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Il giurista visto di profilo

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Isaac Newton era un bell'uomo che cavalcava la fine del diciassettesimo secolo. Non aveva limiti la sua fantasia. Ad esempio, confidava talmente sul fatto che la luce bianca fosse la somma degli altri colori, che riuscì a dimostrarlo. Scansò persone illimitate, tipo il cardinale Bellarmino, santo e inquisitore (che si aggirò, come preposto dell'ordine gesuita, anche dalle nostre parti verso la fine del cinquecento), tenendo segrete le proprie opinioni (ad esempio, sulla dottrina trinitaria, che disconosceva). Ma egli odiava i cattolici di Cambridge, e se lo poteva anche permettere. Il suo metodo scientifico non fingeva ipotesi non suffragate di causa ed effetto.

Mi par giusto narrarlo in esordio a un ammirato commento del libro di Paolo De Angelis Catarsi e giudizio (Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli, 2015).

Nel testo scorre un fiume in piena. In un punto bisogna pur attraversarlo senza il rischio d'esserne travolto. Ho scelto la favola di Newton.

Vi si racconta "la funebre superstizione, liturgica e detentiva" della mite Europa, e l'abito d'eccellenza indossato dall'Italia in dispregio delle sue più belle tradizioni culturali. Compare, come dicevo, Newton, oltre a Bruno e soprattutto a Beccaria, pompieri dediti alle pestilenziali fiamme del purgatorio bellarminiano.

I luoghi dell'afflizione non cambiano mai, hanno sempre dei custodi (si fa per dire) misericordiosi che t'insegnano la solitudine, la colpa, l'infelicità.

Al centro del racconto sta la "riconsiderazione del valore culturale della motivazione", centro irradiante di soluzioni ispirate dalla "comparazione" e dagli "studi letterari" e, con essi, da un citazionismo proattivo, formato e formativo.

Questo braccio potente, capace di maggiori traguardi, non cerca vittoria sui vinti ma sui vincitori, coloro che esercitano il giusto senza il gusto delle pietanze di cui è fatto, solo per disputare sterilmente la veste di Cristo. Non è diversa la tragedia di un uomo e di una comunità: "manca la possibilità di un umanesimo profondo".

I dadi con cui giocano gli esiti di un processo penale sono da Paolo De Angelis tutti svelati. Non vi è autore che Egli non accolga nel suo nerbo letterario immacolato e che non tramuti in un Oreste, in un Edipo a Colono o in una figura supplichevole.

Nella sua logica filosofica e giuridica tutto ciò che è irragionevole è incostituzionale. Ed è irragionevole la replica degli eventi irrevocabili, quando la mente che li partorisce, come le labbra di un bacio di Giuda, si posa sull'inferriata di una buia stazione carceraria senza muovere un muscolo dell'arte del "sapere" e del "pensare".

È un densissimo saggio pubblicato per impedire le banalizzazioni, revocare le certezze, respingere i conformismi, liquidare i militarismi. Vedere e far vedere quel che normalmente si nega.

Chi legge cade nella rete e il fiume lo trascina dove la profondità scompare, nel pieno di una poesia inaridita da un'abbondanza di pioggia acida.

La mutevolezza dello stile serve a svelarne i segreti con la potenza dell'oracolo. "Il tempo diventa una pena: non si sa quando accadrà e che cosa accadrà".

Le persone libere non sanno di coloro ai quali la libertà è violata, come le persone sane non sanno di coloro che soffrono. Ma egli sta nel mezzo, tra gli uni e gli altri, a gridare la sua ira, la ferita, le false piccole monete in cui inoltrarsi.

Tra indizi, crimini e bestialità il cosmo di luci offuscate non appare sanabile. Ha ragione il Nostro: "non c'è nulla di più fragile di una verità indifesa".

Nessuno è me come lui. Tiche ci unisce, i versi di una bibbia, la strada maestra di Erizzo (quella divisiva), una catarsi in fondo al buio, uno straniero che ragiona con noi sul mondo in disfacimento e sulle (limitate) possibilità di un nuovo umanesimo.

Le vele tornano a gonfiare il cuore tremante ("un tremito convulso che avvisa della protezione assoluta"). Nessuno tocchi Caino. Torna alla mente "la nota veramente umana dell'esitazione" di Valla, la vena prorotta del "turbamento" di Vico, la schizofrenia di Pellico, il "diritto di difesa" di Mazzini, la doxa di Platone e la pagina 104 che mi ha dedicato, il "sacrificio" rivoluzionario del Risorgimento. Montesquieu e Rousseau in salsa Filangieri. L'Europa moribonda di Omodeo. Quel gran napoletano del gran Settembini, che non sfuggì all'onore di Mann (La montagna incantata, 1924). Il diritto canonico di Gravina, così prossimo ai futuri diritti umani. Pinocchio e Alice ("Non siete altro che un mazzo di carte"). L'educazione sentimentale e quella morale. Il Consiglio notturno di Platone (ancora lui), composto da uomini virtuosi che conoscono l'unità del molteplice. Il "secondo paradiso" di Hegel, quello degli studi classici, che disarma la "spigolosità sentenziante" e rianima di sangue vivo, generoso il corpo dei condannati. L'eutanasia che riemerge dalla morte. Pagano e la sua Logica dei probabili. Plutarco con la tecnica dell'ascolto. La frode numerica data in pasto alla filologia e da questa alle leggi dei mercanti. Turati su tutti, quel "cimitero dei vivi" irredimibile che pesa sulle coscienze. Il grande scienziato napoletano Di Capua, esperto di diritto e medicina, che critica la verosimiglianza (e il filosofo della stessa luminosa terra, Cornelio, e un passo avanti nel tempo Telesio) per una conoscenza in sé dei fatti. L'arco di Apollo in Euripide. De Sade che scrive poesie sulla verità nel 1787 e quel luogo, Vincennes. La "parte in ombra dello Stato di diritto" in Salle. La calamitas innocentis di Sant'Agostino e una frase che pesa come un battito d'ali sventrate: "l'inconsapevolezza è spesso la rovina dell'innocente". La Rivista mensile di politica e letteratura di Calamandrei, il Ponte, da cui tutto ha inizio.

Viene da dubitare che sia possibile un giorno, un anno o una vita per contendere all'Autore una così formidabile opera di sensibile cucitura d'orli e di figure. Ci si sente spossati alla fine, come Lord Byron dinanzi alla follia di Torquato Tasso. Il "lamento" della "carne inferma", avvertita, sfiorata, fa dubitare che si riesca a porre riparo al male con un pentimento o uno scritto (ben riuscito ma) tardivo, perché in nessun posto vi è riposo, perché non è consentito dimenticare, perché la parola finale perde ogni umana sembianza e mente l'infelicità e sprona l'irrequietezza, fino a munirsi di un'incostante pietà per dare un volto al "contagio del presente abisso".

Non puoi vederlo in volto questo Maestro, questo giurista nuovo, solo il profilo.

 

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Il Blog di Felice Casucci

Presidente della Fondazione Gerardino Romano

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"Dal volgersi delle cose al rivolgersi ad esse" -  F. C.