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Tu scendi

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Scendi dalla croce, quando avrò voglia di ricevere inganni Ti fuggirò, ma ora ho bisogno del Tuo lungo abbraccio. Apri la mano di genziana acida tra le fiasche brunite. Mi disseti ogni giorno di più. Scendi, sto per pronunciare una sillaba della Tua preghiera. Non vedi che il mondo gode del Tuo martirio? Non senti che il sangue coagula sui denti esposti al sorriso? Sia fatta luce nelle tenebre, le foglie di smalto variopinto comincino a tremare a grandissima distanza da Te, che sei gomena nell’articolazione lunare, subitanea spirale d’una cometa. Scendi dalla croce, non ho più la forza d’oppormi alla marea dell’avidità e dell’ingiuria, ora che è morto Giovanni. Chi Ti offende sa di avere buon gioco. Gli tendi la mano e gli occhi. Il chiodo universale da tempo ci ha trafitti. Se Tu scendi dalla croce, anche la nostra vita ne avrà beneficio: non dovremo pensare alla morte che accarezza i riccioli infranti, non dovremo chinare il capo al sopruso, non dovremo fuggire come prede nella tana profonda. E sapremo del riscatto, per noi, ancora in croce, innocentemente. Scendi dal Tuo arnese di morte, con le ali aperte come un albatro in volo, e donaci il richiamo dei Tuoi occhi infissi sulla benevolenza. Parlaci, da San Damiano alle strade minori, dei monaci serbi e delle ragnatele urbane, dove è difficile credere che Tu esista, senza spasmi, inchiodato nel legno. Scendi le scale del lungo itinerario che ci separa, nessuno può raggiungerci se Tu non vieni a porre la veste del Tuo manto d’oro sulle spalle chine, a darci il comando di ricostruire la casa, come hai detto a Francesco. Noi ci allontaniamo, ci chiamano altrove il dolore e il lenimento. Tu scendi prima che sia troppo tardi, anche se la croce resta e non va più via. Scendi, e dietro la porta chiusa si compia l’opera immensa del martirio e della resurrezione. Non chiediamo di conoscere più di quel che ci è dato. Ci basta vedere che parli al cuoco, dinanzi al camino acceso, del gambo fiorito che fa profumo alla minestra. Tu non voltare lo sguardo, partecipa alla vita, non dar retta alle suppliche. Ci basta questo per sapere dei confini dell’anima e della nostra nuova vita. Scendi dalla croce, ricorda l’ombra della bella stagione, quando tutte le voci corrono in strada e sembra acceso un motore festoso di giochi per bambini, come se fosse tornata l’infanzia, i nostri genitori, le case colorate e quel liquido simile al miele che gronda dal viso mentre corriamo anche noi con le voci di strada. Scendi il lungo itinerario che ci separa, quattro gradini di pena, un abisso di fango e storia. E sorreggi la speranza di chi vuole incontrarTI, come un’arpa dal canto sublime che redime e solleva. Non farla finire nelle mire del cattivo esecutore. Salva chi vola, chi sogna, chi cade e si rialza, chi non si rialza ma vola ancora, per Te, solo per Te, che hai detto d’amarlo. Non lasciare che la sentenza del Bene sia messa da parte, sia taciuta l’ultima parola cortese, sia spento lo sguardo d’umanità peregrina sulla terra. Il Tuo volto per noi, privi d’un volto. Scendi dalla croce, perché hai un appuntamento e non puoi tardare. La sirena ha suonato la fine del turno di lavoro, si torna e si aspetta, insieme, la buona novella: pane raffermo, olio, pomodoro. La morte del chiavistello, il trionfo delle libertà. La brigata ha deposto le armi. Si fa festa per strada. Vieni con noi a gioire della Tua parola. Scendi dal giorno delle palme come un tuono che frana ai lati delle dimore strette e porta in giro la sua malinconia, fil di ferro e barattoli. Accorri al capezzale del moribondo per la messa in pristino del liquido sinoviale, le corone di spine ben distribuite. Non s’aprono le stanze ultime, quando Tu manchi. Un colon metrico reggerebbe meglio il peso della confusione. Nel trambusto torna la solitudine e il battello. Un proverbio cinese dice che vi sono due cose durevoli che possiamo sperare di lasciare in eredità ai nostri figli: le radici e le ali. La Tua croce ci ha donato entrambe. Ma non bisogna indugiare nella sofferenza. Keep on movin’. Si può mai fuggire con il busto di un antenato sulle spalle? Toglici dall’imbarazzo di dover scegliere il passo. Scendi in direzione sconosciuta e percorri con noi il buon destino del samaritano. Guardo, indeciso, il Tuo venirmi incontro. Mi chiedo dove Ti fermerai ora che hai intrapreso la discesa agli inferi dell’umanità negletta. “Nel pieno della cavea infuocata, i nostri nudi finimenti. Ognuno è il centro del mondo. La sua malattia. La divinità che muore lentamente. Con un tono di velata amarezza, mentre avvicina la notizia al giornale. L’amarezza scritta da qualcun altro. Il tempo corre. Noi lo inseguiamo. O lui insegue noi. Di certo sta fermo nell’attimo in cui muore. Un cartellone pubblicitario dinanzi all’evento. Sta fermo, non sente alcuna voce. Neppure le grida del tifoso. Sta con le pantofole della morte, alzarsi dal letto per raggiungere il bagno, che gridano un nome, come se fosse vivo. Ma è solo una frase pubblicitaria che non riusciamo a imparare a memoria”. Tu scendi dalle stelle della croce con una memoria di accusa per i misfatti compiuti, senza un gesto correttivo, una richiesta di perdono, una scusa, una lacrima. Ti infili nello studio d’un avvocato e gli dici tre parole che non capisce. Non è proprio una delazione. Gli dici: “Scendo dalla croce”. Lui ha paura. Chiede: “Quando?”. Gli rispondi: “Per sempre”. Ti alzi e Ti allontani. Un giornale locale pare che abbia dato notizia dell’accaduto.

È stata pubblicata sulla prima pagina de Il Mattino di Napoli una delle Lettere a Francesca (Pacini Editore, 2016) indirizzate da Enzo Tortora alla sua compagna, Francesca Scopelliti, in quella famigerata e torrida estate del 1983. L’epitaffio di Leonardo Sciascia sulla lapide milanese di Tortora induce a credere “che non sia un’illusione”. Bisogna provarci, manifestarsi, seguire strade controverse, ignote (ai più) e apparentemente infeconde, alla Pasolini, per fare i conti con la “vergogna” di Stato, con “l’atroce banalità superficiale, la rozzezza di questa inquisizione prevenuta e folle, frettolosa, prigioniera della sua tesi … preoccupata solo di salvare la faccia”. Lui, “crocifisso”, è sceso dalla croce per leggere l’ora d'aria nei nostri occhi, “che diventano il tempo” e per dirci: “solo se chi amo vive, posso avere gioia e pace”. La sua “colonna infame” è spezzata, con un libro nel centro cristallino, che di notte interamente recita.

 

 

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Il Blog di Felice Casucci

Presidente della Fondazione Gerardino Romano

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