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Non so niente

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C’è una folla di persone in giro con me quando vado in giro. Persone morte, persone vive. Nel mio cuore, come in una pentola, brillano odori e sapori diversi. Ma uno è il dolore prevalente. Mi ricorda la caducità. Almeno, ci provo a ricordare. Non so niente. So, ad esempio, che un giorno mio figlio – avrà avuto tre o quattro anni – chiese se fa male radersi la barba, mentre seduto nel bagno mi beveva dagli occhi. Capii allora la preziosa eredità del tempo, che si trasmette senza poterla né apprendere né insegnare. Tra i ricordi e la sapienza preferisco i ricordi. Non ci si può riguardare e vivere. La vita è una lenta combustione di speranze vitali. Quando non cadiamo prima, arriviamo sfiniti alla meta. Chiediamo soccorso. Mio nonno Gerardino diceva che la vecchiaia ci offre l’irripetibile occasione di non opporci a Dio. Se la sapienza dell’età avanzata disponesse dell’energia giovanile di appagare i propri desideri non finiremmo tutti per maledire la morte? La stanchezza di vivere, invece, consente al condannato di sottomettersi all’ineluttabile giudizio finale con rassegnato spirito di liberazione. Si annoti sulla livrea dell’umiliato e offeso: “ora che non so niente, posso rendermi custode di una grande verità”. Venga, da quel muscolo vitreo dell’angelo in maniche di camicia, un sostegno. Sembra che la speranza sia tornata, con i suoi occhi bui, a sconfiggere la morte inevitabile di Samarcanda. Io dico addio alla vita, con la stessa emozione con cui le ho dato il benvenuto, confondendo le acque dell’andata con quelle del ritorno, per trovare tra i moduli d’iscrizione le domande fatali di un palpito. Ho un brivido gelido lungo la schiena, è vero, ma è un attimo, solo un attimo. Nel puzzo umido della caduta rivedo i miei cari, uno ad uno. La Luce benevola mi si getta addosso, con un mantello scuro, e rapisce l’abbraccio che cercavo, facendo di me, che non so volare, l’uccello resuscitante dalle viscere della terra. Abbiamo volato, così, verso la scomposizione delle parole. Alcune precipitavano e ci lasciavano muti. Le uniche parole che ricordo sono quelle della mia prima poesia: “Una barca è immobile / sul mare immobile / ai confini del cielo”. Avrò avuto dodici anni. Nel ripeterla alla mente, ho accordato la voce (come strideva nel mio cuore!) e ho visto la morte: la mia prima poesia parlava di una barca sola, senza passeggero, una linea d’ombra nel sole piatto, motivo dominante d’azzurro che si prometteva e negava. L’assenza è il grande interrogativo senza risposta della mia vita! Come sia possibile cercarsi amarsi nutrirsi gemere e urlare per darsi poi, in fine, sinceramente torto, tradendo ogni contatto, proprio non so. È l’amarezza, che sopravviene e sopravvive a tutto. Poi, cade la pioggia e i fulmini che inceneriscono il movimento. La finta Luce benevola viene dall’alto, come nella Camera Picta di Mantegna. Non so niente. Sollevarmi o cadere? La scomparsa non lascia adito a dubbi. Non abbiamo alcuna alternativa. Anche quando ci nutriamo di geometrie materne, onori consanguinei al diverbio e alla rovina. Il nostro rozzo tirapiedi ci scava la fossa. Si sputa nelle mani e ci dà dentro con forza. Gli consentiamo la libertà di toglierci il respiro. Quando termina la sua immonda opera, noi siamo completamente nelle sue mani. Non possiamo dire: “che Alessio sorrida!”. I suoi circoli elettorali sono stati chiusi dopo la sconfitta. Se ne sta in una stanza d’ospedale a raschiarsi la voce dal sonno. La storia amarissima del suo ultimo libro (Fidati di me fratello) non lascia adito a dubbi. Allora non resta, per sperare, che l’anti-poesia, un genere letterario abilitato alla diaspora, un tubo catodico cavalcato dalla fuga, unguento per corpi piagati. Giovanna sogna e mi mette voglia di raggiungere la barca sola in mezzo al mare per remare nella direzione lontana, scomponendo le parole come soffi di vento che traghettano i morti ad una pagoda sulla riva sinistra, sala da ballo per musici accaldati, che non vanno a dormire. Non voglio più interrompere il sogno, non voglio più recidere la linea d’orizzonte della mia barca funebre, non voglio impedire che una testa si poggi sulla mia spalla e legga nell’enciclopedia delle parole taciute il grande cielo, che non so, del futuro.

 

 

Commenti   

# RE: Non so nienteMaria 2016-06-12 17:36
L’azzurro si emancipa dal mare e dal cielo ed appare in forma nuova preparando un apparente epilogo che non è trionfo né rivelazione. Il colore si sottrae smarrendo alle parole la luce nel soffio del vento e conduce al luogo invisibile, il vero luogo della poesia: è lo spazio dell’assenza…

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Il Blog di Felice Casucci

Presidente della Fondazione Gerardino Romano

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"Dal volgersi delle cose al rivolgersi ad esse" -  F. C.