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Tradisce

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Tradisce chi perde il lavoro, la strada di casa e l’albero d’ombra della sua mano.

Tradisce chi maltratta la vita, tradisce chi governa il mondo, chi se ne fa governare.

Tradisce chi mastica il tabacco di ogni impresa, come se tutto gli fosse indifferente.

Tradisce chi nega le stelle, perché non le vede ovunque, dove le stelle si trovano.

Tradisce chi lascia un foglio di ricordi senza averli mai donati, respirati o sognati.

Tradisce chi resta in bilico, indeciso se poggiare il capo sul cuscino di un mantra.

Tradisce chi indossa abiti nuovi, mentre il corpo liso li consuma, inesorabilmente.

Tradisce chi è messo alle corde e guarda intorno la folla che grida il nome del sangue.

Tradisce chi non ha una veglia da attendere o un cuore da proteggere, nella notte.

Tradisce chi ha sete e ha fame di parole più grandi del cibo, e non ne viene saziato.

Tradisce chi ha avuto Shlomo Venezia per amico e ora che non c’è più lo dimentica.

Tradisce chi porta il proprio altare nei luoghi dell’esibizione, dove l’altare si trova.

Tradisce chi non sente lo sciame delle persone amate volare e posare odor di miele.

Tradisce chi lascia cadere il velo di tristezza dagli occhi, sapendo di saper piangere.

Tradisce chi cerca la didascalia lontano dalla sua fantasia e il bene lontano dal male.

Tradisce chi non guarda mai in viso, chi non conosce ciò che decide, chi non sorride.

Tradisce chi nasconde la divisa, l’affligge di dolorosi segreti e di empie tradizioni.

Tradisce chi tradisce la poesia, il senso prematuro di una povera beneamata rivolta.

Tradisce chi compone un verso nel verso congeniale soltanto a chi glielo ricambia.

Tradisce chi ha l’urgenza di una fatica dalla quale non riesce a prendere le distanze.

Tradisce chi canta le canzoni di Giorgio Gaber ma non sa che farsene del suo vino.

Tradisce chi è malato, disprezzato, recluso nonostante malattia, disprezzo, reclusione.

Tradisce chi si presta pavido all’appuntamento che ha consegnato se stesso alla fuga.

Tradisce chi manca ai minuti che gli restano da vivere come un bersaglio a una festa.

Tradisce chi affronta la discesa infernale da una premessa che porta pioggia piana.

Tradisce chi “onora il padre, la madre e anche il loro bastone”, li onora e li tradisce.

Tradisce chi dice ho vinto e poi sparisce, in un secchio o una vernice come un’alice.

Tradisce chi antepone la fedeltà al valore, ma poi tradisce entrambi per un malore.

Tradisce chi fa il geriatra imbarazzato da una ferita che conta e riconta le proprie ore.

Tradisce chi ha un cappuccio in testa e propone le avventure che non vede partire.

Tradisce chi dice “non meritava il mio amore” ma tace la carambola d’averlo amato.

Tradisce chi siede al bar e deglutisce il granello della mente senza spighe di grano.

Tradisce chi intona i cori affettivi in un cielo plumbeo di sabbia e cemento espanso.

Tradisce chi aspira al ritmo vano, alla perdita di forza e di luce che precede il sole.

Tradisce chi plasma la sfera disadorna con un tocco di mani irreali, incolmabilmente.

Tradisce chi scuote membra d’altrui dolore, chi riscuote un prezzo per quel dolore.

Tradisce chi nega la serietà della morte dalla finestra in ombra che assiste alla vita.

Tradisce chi ignora che ogni istante può essere l’ultimo, che ogni addio è trascorso.

Tradisce chi crede alle linee dritte e non sa che tutto nella vita è frammento spezzato.

Tradisce chi non sente che siamo sul punto di lasciare al destino le risorse migliori.

Tradisce chi canta e balla con occhi e labbra ma non può dare un volto alla felicità.

Tradisce chi costruisce ostacoli, ostruisce comandi in un inerte, mutilato far profezie.

Tradisce chi nega la libertà al Dio imprigionato nel suo cuore, chi gli nega l’Amore.

Tradisce chi soffia sull’acqua il vento spumoso di un viaggio che l’acqua disperde.

Tradisce chi mette sulle ali del Gabbiano verghe di piombo di una sconfitta non sua.

Tradisce chi non chiama il mattino “Lucino”, per dargli il nome che ha un bambino.

“Ditele che l’ho perduta quando l’ho capita, ditele che la perdono per averla tradita”.

Tradisce chi canta le canzoni di De Andrè e De Gregori ma non sa più che farsene.

 

 

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Il Blog di Felice Casucci

Presidente della Fondazione Gerardino Romano

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"Dal volgersi delle cose al rivolgersi ad esse" -  F. C.