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L'orologio

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L'orologio gira se lo spingiamo sul bianco quadrante nella quieta rivolta delle ore. Che il Tempo sia nel tempo! E non vada più via. Anche quando tutto passa. Anche l'acqua piovana. Dalle vetrate del sole, lungo un riflusso: ritrovarsi e proteggersi. Il mio orologio ha dei numeri mancanti, come un conto alla rovescia pronunciato troppo in fretta. Ora (è il caso di dire) metto le cose al loro posto, i riferimenti segnaletici sulle strade principali, le altre le presidierò da solo. E parto. Parto per non tornare. In uno di quegli ("oscuri") Desideri descritti nella silloge Pianissimo di Camillo Sbarbaro, quello in cui gli vien voglia di gettar via "come un ingombro inutile" il proprio "nome" e di andarsene in giro per il mondo "a cuor leggero". Con l'intenzione, ben custodita, di non far niente. E di puntare, come una balestra nel cielo, proprio al niente, di cui è fatta ogni cosa. Il mio orologio si spinge oltre il quadrante, fa un trapezio e lo colora dei visi delle persone che ha amato e che il tempo ha cancellato. Non fa alcuno sforzo per rimanermi al polso. Resta lì e gira inutilmente. Sul comodino, prima, nel limitato orizzonte del cassetto, poi. Gli consento di girare a vuoto perché so che un Tempo superiore mi comanda, rallentandomi il battito del cuore, fino quasi a toccare la parete rigida dell'immunità. A me non resta niente da condividere con qualcuno, se non la visione di un aratro nella terra fecondata dall'acqua piovana e un "mostrarsi" attento alla vigilia del disordine molecolare, in cui tutto avrà fine e inizio, come una giostra sulla quale ridere a squarci, disponendo le antenne alle case in modo che vedano in primo piano il viso che ride un'ultima volta. E non dir niente ai "giovani", disperando l'umana bontà di Attilio Frescura, l'imboscato martello letterario della paura, caduto dalla scala del Podgora sulla testa di mille e più, i "giovani" indifesi, nonostante la passione e le armi al collo. Di tutto questo a me non resta niente. A parte un orologio che gira intorno ad ore fisse, sempre uguali a se stesse, come se non avessero una sola goccia del mio sangue versato sulla trincea abbandonata in cui si è fatta la storia, una storia avida, diventata con il tempo natura, preghiera ai morti ammazzati per libertà, di cui faccio qui professione di fede.

L'orologio dice che Piero Maio è passato con l'auto a un passaggio a livello incustodito in contrada Pantano, quella devastata dall'alluvione di Benevento dei giorni scorsi, e un treno della Valle Caudina gli ha rubato le ore, consegnandole allo strazio della madre. Era stato un ragazzino biondo d'asilo, un tabaccaio promesso, un laureato in economia con 110 e lode per l'orgoglio smisurato di luoghi e parenti. Tutto si è portato via il tempo. In un momento si è scritto e cancellato per sempre. La "bocca murata dell'amor mio" ha smesso di pregare e ha pianto. Come Gesualdo Bufalino sulla strada di Comiso quel giorno di giugno, lasciando incompiuto Shah Mat e la vita degli scacchi. Io so che non ne è valsa la pena. Tutto questo teatro è solo una questione di stile, sgominato e fradicio.

Dai piatti a sonagli alle profondità del bronzo, alti e bassi, minuti-secondi beneficiano dell'inutile, trovarsi senza alcuno scopo (chiedersi perché), lasciando che il tempo unisca e separi, prevalendo su tutto, lasciando in profondità, come un amalgama, le profondità del bronzo tonante, il "sentimento del tempo" che Ungaretti chiamò, nell'ultimo capitolo, Amore. E c'era il fascismo, mio padre con i sacrifici di una lontananza dalla scuola in circumvesuviana, il suo "giorno vivo" tra tanti scomparsi, come lui, nel precipizio, nel vuoto che redime, come un sentiero tortuoso nel quale ci si addentra e la paura fa il coraggio, e questo la voglia nuova di non tornare indietro.

Il Tempo nel tempo. E nient'altro. Aggrapparsi alla locomotiva che uccide, che ci porta via. Invece di restare dove siamo. Sapore immobile, coperta fredda. E tacere, invece d'inseguirsi la battuta, il verso. Atticus sfugge alla pellicola. Il fuoco del segno zodiacale gli mette fretta. Ha metamorfosi di poche righe da dedicare alle proprie sconfitte, cresciute prive di sole, nel tempo divenuto vecchio. Una cantante intona la melodia dell'aspide da pietraia, quel muoversi rapido per uccidere l'assoluto. La sua voce ardente mi sembrano certe ore bruciate nel corpo occupato, nel desiderio inappagato. Mi fermo all'orologio da tempo fermo, che ha ingannato il tempo distogliendolo al giudizio finale. Ma un dubbio mi resta che tutto uguale non sia, se oggi è san Carlo e non mi è indifferente. Ricordo di avere una felpa grigia col cappuccio a visiera che gira per il mondo. Si volta e mi guarda. Esisto!

Non bisogna toccare quel che esiste: il futuro è inattaccabile. Ed è inaccettabile. L'orologio del cuore continua a battere le ore, anche quando si ferma il cuore.

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Il Blog di Felice Casucci

Presidente della Fondazione Gerardino Romano

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"Dal volgersi delle cose al rivolgersi ad esse" -  F. C.