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Saudade

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Qui sedeva mio padre.

Qui siedo io. Nella parte

in ombra della casa promessa

alla luce. Tra noi non c’è

alcuna differenza: lui è morto,

io sono vivo.

 

Ti posso lasciare un pianto disperato,

che non puoi ascoltare. Notti e giorni

di pianto inconsolabile, che ti spaventeranno.

Gli occhi stanchi e le labbra insonni. Ti posso

lasciare lo zampillo della malinconia, che ti farà

sorridere per quanto è buffa la sua scena madre.

Pioggia sul ferro che delimita il giardino, ruggine

spazio e lacrime. Tu facci caso: i mostri abitano

sotto terra, le acque superficiali li portano via.

 

L’albero del tempo è scosso dal vento

che porta via i frutti e qualche ramo.

Viene voglia di opporvisi, giurare i nomi perduti,

ma il nostro ultimo abito ha una musica di sale

che il tempo raggruma. Si fa finta di parteciparvi,

esprimere consenso. Sotto voce la messa domenicale.

Viene il sole, sembra lo stesso che abbiamo amato mezzo secolo fa.

Non si può diventare una tortora per sentirlo cantare. Ci si può

incontrare sulla scala indivisa del sacrificio, per pagare il debito

che si è stati, per aver ricevuto qualcosa che non si può restituire,

neppure dopo cinquant’anni: una cena insieme, una parola detta

e l’altra taciuta, la più importante.

  

La dimensione muta dell’esistenza. Quella che preferisco.

Bianco e nero. Una foto scolorita. Nessun ricordo.

Nessuna parola. Solo radici di radici e foglie di foglie.

Nel pieno autunno d’una buona stagione.

 

Il mio cruccio è la vendemmia, la polvere delle mani,

il fremito di rotolar lontano, come se il tempo migliore fosse finito

e a noi non restasse che un dominio del cuore che dura un battito,

l’abbraccio di una vecchia signora che mi chiede:

se esiste l’amore come danza perché il presente ne è privo?

 

Vivere diventa poesia quando è incompleto.

Come la rabbia l’astio l’affanno diventano musica

quando si consegnano al silenzio.

  

Le frazioni di secondo non lasciano alcuna speranza.

Semina la terra che è stata seminata mille volte.

Tutto rimane incompiuto per compiersi in un istante.

 

Mi sono perduto. E mi sono fermato.

La tappa è stata dura. Sono cieco ora.

Ma ti vedo ancora.

  

Ho chiuso gli occhi e li ho riaperti

Perché attendevo di vedere il futuro.

Nulla è stato uguale a chi mi ha educato per vivere.

Nulla. Non so dargli torto. La vita ha colori che si

spengono da soli. L’abitudine è breve.

 

Una coltre una rondine un inginocchiatoio.

Il consenso è di nuovo ricurvo.

 

Sto bene qui. Sto qui fino a domani. Questo mi uccide.

Come le volte di una chiesa che cadono da sole

dopo aver colmato spazi di preghiera. Il mio distacco

addolora più d’ogni altra cosa. Gli uccelli, i fiori,

il treno che turba la notte, due passi fino al mare, il gallo

che tira a far tardi, gli agrumi, la fugacità. Mi disarmano. Rivedere

gli amici di sempre, gli amici della spensieratezza (due passi

fino al mare) sembra un tesoro destinato ad essermi sottratto

con violenza. Io stesso colpevolmente faccio in modo che accada.

So che non posso – e devo – farne a meno. Poche ore ancora,

poi vado via. Dove cambierà tutto. Nessun luogo è così per me.

Sto qui fino a domani. Trattengo questi ultimi momenti. E tu non ci sei.

 

Non vorrei ma questo mondo,

con tutte le cose che ha fatto per me,

sta lasciando la sabbia per entrare nel mare.

E nessuno può accorgersi dei passi perduti.

Solo il nuotatore immerso dopo la riva

sa quanto siano costati in termini di fatica e di speranza.

Quando non tornerò,

perché sono destinato a non tornare,

la mia vita sarà sostituita da un malato di mente,

un pellegrino di molte razze, dai sogni assolati,

 che ha smesso di navigare per prendere il mio posto.

Farà lui quel che non ho fatto io, e lo farà con lo spirito giovane del clandestino.

Gli do solo un consiglio: impara a nuotare la profondità del mare.

Ogni teschio ha la propria controfigura.

Il mare sa come fare giustizia.

 

L'ultima profezia:

scrivere le parole che hai detto.

 

Sotto un bosco di cose

che non hanno niente

a che vedere con il bosco.

 

 

 

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Il Blog di Felice Casucci

Presidente della Fondazione Gerardino Romano

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"Dal volgersi delle cose al rivolgersi ad esse" -  F. C.