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La vita è perfetta

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Se rinasco voglio fare il pianista. E anche il violinista che l’accompagna. Girare il mondo (reale) in cerca di musica. Se rinasco voglio essere una foglia che cade nello spostamento d’aria che uccide il superfluo. Essere una cosa per non essere insensibile alle cose. Se rinasco voglio spiare la vita, non diventarne padrone, per innamorarmi dei ritagli di tempo. Se rinasco non mi faccio più male da solo, faccio fare tutto agli altri, e non li aiuto neppure quando perseverano nel farmi del male. Se rinasco mi metto seduto tra il giorno e la notte, ai piedi delle parole, da interrogarmi sul futuro. Se rinasco voglio conoscere quel tipo che ha una gamba di legno di nome Smith e riderne a crepapelle, come nel film di cinquant’anni fa, dove Julie è “praticamente perfetta”. Se rinasco cerco una rivelazione al giorno, anzi al minuto, come Tom Tom che si lancia nel vuoto dalla terrazza del film di Wim Wenders The Million Dollar Hotel (nel mio perfetto anno bisestile: il 2000) per dire, da quel punto di vista, che gli angeli esistono (“e non muoiono mai”, avevo scritto in esergo a Circolo Minimo, pensando a Gerardino Romano), stanno insieme in qualche posto della terra visto dal basso, perché “la vita è perfetta”. C’è poco da fare, se rinasco voglio stare con loro. Se rinasco m’insedio (parola ricca d’una sovrabbondanza di vesti pontificie) nel mese di aprile 1438, di cui parla Niccolò Machiavelli per distinguere il possesso dalla libertà. Se rinasco pronuncio solo il tedesco. “Die Welt ist alles, was der Fall ist”, per citare un genio viennese della prima metà del ‘900, esempio morale di bellezza oltre la convenienza. Sulle sue tavole di verità imparerei il disegno, la perfezione isomorfica dello specchio, e comprerei un Tractatus vendendomi l’ombrello tautologico. Se rinasco voglio accadere nel mondo, piombare sull’incertezza e regredirla del tutto. Se rinasco supero i mille brevetti di Edison (poi dicono che la scuola faccia bene!) e gioco con il pogo stick, dopo essermi preso una laurea in matematica nel Michigan. Se rinasco imparo l’uso delle mani, non per metterle al servizio del padrone ma per far divertire i bambini. Se rinasco costruisco la casa comune delle sensibilità disciplinari, invito molti antropologi alle mie feste e leggo a puntate il Sermone dello Spirito Santo, un’opera di Vieira del 1657, per dire che una casa ha Millepiani e un’anima che sfugge ai contorni, si modifica, risorge, dove s’è persa indelebilmente. Se rinasco entro ed esco dal mito classico, sacrifico Platone in favore di Eschilo. Ora tutto questo materiale è confusamente riposto in un andito cieco che uno sforzo personale fa diventare eloquio, rimembranza, favore. L’altro non è solo la persona umana. Nonostante la nostra Carta costituzionale (troppo) vi si soffermi. E il mito? Se rinasco m’immedesimo con le lotte intestine di una radice di tre lettere, poetica, araba, canto come un merlo al mattino e i miei occhi bui nel pian della veglia segnano balaustre. La ralla sconfessa il pensiero del perfetto allineamento, eppure funziona e fa funzionare il movimento con il quale mi vieni incontro. Se rinasco non mi proietto più in un farisaico orizzonte di pace, propongo il rugere come l’increspatura del mio viso stanco. Se rinasco mi sistemo in un pendolo, sul quale è scritto: Tempus fugit. Non si dispiaccia il Virgilio di Napoli, non mi critichi Alice nel Paese delle Meraviglie, non m’inghiottano le Sabbie del tempo di D’Annunzio, né si spengano Le candele di Kavafis. Ascolto Jon Anderson che intona melodie orchestrali da mezzosoprano. La mia idea del tempo è ciò che di più dissacrante si possa immaginare con serenità. Se rinasco curo la pubblicazione dei frammenti postumi di ogni mia demotivazione, rubati da ballerini in transito sulle banchine danubiane d’edera fuorviante. Se rinasco brucio i libri della tortura e i loro torturatori, compongo una Apocalisse autografa. Se rinasco dall’opera di Ovidio, il testo più amato, prendo pausa sul Tempus edax rerum. Leggo, leggo, leggo, fino allo sfinimento, giorno e notte, le mie Metamorfosi. Anche Zeus lo sa e accetta la morte più amara, perché “a ciascuno è dato il suo giorno”. E leggo il tempo “reo” di Foscolo, quello di Ungaretti, per il quale “la morte si sconta vivendo”, senza più un moto d’ira. La fatica di vivere brilla sugli smeraldi di Dresda. E danza per noi che ne siamo privi. Se rinasco prendo l’autobus 2857 del 1° dicembre 1955 con Rosa Parks per lasciarle il mio posto prima che la Corte Suprema si pronunci sulla segregazione razziale e la luna gialla dei Nevill Brothers dipinga di musica i muri di Detroit. Se rinasco m’incontro con Zack nel carcere dell’ingiustizia e chiedo a Giovanni, il mio angelo custode, di toccare Dio con una falange separata. Se rinasco recito d’un fiato agli assenti Il gioco favorito di Leonard Cohen e gli anni successivi, quando Rebecca gl’irradiò l’avventura con i suoi rossi capelli. Se rinasco non prendo un taxi per la malinconia, non scrivo su un foglio prosciugato di parole: “I sogni lasciano segni. Poi fanno male. Spariscono. Per essere stati sognati”. Se rinasco salto un giro, vado direttamente alla vita che segue, la vita perfetta, veloce, lontanissima. La vita vissuta, prima di sapere che mi è stata assegnata proprio così come è stata.

 

 

 

Commenti   

# RE: La vita è perfettaMaria 2016-05-04 20:24
col vento dell'Est e "due penny dati di cuor"...

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Il Blog di Felice Casucci

Presidente della Fondazione Gerardino Romano

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"Dal volgersi delle cose al rivolgersi ad esse" -  F. C.