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Presa diretta

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Il programma adesso è chiaro. Tutto è pronto. Si allestisca il progetto. Dal 19 dicembre ad oggi è trascorso esattamente un mese, dall'incontro in Fondazione con Fermocolle, l'opera letteraria postuma di Marco Di Meola.

Subito dopo, è uscito in pubblicazione il mio I cuori caldi hanno freddo. Senza saperlo, le due opere seguono (sarebbe meglio dire, seguivano) le stesse tracce. Ha ragione Gioconda Fappiano. Il mio testo è un motu proprio al "soccorso": di migranti e vicini di casa, familiari ed estranei, vivi e morti, colpevoli e innocenti. Nessuno escluso. Il Blog scrive partecipazioni, invita alla cura di se stessi e dell'altro, alla restituzione di quel che ci è stato "donato". Restituire bellezza alla bellezza, senza alcuna intermediazione. Marco è "The giver", il dispensatore di emozioni.

In un mese tutto è divenuto chiaro. Marco è vivo, ed è venuto a prendere me, che ero già morto da tempo, con il suo taxi letterario color ciclamino, per portarmi dove le mie gambe non sono più in grado di arrivare (si legga la Presentazione di I cuori caldi). Andiamo, dunque. A compiere l'opera impossibile di trasformare in pericolante, umana imperfezione l'Epifania divina e a fare delle nostre interpretazioni un risveglio.

L'ultimo Festival di Poesia in Musica della Fondazione Gerardino Romano, il Festina Lente Telesia, era intitolato al Manifestarsi. Diciamo basta alla paura, al nascondersi, al tormentarsi irresoluto, torniamo ai boschi, alla strada, accogliamo i dispersi al focolare ardente delle nostre braccia.

Gesù ha un fratello, si chiama Francesco, Giuseppe è divenuto Carmine e Maria è Maria. Ah Pasolini, vieni con noi! Gesù voleva che ogni famiglia diventasse la Sua Famiglia, solo così avrebbe compiuto l'Opera vivente della Parola. L'amore può esaudire l'impossibile. Marco è vivo.

A Marco Di Meola sarà intitolato un concorso di poesia della Fondazione Gerardino Romano. Chi non crede a quel che non vede non aderisca. 

Una dedica con tre teste, due in meno del "Giorno" di Lucio Dalla (1973), ascoltato su vinile in Fondazione lo scorso 16 gennaio: a Carla Viola Corsale, a Giordano Bruno (subito santo, dice qualcuno, sapendo di Roberto Bellarmino e di non essere ascoltato), alla chat letteraria beneventana. Un grazie sentito, di cuore, a Dino Masella e tutta la sua famiglia (lì, c'è un'altra Maria), agli amici di Marco, che ieri sera mi sono apparsi nobili (ho esordito leggendo il frammento di una poesia di Monica Iadarola) e numerosi. Forza noi!

 

Epifania

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Cosa chiede la Luce? Restare. A distanza di tempo, dopo aver governato acque mutate e misteriose, sfiorato le onde per arrivare fino a noi, obliqua. La Luce aralda il centro della cittadina immaginaria di Thornton Wilder. Ma in realtà è il “ponte” sia la domanda principale sia la mancata risposta. “Qui non riposano” (1945), avrebbe detto Indro Montanelli. La Sua vita ha la lunghezza incerta d’una guerra e la voce since 1971 di Alberto Lupo che duetta con Mina le parole finali di Teatro 10.

La Luce rende una risposta a una domanda non pronunciata. Tramutare il sangue in vino, la musica in silenzio, il crisoberillo in alcantara, che in arabo, ancora una volta, significa “ponte”. Per dove? Stereofonia. Biglietto-paradiso. Con spiccioli di libertà e solitudine. Perdersi, dormire.

Ci sono almeno tre motivi per negare la verità. Il primo è intrinseco. Il secondo è estrinseco. Il terzo è un eccidio di campagna, con esodo dalle grandi tradizioni. Noi!

La Luce si ferma sulla porta di casa. Tra qualche minuto verrà a fare il giorno ma per ora è notte, una notte lunga di baci alla finestra, che nevica lacrime e preghiere.

Cosa dice la Luce? “Sono nevrastenica. Ho fiori nervosi che sbocciano dalla pelle e appassiscono in fretta, prima che il giorno diventi notte, solo per fare luce su me stessa”.

Un odore di colla. Coccoina. Dal 1927, sulla tavola dei disegni. Con quel piccolo pennello che stende sulla sfera di Luce una striscia d’odore verde come destrina. Avvengono stoffe in strofe, foto in acqua, etichette in versi, cronologie luminose.

Al punto in cui siamo, tanto vale arrendersi, quando i baci mordono il sapore amaro delle restrizioni.

La Luce non è sufficiente. Si arrampica sulle scale, ma si perde nel labirinto in cui ogni santità ha fine, perché il sangue arriva all’apparenza, e si muta nel suo contrario. Epifania di calze colorate e parole dimenticate. Chi si manifesta, ha l’ardire anche, e al contempo, di nascondersi, allorché si nasce per morire e si muore dopo esser nati.

Se ci si manifesta nell’Epifania, da Alessandria d’Egitto, nel quindicesimo giorno dell’antico calendario alessandrino, qualcosa di noi imperversa come una nuvola minacciosa nel cielo del 6 gennaio. Avvenimenti che trafiggono la carne e sanano dalle malattie, processione di vescovi cristiani nella notte che non ha fine. Poi, viene la primavera di Cristo, la separazione del Bene dal Male. Eppure, era già chiamato Giordano il fiume che scorre fino a noi.

Quante date, amici, ci sono state tramandate! Da Antiochia, alla Tracia, all’Anatolia. Il Concilio di Nicea, primo per la notorietà imperiale, fu un evento politico, poco altro. Non ci si voleva disgiungere. Ma nasciamo, se pure uniti, separati, disgregati.

La Luce, vista dal punto di vista geografico, cede all’Oriente la sua gran parte.

Sant’Ulrico d’Augusta s’invoca contro le calunnie, la balbuzie, il morso dei cani e i ghiri lontano dai raccolti. Un vescovo, primo santo, imbalsamato dalla storiografia.

La Luce è così, paragona se stessa ad una parabola, santa al sole del simbolismo. Ingiusto è il tempo umano, occultato dalla verità dei pensierosi aneliti itineranti.

 

Immagina

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Bisogna raggranellare gli spiccioli del discorso: prima farlo tutto, poi dividerne una parte. Finisce l’anno. Comporre, operazione non semplice, se si pensa al tramonto di questa breve giornata. La principale cosa è prendere il filo perduto del sogno, una ragione di vita, annodarlo a quello degli altri sogni di cui sei a conoscenza, per trovare il comun denominatore, come nella canzone Imagine di John Lennon. Scrivere parole di carta e affidarle al vento, lasciandole percorrere la città antica, la bibbia, le pietre che ricevono le pietre, il “diritto alla restituzione”. Viene l’ultima notte dell’anno, brulica di persone, compromesse dal destino proprio e altrui. In ogni anfratto, vi è un’intemperie, un buona fine. Immagina una stagione breve, una libagione senza dolore, la presenza di un’arma e il sapore di una pace sovrana. Non aver fame, se vivere copre a malapena la tua storia singolare. Immagina di rimanere disteso come se fossi morto, un astronauta lanciato nella navicella spaziale del futuro. Intorno a te gli avvisi dell’etere, voci infinite, e un sogno che comincia a cantare, a voce sempre più alta, all’unisono con altre voci, insieme per non cadere prima che l’opera sia compiuta e qualcuno ti dica: invalidi gli ardori, smodate le ambizioni. Tu mi ascolti. Nessuna nota stonata, solo un silenzio liquefacente che ti racconta di me. Ad un certo punto, i passi si fanno più leggeri e l’autunno stremato spezza le foglie. Non accade nulla che non sia accaduto, ma tu preservi tutto, anche l’amore perduto. Religione naturale è il vivere in quiescenza di peccato, tu solo tu costretto all’ignoto. Una vita in bilico, una vertigine. Ora puoi imparare a ricordare, amare, volare.

 

Il Blog di Felice Casucci

Presidente della Fondazione Gerardino Romano

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"Dal volgersi delle cose al rivolgersi ad esse" -  F. C.