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Ultracrepidario

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Le invocazioni saranno sciolte dagli endecasillabi che contempleranno una scritta sul muro nel grembo ribelle di Benaco.

Il nome umano sarà fonte di offesa per chi non porta alcun nome al confine.

La sete che avremo scorrerà senza coprire il décalage della vita nostra bambina.

La marmellata di crespino porterà l’autunno e sarà alimento del matrimonio.

La strada leggerà la bibbia dopo l’unione salda del gelo e della lingua.

Avremo la presunzione degli ignoranti cioè di coloro che negano la puntualità.

Faremo esercizi spirituali orientali per non piangere il cordoglio della nostra morte.

Baceremo il mare dismesso con la bocca avida intemperante ai baci del tradimento.

Il posturologo dirà che dovremo chinarci non rimanere rigidi nel nostro riserbo.

Gli operai grideranno voci in giorni di festa perché la loro festa è spostare le cose.

Ci rivolgeremo con le parole di Apelle al ciabattino che giudicava oltre se stesso.

Gioveremo a Giove che si diverte ai nostri sforzi e desidera i nostri affanni.

Non negheremo di essere rotolati come pietre del rock ai piedi dell’umor nero.

Dormiremo di continuo e non andremo a lavorare pur di non generare un diesis.

Dai vent’anni in poi perderemo terreno sull’avanzata della testuggine romana.

E questo fatto riguarderà quasi tutti perché il disfattismo è una regola elementare.

Ci metteranno tra le riserve poi sempre più indietro nel nostro medesimo interesse.

Avremo tre domande attaccate al collo: sono vivo? per chi? per quanto ancora?

Il lealismo sarà la nuova fede giustificata dalle notti profetiche di Cabiria.

L’amantide religiosa mangerà le nostre teste ad una ad una fino alla confessione.

Daremo notizia senza indugio del marasma che siamo in un sogno fermo uguale.

Le nuvole cadranno a pezzi sui nostri volti silvani divenuti maschere.

Il fazzoletto del prestigiatore nasconderà nel suo polsino i resti mortali.

E il silenzio dei cuori stamperà una scritta sul muro: Ultracrepidario.

 

Storia di un cane

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Aveva un manto di colore chiaro, si confondeva con la luce. Non era nato lì, in quella campagna esausta a ridosso della città. Era rimasto solo, facendosi forte della sua libertà. Sfidava quel che vedeva: una foglia al vento, una scarpa rotta, una strada senza scopo. Ci metteva allegria, fino a che non era stanco. Poi sono venuti il freddo e la nebbia. Come una domanda.

 

Una candela

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Da un occhio di mandorla scorre il fiume giallo e quieto della minaccia. Ma non si può impedire all’occhio di vedere. Non si possono alzare barriere contro il fiume che scorre quieto nel suo letto di spine. Né si può impedire alla pioggia di cadere, alla notizia della vita di volare sulle ali del non visto, del non detto, del non udito. E di passare sopra i mobili ingombri in una cantina, lasciati ad ammuffire come ricordi. L’atmosfera della notte è scandita da un metronomo che non si ferma, anche se la canzone non ha più voce e smette di cantare. Si va avanti, come si può, tra il non visto, il non detto e il non udito. Seguendo una figura per strada che ci ricorda l'amore perduto, solo che adesso ha un bastone per muoversi a fatica. Siamo noi che passiamo di moda e l’ingombro che creiamo richiede qualche pulizia etnica. Forse la politica si sta organizzando in tal senso. La politica, che strana cosa! Sembra esser tutto, a sentire la Arendt, mentre attraversa la piazza del mercato di Hannover. E sembra toglierci tutto, come certi giorni che ci tolgono il sole, quella lampadina accesa che un giorno, tra miliardi di anni, si spegnerà. Io la vado a cercare sul mare, nella forza calma delle cose, di cui ho già detto, ma il cuore, che mi fa vivere camminando, è in tumulto. Non vi è pace, infatti, non vi è pace, perché le persone fingono d’essere quel che non sono, perché si rincorre una meta che non esiste, perché dipendiamo da cose lontane e non riusciamo a scambiarci una carezza nel corpo della prossimità, perché abbiamo allevato nei tubi della follia una materia solida e incandescente destinata ad esplodere nel suo involucro ben protetto dal liquido ematico. E si aggira così, in noi, la bomba di una manifestazione esteriore indigeribile. Non resta molto da vedere: tutto esploderà. Le nostre parole spese male esploderanno per prime. Poi sarà la volta dei luoghi oscuri della memoria, che non abbiamo trattenuto nel sogno di volare con loro oltre i limiti consentiti dalle barriere orizzontali (che non sono esse stesse riprovevoli ma lo diventano quando torturano e uccidono). Quindi scenderà nell’anima di fuoco il tempo andato, il girotondo dei bambini che hanno smarrito la mano che stringevano e nessuno ci ha fatto più caso. Avremmo dovuto fermarci, fare resistenza, opporci, non trasferire eredità ad eredi che non erano tali, se eravamo noi e non altri in grado di giudicarci titolari di un bene prezioso da trasferire. Tardivo è il dissenso, scomposto rammarico, fiacco il perdono. Il nostro patetico scambio di passi notturni delineerà figure mobili su fondali atterriti. Qualcuno guarderà al picco dello spread come un’altra montagna da scalare e la lingua tedesca, che tanto amo, tornerà a dettare legge (ma era così anche prima dell’euro e le classi in cui richiudiamo le idee erano piene di studenti recalcitranti e poco inclini ad imparare dai propri errori). Allora penseremo al messia politico che ci guiderà sui rilievi dell’economia di mercato o sui sentieri, anch’essi montuosi, della latitanza, che si chiami pensione, emozione o liberazione. Faremo molti passi per tornare indietro, al punto di partenza. Sarà inaspettato il fiume che colmerà la piena. Ma dato che nulla è come sembra, nonostante il peso della nostra democrazia sia diventato eccessivo in assenza di virtù che la guidino, potremo anche incontrarci, fare scudo con i corpi alle ingiurie che pioveranno copiose, irrimediabilmente. Almeno interromperemo le trasmissioni. Faremo silenzio intorno a noi e capiremo. Il requiem di Mozart ci accompagnerà ovunque andremo. Una candela resterà accesa.

 

Il Blog di Felice Casucci

Presidente della Fondazione Gerardino Romano

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"Dal volgersi delle cose al rivolgersi ad esse" -  F. C.