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L'invisibilità

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L’invisibilità è il contrario dell’apparenza. Con gli anni la conquisti, la cerchi. E una volta trovata, non vuoi che vada più via. Te la coccoli nel cruccio, la tiri fuori dal vespro, ne discuti sotto la tenda della doccia, quando l’invisibilità fa rauca la voce a chi entra nel bagno e si lamenta di quell’inutile consumo d’acqua. Resti in panchina. A tirare le somme, ti piace guardare la partita dal pelo dell’erba, che ti smuove dentro il disordine delle piccole opere e insegue un orizzonte capace di grandi fioriture.

Amo la letteratura perché si occupa di questo. Grazie a mio figlio, ho riletto la novella di Verga L’amante di Gramigna, quella che comincia con il famoso “Caro Farina”. Si aggrappa l’Autore a tale “abbozzo di un racconto” come il neonato al seno materno. Si tratta di “abbozzo” narrativo popolare “raccolto pei viottoli dei campi”, dove il fatto “nudo e schietto”, il “semplice fatto umano” occupa tutto lo spazio disponibile nel “documento”, aiutando a “pensare sempre” alle grandi “conquiste” delle “verità psicologiche”, utili alla cd. “arte dell’avvenire”. Ecco, siamo al punto di un vero e proprio “studio dell’uomo interiore”. La letteratura, come “scienza del cuore umano”, fondata sulle “risorse dell’immaginazione”, può scrivere solo dei “fatti diversi”, sottratti normalmente alle commemorazioni ufficiali. Il romanzo, “la più completa e la più umana delle opere d’arte”, nella quale il processo creativo vive una condizione immanente di “mistero”, sarà confezionato e reso da una mano che “rimarrà assolutamente invisibile”. Mi si obietterà che questo è il verismo, una corrente letteraria del tutto superata dagli eventi successivi. Non ne discuto. Mi limito a dire che è molto sano proporre discrepanze a un’educazione convenzionale, fondata sull'apparenza.

La vecchiaia, con la fine degli inganni, con le sue rughe, i suoi giorni sconosciuti, lavora in favore dell’invisibilità. Mio padre, pur vecchio di saggezza fin dalla giovane età – a causa della guerra, delle fatiche professionali e della vita dolorosa – non la pensava come me. Non riusciva ad accettare l’idea che la mancanza di riconoscimento, il deturparsi del volto e del corpo, l’indebolirsi diventando schiavi d’altri, fossero un segno di scomparsa annunciata che alla fine l’avrebbe avuta vinta.

Il tema dell’invisibilità è il tema della nostra vita. Ogni rigo di romanzo che ho letto lottava contro la mia pretesa di una identità colloquiante e interpretante. Desiderava cancellarmi e c’è sempre riuscito. Il diritto occidentale, dal celeberrimo Habeas corpus in poi, ha lungamente parlato di un corpo che voleva disconoscere.

Nell’invisibilità si vedono molte cose: i pupi siciliani che affrontano valorose scalate dei muri nemici e che dai lampioni spenti mimano una sanzione; la “polemica di dignità” che l’impiegato di Fabrizio De Andrè chiede “al meglio della sua faccia”; la straordinaria equità della in integrum restitutio come riparo ad un'offesa portata dal diritto; l’uomo solo contro l’uomo organizzato di cui parla ancora De Andrè.

Un solo uomo basta a testimoniare che la libertà non è ancora scomparsa; ma di lui abbiamo bisogno. È allora che crescono in noi le forze per resistere” (Ernst Jünger, Oltre la linea). Questo uomo libero non è visibile ai più, egli appare nelle nebbie della nostra mente come un uomo disteso che sorride a se stesso in perfetta solitudine.

 

 

Commenti   

# RE: L'invisibilitàMaria 2016-01-10 19:40
L’adesione all’immagine di sé comporta la perdita della libertà costitutiva della propria umanità. Se non siamo più “luogo”, possiamo guardare all’Altrove e nessun codice potrà più catturarci. Il dire non diventerà detto e le parole saranno movimento, Vita e tempo.

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Il Blog di Felice Casucci

Presidente della Fondazione Gerardino Romano

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"Dal volgersi delle cose al rivolgersi ad esse" -  F. C.