gambe buone a nulla. Il dolore messo nell’angolo. Come se non esistesse. Non comprendiamo che i giorni migliori, i successi più esaltanti, anche l’accademia e il folclore hanno un andamento non lineare, un filo da tendere. Che dobbiamo diventare migliori dei nostri giorni migliori, se vogliamo onorare i morti e distinguerci dagli assassini. Non è facile, lo so. Ma chi ci ha detto che lo fosse? Una musica d’archi che si tendono è stata scritta per questo giorno d’inferno. Siamo noi la carità e il perdono. Parole grosse per chi non regge il peso della propria sovrastante leggerezza. Qui non sono solo i ragazzi di Mesagne a venirci incontro, ma le terre che abbiamo devastato, le mani che abbiamo armato, l’ignoranza che abbiamo lusingato e posta all’altare. Siamo cellule di corpi malati. Con i nostri crisantemi sulle palpebre di un dirupo apertosi nel cuore dei morti ammazzati. Basta capricci da società dei consumi! Ogni cellula ha la sua storia, cavità in cui segmenta se stessa, per diventare l’abbozzo della rovina che conosciamo. Dobbiamo tornare alle origini del male che ci compone ed attraversa. Dalla parte dei giovani si sta con gli impianti, i tribunali, gli ospedali e i mezzi d’informazione. Non uno per tutti e tutti per uno, ma ciascuno con le proprie forze innocenti. Decretiamo, senza atto di legge, la fine della malizia, e il nostro disordine diverrà ordinato, la ricerca del colpevole non sarà affannosa, gli amanti torneranno al luogo del primo appuntamento, gli esploratori indovineranno la frase che si nasconde nel cuore dei morti ammazzati. Cerchiamo l’angelo caduto, in lui è la risposta. “La vera cura è nelle parole, persino dinanzi all’acre sacrificio delle giovani vittime. Dall’altro canto? Vuota, triste retorica di circostanza, non priva di malcelata ammissione d’assenza”, scrive una lettera d’oriente, dove nasce il sole. La libertà è un gesto responsabile, libero dal peso della colpa. Al centro del nostro mondo umano resta l’agnello sacrificale e la mano insanguinata che lo depone nel gesto votivo. Un volto di ragazza spettinata, Ifigenia prima della guerra di Troia, è l’immagine del nostro orizzonte offuscato. Accogliamo i fatti di Brindisi, non respingiamoli: colpi ripetuti, squilli di tromba, uno di seguito all’altro. E una fanciulla allo sfondo, con il braccio alzato, in segno di saluto.

 

 

 

L'istante eterno

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Basta togliere ad ogni parola una lettera del suo discosto alfabeto ed essa cade al suolo, trafitta da una mancanza. Tra spifferi di vento e citazioni letterarie, la parte più grande della vita è un’invenzione. In altre parole, crediamo di vivere una vita che ci è sottratta, la modelliamo come se ne disponessimo e, invece, ci cade dalle mani, come una parola trafitta da una mancanza. Dunque, così si comincia, in compagnia di se stessi, e così si finisce, guardando nuvole in mezzo al cielo, da una finestra occupata di luce che degrada, accanto al nastro della veste sguarnita. L’essere umano è come un ceppo piantato nell’ovunque. Dalle radici, portate via, sale odore di terra profonda. In minuti durati a lungo, tutto cambia. Bastano pochi minuti per sottrarre o aggiungere. Della morte di Lucia Barone non so darmi ragione. Avvenuta appena ieri, già oggi superiore alle mie forze. I ricordi non indietreggiano davanti alla scomparsa, che avanza. Basta cambiare poche lettere dell’alfabeto astenico? Istinto o istante? “Non so spiegar, non so tacer”, pronuncia il barocco “affanno” del gran maestro napoletano di canto, Nicola Antonio Giacinto Porpora. Lucia “fugge dagli occhi miei” ed io le grido dietro, con tono di Semiramide, “ricordati chi sei”. Ma la parte più grande della vita è un’invenzione. Lo sa il cane travolto sulla strada, il fiore sepolto dai suoi petali, la requie di ogni muscolo sul volto ghiaccio, bocche di parole ripetute e non colte. Il pomeriggio del giorno dopo, nel museo di Largo Donnaregina, l’Adagio di Alessandro Scarlatti portava all’Aria di Giuditta (“Se ritorno”) ancora parole, come “innocente” e “contumace”, che la toga scivolata dalla bara di Lucia ripeteva e non coglieva. Una voce dal silenzio, una voce dal buio, per slanci di seduzione e morte. Un oratorio dalle grate serrate. Le Furie nell’Aria di Vagaus “Armatae face et anguibus”, la vendetta degli sconfitti, giudicati, condannati a sorte. E il mio cuore, su cui posavano baci di note musicali, cresceva tra il padre e il figlio, tra Ares ed Eros, in cerca d’allegria e d’eternità, come nel nostro incontro per archi, in sol minore (l’Affettuoso di Francesco Durante). Fino a Mozart, la pietà e l’amore, nell’Aria di Donna Elvira, del celebre Don Giovanni. Il soprano Giacinta Nicotra intonava per te la mia canzone: “Sul tuo precipizio mi sporgo, precipito alla solenne Morte, e rinfocolo il sangue appena spento, chiuso nel tumolo refrattario. Tu sei costei che canta la clausura sepolcrale, con voce d’angelo, vibrato plettro di tenerezza e veleno, dove scorre il rivolo sul muro. La morte non ti segna il viso, le tue labbra baciano ogni volto, ma son sole, come in una canzone. Nidi di rondine, i tuoi occhi, seguitano la primavera. Chi muore rapisce l’istante eterno e lo porta con sé, dalla camera oscura del cuore alla luce di un sorriso”. Oh musica, oh gioia! Amica suscitata a bellezza incomparabile! Al cuore, dunque, mira al cuore! Ed abbi cura di te, che non sei più . Il paradiso dura un istante. Mi rispondi, dal tuo silenzio: “…il pensiero della gioia può durare per sempre…”.

 

 

L'ospite indesiderato

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Daniela è stata con noi. Ci ha parlato di un quaderno a cui s’aprono le pagine e si finisce per leggervi le storie di molti racconti. Daniela è partita. Non eravamo in tanti a riceverla. Siamo forse troppo presenti a noi stessi per far posto ad altri. O forse siamo così lontani dal luogo dei nostri incontri da non riuscire a trovarli, neppure dopo una lunga attesa. O semplicemente siamo stretti ad altro, co-stretti a vivere la vita come un treno su un binario, in odio alla successiva fermata.

Dopo la conversazione culturale con Daniela siamo andati a cena. Ha cucinato per noi Antonio. Qui eravamo più numerosi. La cena ha avuto un andamento sulfureo, lento. Si è allertata di visioni.

Mi fermo qui, dinanzi al dato tangibile dell’esperienza vissuta. La realtà non esiste come oggetto conosciuto. Da qui, sgorgano fiotti copiosi di conseguenze elementari.

Bisogna smetterla di scrivere! Bisogna raccontare solo le parole, scrivere storie di parole. Farsi dire e dire no, quando si è tentati di scrivere racconti. Bisogna avere il coraggio di annullare le distanze dal mare dei nostri pensieri, solcate con imbarcazioni da pesca. Nulla di quel che è utile fa bene alla ricerca. Le parole pesano, mi dice Carlo, reggendo a stento il suo vocabolario della lingua italiana. Dunque, esistono, sono noi, in nostra assenza. Qualcuno le ignora. Qualcun altro le offende. Ma stanno lì dove ci ha consentito di arrivare un ostinato silenzio. Le parole possono uscire da una gola secca o da una terra bagnata, non cambiano la propria sede naturale: il silenzio. Quando si mettono a cantare sembrano affermative, ma stanno per ritrarsi.

Nessuno di noi ha un merito. Le parole che lo illustrano fingono di credervi. La bellezza delle parole ci ha opportunamente traditi, con un pugnale tra le mani. “Ammirare bellezza. Riconoscerne il viso. Sedarne l’impeto e coltivarlo nel cuore”. Altrove, tra i fogli sparsi sulla scrivania, prima che giungesse. “Vi è un ospite, un solo ospite nella vita: quello indesiderato”. A proposito di notti che non colmano la misura, che prendono in prestito gli itinerari gastronomici più stravaganti, i capricci più pericolosi, depositando inerzia di parole, dopo aver loro aperto la pancia. “Spegnere il rumore della mente. Addormentarsi. Con la testa sul gomito. Per punizione”. Far questo, come a voler rendere una risposta ad una domanda non ancora avanzata, sapendo a chi, cosa riferirsi, senza dirlo. “Si copre la distanza ma resta la lontananza, come candela accesa nell’impero del buio”.

Sono le parole sulle quali imbarcarsi per attraversare il corso d’acqua che ci annega? E dicono, o provano a dire qualcosa degli errori in esse formulati? Non vi è domani per chi vuole giostrare con la vita. Si cade da cavallo. Nell’atto di spegnersi gli occhi, si vede il cielo che non si è mai visto. Per l’uomo che muore, c’è una sfida più grande? L’ospite indesiderato lo soccorre e porge l’orecchio alle sue ultime parole, quelle che nessuno udrà. La poesia dell’uomo è tutta in quel silenzio, da cui promanano sciami d’insetti velenosi. A chi leggere ciò che si nasconde nel lascito morale di un poeta? Chi ne decide la sorte? “Salire, salire non è l’unica levità del mare. Riflettere non è il suo segreto. Tirar giù gli assi dal cielo non è il suo mestiere. Fluire, prorompere, sognare, come acqua corrente, intestini di parole da una scheggia conficcata, come la genitrice di tutti i salmi dimenticati. Perché il mare, questo mare di cui nessuno parla dovrebbe essere più vero? Chi entra non può uscire dalla libertà”. L’ospite indesiderato lo sa e fa in modo che l’uomo seguiti a parlare, anche quando finisce.

Nelle ultime ore, lotta con l’ospite indesideraro Alberto, l’amico torinese. A lui è dedicata la fine di ogni storia che ci conviene, l'incitamento a dare una vita propria alle parole. Non voglio, non posso scrivere quel che egli, che non ascolta, è in grado di ascoltare.

 

 

 

Il Blog di Felice Casucci

Presidente della Fondazione Gerardino Romano

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"Dal volgersi delle cose al rivolgersi ad esse" -  F. C.