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Angeli di strada

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La nazione del corpo, i merli a tutela delle pazienti lacrime, il clamore delle offese.

Crescere comanda la convinzione della parola giacente. Gioielli strappati alla vita.

Bocche alle bocche. Un bacio che consola. E non è mai tutto. Siamo angeli di strada.

Pavida stagione tentata, lucore ghiaccio per incendi, mille piedi stretti in una morsa.

La sirena del tramonto continua a raccogliere testamenti fitti di carta e vetro.

Immagini sfuggite alle finestre di una chiesa senza testa, piena di raccoglimento.

Forse non fu confessione ma cuore appassionato per paura di respirare se stesso.

Ospite di passaggio, lo spazzacamino con lo zaino dal quale tira fuori merendine.

Il peso da restituire, prima che cali il sipario, è ancora quello dell’uguaglianza.

Cali il sipario. Tacciano i consigli di stato. I cittadini hanno gli occhi bassi dei cani.

La palla di cannone attraversa i muri, accarezza ed esplode. Sua Benignità in persona.

A chi tocca lo spazio carcerato? All’innocente reso ombra dalla dilagante perfidia?

Lo spazio non può assorbire limiti. Travalica. Prende il gettito dei controlimiti.

Qualcosa accade, scritto in cielo. Il silenzio subacqueo è un rumore assordante.

La notte suggerisce parole che corrono nella testa vuota, fragili parole di canzone.

“Le strade sono giuste, anche quelle sbagliate, basta non esser certi mai” (GP).

Cosa vuoi diventare da grande? Felice, rispose John Lennon al maestro sconsolato.

Questo ragazzo non farà strada, egli pensò. Alcune risposte andrebbero ascoltate.

 

Il giullare

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Il giullare è la figura più cara all’umano, che lo riflette come uno specchio. Approfitta delle lacrime per piangere e dei sorrisi per ridere. In coda ad altri, sgomita per affiancare il potere e il danaro che distribuiscono prebende. Il giullarismo è una religione di stato, colma di verità che durano un’ora e di autorità che si travestono con una tunica. Anche quando arriva in cima, il giullare non fa che vendicarsi di un torto ricevuto. Ha prede, costui, a volte subisce un carnefice, al quale restituisce le debolezze di cui è composto, quasi un gesto liberatorio e perverso che mette a nudo improvvisamente quel che ha tenuto nascosto. Le regole sono il suo gioco preferito, le teme e se ne serve. Le teme, come un’aquila sola nel suo volo concentrico. Se ne serve, come dalla bocca di un episcopio. Le parole del mondo a volte gli sfuggono, prive di sorrisi, come sono le parole sguaiate del rappresentarsi in un capitombolo.

 

 

Il mediatore

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In un “tempo di transizione”, come lo definisce Paolo Grossi, lungo più di un secolo (che “breve” non è, con buona pace dello storico britannico Eric Hobsbawm), accadono vicende contorte, contraddittorie e conflittuali. Tali vicende inducono a sollecitazioni nel cui campo d’azione regna sovrano Hermes e la sua “ermeneutica” che, come scienza dell’interpretazione, si fonda su un’istanza possente di mediazione (si pensi al saggio di Günter Figal, Ermeneutica come filosofia della mediazione, in Iride, 2/2000, p. 305 ss.), soprattutto in presenza di una forte spinta al progresso tecnico-scientifico (come aveva già intuito Carlo Cattaneo nel 1839, in occasione della presentazione del periodico “Il Politecnico”). Non a caso, nel film muto Metropolis di Friz Lang, che si proietta in un futuro distopico lungo un secolo, si profetizza da parte di Maria, protagonista iconica dell’opera, l’avvento di un “mediatore”, figura salvifica che sembra riuscire a riscattare un sogno di giustizia che si nutre del cambiamento. Il tema della mediazione è profondamente radicato nella cultura occidentale, a partire dalla tragedia greca (Antigone, Edipo) e da quel modello di giustizia conciliativa di cui parlano oggi autori come Cartabia, Violante, Zagrebelsky e Ciaramelli. Il giudizio è uno spazio agonico che alimenta contrapposizioni senza risolverle (il “giudizio” di Paride, narrato dalla mitologia, genera una guerra e un’interminabile serie di eventi avversi), se non mediante un atto improvviso e sproporzionato costituito dalla sentenza e dal giudicato (Paolo De Angelis), quando si mette a tacere una dicotomia generando divisioni ancora più profonde. Mediare consente di scorgere affinità culturali che vanno assecondate e poste in tensione. Fede, speranza e carità sono atti esegetici (Sant’Agostino). Andiamo oltre la “superficie” delle cose (lo dice Lady Gaga nella bellissima Shallow). Il diritto ha costruito una casa che è andata distrutta da coloro che l’abitavano, è divenuto un ordo sterile, privo della forza necessaria per governare la società se la società non è unita da una più grande forza morale, solidale. Bisogna prendere coraggiosamente atto che la casa non c’è più, uscire da quel luogo di rovina e intraprendere un nuovo cammino. Dopo aver fatto patire coloro che consegnavano il pane da dividere della verità con la loro testimonianza di vita che abbiamo giudicato esser solo un fascicolo polveroso, è venuto il momento di avvicinare le parole dissipate al respiro di una regola differenziata, una regola della tradizione, una regola morale, alla quale affidare il compito risolutivo di non decidere ma di rendere giustizia attraverso il dialogo, la mediazione. Solo il pensiero di tanti, in accordo con quello di tanti altri, potrà rigenerarsi. Dobbiamo cedere alla tentazione della poesia. 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il Blog di Felice Casucci

Presidente della Fondazione Gerardino Romano

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"Dal volgersi delle cose al rivolgersi ad esse" -  F. C.