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Una storia d'amore

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Scuote la polvere d’ingresso la cerimonia d’ingresso

Vani peccati umili pretese gioconde finzioni in coda per un bacio

Mia madre precede ogni altra giovinezza lei e nessuna beatitudine

Ci stringiamo in duplice veste con le braccia delle parole

Chi sa tace chi sa palpita traspira la pelle che scuote il profondo

Perder sangue dal naso l’abbondanza è una ferita immancabile

Non sei non sei l’amore non sei l’amore ripete la guida ai reperti archeologici

Sembra fatta la paura s’addensa sui muri del respiro e un bambino scompare

Siamo nella cucina del terzo piano fuori piove fa freddo odore di solitudini

Lei sorride no piange i giochi sono finiti sotto al tavolo dove è buio intorno

Forse viene un uomo con i baffi un altro nero in lontananza minaccia di tornare

Cadono i ferri del calcestruzzo armato i tondelli fanno rumore sulle scale

Sei cattivo siete cattivi gridano i denti nella bocca vuota non berrete più

La fonte si secca le musiche svaniscono la veste femminile è strappata

Padre torna fai presto qui il pugno ci ha raggiunti colpisce il capo

Nella normalità accadono cose inaudite difficili da raccontare e da scordare

Luoghi non frequentati della mente cominciano a girare come una giostra

Piano piano ci si alza dal letto in punta di piedi si tira fuori la vita morta

Ma siamo in tre forse in quattro possiamo farci forza e chiedere una pausa

Era vita anche quella tra le pareti domestiche pronta all’uso antico del salotto

Chi veniva pensava fosse tutto a posto noi sapevamo d’averlo messo sottosopra

Balconi fragole spiriti maligni tornate al mio comando mostratevi insieme

Noi siamo i figli di quel tempo trascorso incapaci d’amare chi abbiamo amato

Ora torna in sogno la donna che partorisce una stupefacente opportunità

Essere schiavi d’essere liberi dai ricordi per amarsi illimitatamente

 

La gentilezza

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La gentilezza è il contorno del corpo. Come un’aura.

Anche morire è un modo di dire, con gentilezza: “questo è tuo, fanne quel che vuoi, io vado via”. Il caso e la trascuratezza scolorano.

Mi piace la gentilezza perché non si spezza quando la pieghi, non è stanca quando la metti sotto al torchio, non cambia strada se le vai contro.

La gentilezza non si dona solo agli amici, come scrive Colette, si riserva ai nemici.

Amo la gentilezza perché sono cresciuto tra le sue braccia di violenza gratuita.

Chi mi ha ferito mi fa rabbia, eppure mi ha dato il modo di conoscerla e di chiedere di tornare a farmi visita.

Mi rendo conto che in giro non ce n’è molta di gentilezza, ma ho visto la sua abbondanza in luoghi afflitti e sconsiderati.

Che gioia ritrovarsi insieme, fianco a fianco, con persone che tacevano e desideravano un modo gentile nel quale riconoscersi!

Sono stato derubato sull’autobus, ho ringraziato e sono sceso. "Sei scemo?" Mi hanno detto. Ho ringraziato per quella grazia che ci aveva attratti in un momento di niente.

“Non so se tornerò a farti visita”, mi dice ogni volta, come un’eroina bruciata sul rogo, poi bussa alla porta, prende l’elemosina e china il capo, non nega quel che è suo, perché la gentilezza ha una vita paziente e profonda, ti parla quando nessuno ti parla, si volta se chiedi aiuto, e quando il conto sta per chiudersi e serrarsi ti invita a tornare sul luogo in cui sei stato per cambiare la tua sorte e sovrastarla.

La gentilezza è una carrucola, sale e scende tra le mani dell’umiltà e del disprezzo, ripete sempre la stessa fatica, sa che ripetere un gesto è un atto di gentilezza.

Amo la gentilezza tra le scale, le strade, le porte. Amo gli stupidi che la praticano.

Chi sa ciò di cui parlo si unisca a chi sa ciò di cui parlo, si muova, non tardi.

 

 

 

Estemporaneo

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L’estemporanea vitalità del mentire è affluente principale della piena. Un corpo a corpo da riserva o da cantina. Gioire è il modo migliore per parlarne: nessuno viene, nessuno va. Come nel film, molto criticato, “Napoli velata”. Ci si potrebbe spingere oltre. Chi lo fa si perde, perché cerca i minuti che gli sono contati nelle mani sbagliate. Mandanti e vittime hanno le stesse facce, sono amanti. Quel che resta da dire a chi resta solo è la parola "libertà", pronunciata con enfasi e più volte. Non in uno spazio vuoto, una direzione ignota, ma in un moto dell’anima non condizionato dai moti corrispondenti d’ira della quiete circostante. Un sarto, un cameriere e un giornalaio segnano il campo di fraternità in cui ragionare dei massimi sistemi. Volgere al bene la menzogna è dire la verità che non si può dire. Sotto casa di una persona amata, in via De Sanctis, finisce il film di Ozpetek. Un rumore di passi che si perde nel nulla. Consolante che qualcuno ascolti la cadenza secca, priva di eco, di una città immobile, nella errata convinzione di possedere o di essere. Abbiamo un minuto contato di libertà, affidato al caso e a chi lo governa, seminando la diaspora del corpo a corpo nei campi dello sterminato nulla. Tutto nasce da un equivoco: il non vedere occorre al sapere o al non sapere? Coincidenze. “Chissà se lo sai” (Lucio Dalla), canzone proposta questa mattina da Gianni. Fannie Flagg, ad una fermata del treno che porta al paradiso notturno, scrive su un tovagliolo di carta: “Non c’è abbastanza buio in tutto l’universo da spegnere la luce di una sola candela”. Proposta, a seguire, di Enrico. Strade diverse percorrono l'invisibile, dove finiamo per ritrovarci. Siamo parti gemellari. Grazie Ferzan d'avercelo ricordato

 

 

 

 

Il Blog di Felice Casucci

Presidente della Fondazione Gerardino Romano

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"Dal volgersi delle cose al rivolgersi ad esse" -  F. C.