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Il mezzo giustifica il fine

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Il disordine ha un cuore antico. Niente è più opinabile della ricerca della verità. A pelo d’acqua la bocca cerca l’aria che viene a mancare e le immagini che lasciano la mente si confondono con quelle della realtà. Ci attraversa la nostra vita come un pugnale. E noi abbiamo la pretesa, forse la presunzione, di un attimo di libertà. Chi dice che siamo stati presenti a noi stessi reca accanto al nome la data di un giorno, di un’ora, ma noi abbiamo vissuto giorni diversi tra loro, più lunghi o più corti a seconda delle braccia che ci hanno stretti, noi abbiamo avuto un tempo dislocato, senza fissa dimora. E anche quel che finisce non sfugge a questa regola del tormento linguistico, nel quale addentrarsi è come raccontare una storia con la voce monca che si spegne d’improvviso. Giudico per essere giudicato: il mio luogo china il capo alla follia di una notte lunga di parole al vento, una torsione infinita del corpo. Non alzare la voce, fai silenzio poco a poco, ritira la coperta delle tenebre dal balcone sospeso. Chi è in grado di reggere il peso di tutta questa solitudine ne parli per sfida alla nostra condizione terrena, che nel dimenarsi s’accheta e nel rivoltarsi obbedisce a se stessa. Ogni nuovo giorno è una crisi personale, dalla quale riemergere come da una trincea. E sempre, più ancora di sempre, il mezzo giustifica il fine. Il cuore debole che interrompe il cammino dice “entropia sia”, lo dice tra sé, nel tentativo di far volare sulla testa degli ascoltatori il suo ultimo respiro. Vorrei che qualcuno traesse dalla vita vissuta un doppio insegnamento: non ero come sono stato, non sono com’ero. Sulle sabbie mobili bisogna fingere di camminare speditamente. Una biglia cade dalla tasca e comincia a rotolare fino al piede che la ferma per lanciarla lontano. E qui, nuovamente, qualcuno la rilancia, in un gioco d’insieme che ci sembra continui. Lo stesso gioco che facevamo da piccoli e che avevamo dimenticato, battaglia navale senza morti e feriti che omette di guardare la scena finale e un orizzonte finalmente chiaro. La vita ha soccorso il soccorritore per un mantello diviso in due.

 

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Il Blog di Felice Casucci

Presidente della Fondazione Gerardino Romano

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"Dal volgersi delle cose al rivolgersi ad esse" -  F. C.