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La forma dell'acqua

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Acqua. La forma dell’acqua. Non resta alcuna forma. Come il desiderio. La profondità dell’acqua da cui puoi essere attratto, ghermito, addormentato. Puoi non svegliarti dal sonno dell’acqua. Non seguirne le parole. Solo una persona muta, una persona trascurata può dar forma all’acqua. Solo una ragazza che si masturba a tempo nell’acqua del mattino può scivolare da quelle tubature ostruite dal dolore. Solo una sottile e nuda creatura che porta sul collo una ferita può abbracciare la forma dell’acqua. E considerarla alla propria vita, senza averla mai conosciuta prima. Gran caldo da fuori a dentro, un caldo insopportabile di chi mette una mano nella tasca e non trova quel che cerca. Da lì alla vasca da bagno, due passi appena. Dove risiede il mutato aspetto del tuo problema: liquido in due, liquido per due, un mare di cristallo e tempera che ti chiede di scendere a trovarlo. Ma tu non puoi respirare, non puoi tirarlo quel fardello di vita che ti vive accanto e chi ti sembra morto da tempo. Ora ti dicono che è finita stai ancora piangendo, con un giovane accanto che con te applaude e gioisce. Sembra il film di un regista messicano, invece sei tu che chiedi, sei tu che esaudisci il tuo desiderio di essere un dio o d’incontralo ogni volta che qualcosa va storto, ogni volta che qualcosa è diverso da come te l’eri immaginato. Perché quel risveglio nell’acqua, tra le braccia del mare mentre fuori piove e tu non senti niente, non sai neppure che è il giorno dieci di un mese qualsiasi e che negli stati della tua memoria hanno sparato, ha aperto le paratie e l’oscurità di un’acqua trasparente ti aspetta per notificarti il provvedimento di liquidazione della tua vita. Morire e rinascere tra le braccia aperte del mare dopo giorni liquidi e in discesa, fermarti come un sasso che non riesce ad andare avanti, inciampare, rialzarti, correre, vedere il vuoto, tuffarti. Sei tu la donna che cerca solo di chiudere gli occhi e respirare dove non si può respirare. Rimanere a galla, seguire con il fiato sospeso una breve poesia che ti dice quel che vuoi sentirti dire sull’amore. Sei tu il figlio, la madre, il compagno di viaggio, i capelli che ti ricrescono, la pena che può andar via, nel posto peggiore del mondo, non più da te che l’hai sconfitta con una canzone. Ora canti a squarciagola una voce sommessa che dal tuo petto squamoso, dal tuo volto mostruoso arriva ai piedi che vuoi baciare, come un devoto bacia una statua. Non sei più il carcere della tua persona grigia, la tua ora d’aria ha trovato le chiavi per uscire. Chi dice che l’acqua non ha forma, non conosce la vasca da bagno di Elisa Esposito. Non è più la laguna nera di Arnold, ma il sepolcro aperto della nostra Amazzonia

 

 

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Il Blog di Felice Casucci

Presidente della Fondazione Gerardino Romano

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