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Le chiavi perdute

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“Sono nudo davanti alla morte. Ho paura e vergogna di vivere”. Questo ho replicato ad Angela, mentre gli stendardi calpestati dei petali rosa entravano nelle ultime stanze dei ricordi e mutavano colore in un rosso vivo, il sangue di Giovanni, discepolo prediletto, morto sulla strada del ritorno nei pressi di Nola, sigillo del gran Maestro.

Le chiavi, alla stessa ora dell’incidente stradale, andavano perdute nelle tasche d’una vettura in sosta, posate lì come il petalo di un fiore su onde di scala armonica.

“Unità vi chiedo, nient’altro. Unità dei simili e dei dissimili. Compresenza d’ali nel battito cardiaco che ha smesso di respirare. Una pausa alla guerra incessante”.

Il pezzo del muro della storia con cui pensavamo di edificare il futuro è caduto.

“Il dolore è così forte che quasi non lo avverto più. Ho aspettato l’Alba sperando che tornasse ma non è tornato”. Lo scrive la sorella di Giovanni. Poi il silenzio.

Ci sia di conforto “la prima stella che si è accesa accanto alla luna per ricordarci che non siamo soli, che è possibile resistere senza opporsi, che accettare i drammatici risvolti della vita non significa rinunciare, ma individuare quella fessura sulla trascendenza che rende possibile respirare nel vivo il tempo”. Lo dice chi non sa ancora dell’evento luttuoso, eppure ne parla con una sospesa meditazione.

Antonietta, alle 17.20. “Ripenso a questo tuo figlio mancato, alla morte. Sono cresciuta in questo pensiero naturale, certo rispetto alla mia provvisorietà. La morte in città è un corpo sottratto che cambia dimora, al paese membra distese, veglie di pianto. Ricordo le voci, sollievo o sconforto, segreti, piccole bare, confetti e lunghi cortei, un cimitero di visi, il solito giro tra loculi spogli e in fiore, il ritorno equo tra polvere e terra. La morte ci insegue, è un nemico fedele che avanza nell’ultimo scatto sulla vita che cede distratta. Noi eterni, invincibili, piccoli nel nostro domani, che sfugge e trattiene germogli di seme, sicuri di vita, ma il cielo sleale nega l’attesa, punisce l’umano nel duro risveglio a palpebre chiuse, spirato e reso carne incolore”.

Nel giorno della morte di Giovanni, il pianto era acerbo. “Vivo. A fior di labbra. Sul limitare del bosco ceduo. A perdita d’ogni speranza. Colosso di pietra sbriciolata dalle ore. Mutilato di guerra. Comitato che finge di replicare all’avventura del giorno con le sue tre anime di cenere. E chirografo scontento nel firmamento. Così forse sai come mi sento”. Questo racconto breve, non disponendo di tempo, del mio tempo, chiudeva un ciclo. Anzi, lo annunciava prima che accadesse. Evidentemente non potevo perseverare nell’illusione che la vita fosse infinita e mi liberavo dell’ingombro di credervi. Dal mattino, un senso di frustrazione e di vuoto. Fiutare il sangue, la battaglia e vedere intorno solo i segni impudichi della rapina, del gioco d’azzardo. Siamo sempre in viaggio. Da un luogo all’altro con la nostra valigia piena di trastulli. Si parte da un luogo grigio, immenso, come la colata di cemento di un’autostrada. Lungo l’asse obliquo si sogna la pestilenza, la morte, la pace. Tutto ha fine. Questo è l’unico segreto evidente. Sono soffi vitali in perenne congiunzione.

“Tu cerchi la vita, la cerchi in me, che non so cosa sia. Forse è meglio così, meglio non sapere quando si è cambiato giudizio. Non bisogna provare a capire quel che non si può capire: sentire quanto batte la luna, la piena dell’orologio senza l’ora finale”.

Il corpo riposa sotto una coperta di stelle, dove è vissuto, anche se manca alla realtà.

Mi sembra di aver secoli e non bastare a niente. Sole distante! Tenebra squillante!

C’è un quadro nel mio studio. Ci ritrae nel giorno della cresima di Giovanni adulto. Entrambi eleganti, sorridenti. Gli sguardi s’incrociavano senza toccarsi. Mostrati al vuoto d’oggi sembrano promettersi un’intesa, una calma. La mano sulla sua spalla.

Indignato è Ugo per questo rapimento di bontà, del Bene, per questa ingiustizia.

Io dico che la ricetta d’ogni medicamento resta chiusa nello stipo di casa. Le chiavi stavano nell’impermeabile, al guardaroba. Un fraintendimento. Cerchi qualcosa che non trovi. Sta sotto i tuoi occhi e non la vedi. Perdiamo i riferimenti, la strada. È solo uno scambio di persona. Uno entra, l’altro esce. La morte sta dove deve stare. Nella tasca del tuo impermeabile, al guardaroba. Sono le chiavi di casa perdute e ritrovate.

Adeste fideles laeti triumphantes, venite, venite in Bethlehem. La casa è aperta. Tutti vi entrano. Nessuno escluso. Giovanni ci ha preceduti nella casa del Signore. L’angelo riposa. Non piangete. La dimensione ultraterrena ha sistemato il suo anello. Chi entra sa di dover chinare il capo e scendere nella tenebra della muta adorazione. A noi non è consentito fare miracoli, ma adempiere alla volontà della rinascita. Ha un soprassalto la casa di grida e lamenti, amici e parenti. Vi è un corridoio e una stanza.

L’orologiaio, il gran Maestro nolano, consegna le chiavi a chi muore e le fa ritrovare a chi vive. Dentro l’Anima. Nello stesso istante, le stesse chiavi, in due posti diversi.

Non rinasce chi muore. È il suo Salvatore a rinascere in lui, trasfigurandone le membra, quegli occhi d’Oriente dolcissimo e grave. Chi muore sottrae le chiavi per farle ritrovare. Come ha fatto altrimenti a seguire, soccorrere, se non aveva membra?

Giovanni gioisce sul lago salato, fragile nella profondità, umile nel dolore. Riappare, come un vicino di casa che tira le tapparelle delle persiane, s’affaccia e stupisce. Ha un piccolo taglio sul viso. La testa reclina.

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Il Blog di Felice Casucci

Presidente della Fondazione Gerardino Romano

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"Dal volgersi delle cose al rivolgersi ad esse" -  F. C.