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Tutto è grazia

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Apri il palmo della mano. Raccogli la pioggia che non sembra finire.

Fallo per me, fino a soffocarti di sudore, di lacrime e di baci (di cui aver cura).

Niente è vano, niente è indispensabile quanto la bellezza.

Siamo guidati dalla grazia, come il curato di campagna di Georges Bernanos.

“Tutto è grazia”, sussurra morente. Dietro c’è Santa Teresa di Gesù Bambino (mistica e drammaturga francese vissuta brevemente alla fine del diciannovesimo secolo), definita da Pio XI la “stella del suo pontificato”.

Dietro c’è il curato d’Ars, Ernest Hello, la fuga intimistica di Huysmans, Wilde.

L’ipotesi della rarità della Terra non toglie niente agli occhi e al volto sublime.

Sono in ascolto dei tuoi occhi. Come pioggia in un palmo di mano.

Siamo soli. Paradosso di Fermi. Autori di una scienza imprevista. Alla Renan.

Così, “avanzando nel buio della notte”, inciampando nei “più segreti pensieri” (William Shakespeare), arrivo dove non avrei immaginato. Al nulla.

Ho sperimentato l’anima di velluto di un piede. Inseguo. L’uomo che è in me.

“L’uomo”, primo album di un gruppo di rock progressivo napoletano. Musica!

Sono trascorsi molti anni, troppi, ma nel cuore dell’uomo non c’è parentesi.

Il blues dell’uomo morto del Tommaso e il fotografo cieco di Gesualdo Bufalino. La musica, appunto, “un messaggio serafico sulle cicatrici dell’anima”. Grazia, ancora.

Ne chiedo. Non posso farne a meno. Non so di averla e ne chiedo in giro. A persone che sorridono di me, o mi disprezzano, per la generosità dell’inganno.

Mi trovo a favore di Berto, non di Moravia, con buona pace della giovane Maraini.

Invito Lucia Brandi, lettrice in odore di santità, a consultare, nell’ordine: Bufalino, Saviane, Gadda e Berto. Grazia della letteratura che non sa fare a meno di noi!

Il 18 febbraio 1940 nacque Fabrizio De Andrè: “Certo bisogna farne di strada da una ginnastica d’obbedienza fino ad un gesto molto più umano che ti dia il senso della violenza però bisogna farne altrettanta per diventare così coglioni da non riuscire più a capire che non ci sono poteri buoni”. E l’imputato “giudicò chi gli aveva dettato la legge: prima cambiarono il giudice e subito dopo la legge”. Grazia dell’anarchia.

L’amore non ha compimento nella sua fine. La fede sembra essere molto curiosa.

Grande la ricchezza di non aver niente: un bel giorno affittato da una bella notte.

Il piacere non è democratico. Inchinarsi, con grazia, al divino imbarazzo del pudore.

La pietra del tempo, senza peso, un abisso nella memoria, una nuvola di pioggia annodante, che supera il limite, quando il vento confida al cielo una grazia.

Scaltra buiezza dell’allungamento onirico. Il cielo scopre un letto sul tetto.

Solo l’oscuro giudizio della vita ci lascia sospesi. L’onda finisce oltre il limite.

Oltre il quale vi è l’infinito, non una somma ma il culmine acuto di una prassi.

Don Bosco sognò che le cose impossibili diventano possibili attraverso la scienza, quella che ha un nome di madre.

Si ripetono molte volte le stesse cose per dimenticarle, e poi rinnovarle.

“La sottrazione di benevolenza è un castigo che eccita l’emulazione”. Vi si è spinto Don Bosco nell’Ottocento, a proposito del “sistema preventivo”. Andrebbe ricordato ai giustizialisti di ogni tempo e di ogni religione. L’unità fugge gli inseguitori.

Scriveva John Rawls: “Ogni persona possiede un’inviolabilità fondata sulla giustizia, su cui neppure il benessere della società nel suo complesso può prevalere. Per questa ragione la giustizia nega che la perdita della libertà per qualcuno possa essere giustificata da maggiori benefici goduti da altri”. Una teoria è come una candela nella notte di vento, difficile da tenere accesa se guarda all’impronunciabile parola.

Infinito introdurre un motivo, in attesa che incrementi e sollevi la sua grazia.

Su Il vaso d’oro siede Hoffmann, ammantato dello splendore romantico tedesco. Tuttavia, credo che manchi la sincronia delle difese letterarie: Metropolis di Fritz Lang giunta fino a noi con i suoi grattacieli e gli operai stremati del sottosuolo. La Babele è una torre, l’altezza un incubo che si costruisce da solo nei cuori volanti.

Un “risveglio”, alla Hamsun, ha “fame” di alleare le proprie ragioni. Ho scritto in uno “stato di grazia”, gioia dell’abbandono delle regole alla ricerca della verità. Tra i saggi di Sciascia (che cita Montaigne sulla felicità) e il teatro sperimentale di Barrault (la sua Fedra non vendica Ippolito, mentre Euripide, Seneca e Ovidio erano con gli studenti, all’Odeon di Parigi, nel ’68, a protestare) c’è di mezzo Italo Calvino. Questi diceva, nella seconda delle sue Lezioni americane, quella sulla rapidità: “la funzione della letteratura è la comunicazione tra ciò che è diverso in quanto è diverso”.

È grazia quel mare di sogni, di parole, di corpi, dal ventre materno ai ricordi.

Non si vanti d’aver compreso. Non è chiaro fino alla fine. La più eminente figura d’uomo traccia segni invisibili sul finestrino lungo il viaggio. Tu guardi fuori e non vedi la polvere che sei. “Se qualcuno è piccolo che venga a me” (Libro dei Proverbi, cap. 4, vers. 9). Si può “vivere d’amore” nella “notte del nulla”?

Il filosofo tedesco Max Scheler, nel saggio Sull’idea dell’uomo del 1914, sosteneva che “l’uomo è solo un passaggio, un apparire di Dio nel corso della vita, e una eterna trascendenza della vita oltre se stessa. Solo così si può risolvere il problema di una definizione, giacché un uomo definibile non avrebbe senso alcuno”.

Dunque, s’appunta sul petto di questo martire d’occasione un ordo amoris che fa di lui, più volte ribadito, un cieco in cerca di colori, un eroe in un pantano, una colomba vincolata al peso ascensionale. E pure il “maestro di comprensione” della Stein.

Si disperde la morte. “La casa brulica di gioia / Come una brocca piena di latte al sole”. Andreas Embirikos parla di una ragazza. Forse di occhi verdi, sudore, lacrime e baci (all’improvviso), che la morte lascia traboccare, con grazia, ai tuoi piedi.

 

 

Commenti   

# RE: Tutto è graziaMaria 2016-03-03 18:24
"Dio è colui che, mediante l'opera della notte oscura, si ritira per non essere amato come un tesoro da un avaro. (...) Se si ama Iddio pensando che non esiste, egli affermerà la sua esistenza" E' Simone Weil ne "L'ombra e la grazia". e aggiunge: "la grazia colma, ma può entrare soltanto là dove c'è un vuoto a riceverla; e, quel vuoto, è essa a farlo". "L'amore non è consolazione, è luce".

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Il Blog di Felice Casucci

Presidente della Fondazione Gerardino Romano

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