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Selene

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Carissima, spero che la mia morte non ti sia troppo amara. Da sempre ti canto con parole di grande malinconia. E bevo ogni tua lacrima. Perché nulla vada perduto. Facciamo finta di vivere. E intanto viviamo. Poi un gesto consueto, come schiacciare una noce, ci dice di più, dà una figura all’odore d’osso liquefatto. Questa la felicità. Un gesto breve. Un’azione peritura. Docile violenza dell’aprire un guscio di noce. Assaporare, portandoti alla bocca. Speriamo che esista come felicità e non sia la sfumatura di un umore prevalente, deterso, un legno di croce da preservare e donare (e pensavi di non avere niente!). Frattaglie di sogni. Terra di croste spinose in paesi lisci e insipidi. C’eri tu, come un corpo che chiedeva giustizia. Era una giustizia corporea, prima sottovoce, poi gridata. Io non mi avvicinavo, sotto il mio albero curvo di limoni. Per prenderli dovevo spezzarne i rami. In un cielo rosso di malinconia mi tenevi le spalle. Lungo sonno di sogni fuggitivi. La notte è bella, come la morte. Porta acqua al mulino dei sogni. Nessuno può svegliarla. Ripete sempre le stesse cose. In certi casi giova. Fa ogni volta di più, ma finge d’impegnarsi in favore degli uomini. I miseri portano il grado superiore delle loro coscienze per comporre versi, come baci e carezze. Incredulità è la parola giusta. La mia mano, sempre inattesa, preda dei tuoi rovi di more, esiste per te. Una marmellata di baci e carezze che stiamo facendo in giorni distanti, in gelosie del cogliersi affrancati. Anche da punti dolci, come i ginocchi, i capelli e le braccia, tutti insieme, annodati. Tu apri la schiena per farmi entrare. Una noce nel cucchiaio, un gomitolo tra le zampe. Ti coccolo prima della solitudine. Il guscio non si vede. La pelle è l’anima. Scopriamo di esistere. Per poco. Una fiamma che accinge a sparire. Prima che accada, ti ricopro dei baci e carezze che mi hai dato per spogliarti l’istinto. Sei la splendida notte di vita in cui arriva la morte. Basta trovare un ticchettio che non guasti l’orologio dell’universo. Essere a tempo. Il tempo, che non mi basta più da quando ci sei tu, si porta in giro la coperta di una poesia, un vecchio plaid a colori da tenere in testa per togliere l’imbarazzo. Occhi di stelle e luna di bocca. L’universo ti reclama. Ho preso il largo, come il corpo giustiziato nella notte d’argento. Il mare si bagna ma non si tocca. Brucia il rogo dei serpenti. Emozionata ti lasci amare. Si precorre un infinito oscuro lungo le tue linee morbide, una pienezza incompiuta. Le cose che accadono non sono assolute. Periscono nel futuro. L’io esiste. Nella parte lacerata. La prova dell’esistenza dell’io sta nella rinuncia a se stessi, nel dono di se stessi. Amore alimenta la fame, è un troppo pieno nei canali dell’impedimento. Quel che travolge è travolto. Un modo diverso di vedere le cose che accadono, periscono e si trasformano. Il più intimo di noi si prende l’altro, nel labirinto del seguirsi. Entri in un bagno per scoprire il vuoto di una porta chiusa. L’ignoto ci fa sperare nella poesia come tonalità senza compendio, fenomeno della letizia, gusto di apice e considerazione. Il cuore si smarrisce. Chi incontra un taxista piuttosto anziano di piccola statura che nel turno di notte, prima di fare gli incroci, chiede permesso, sappia che può far perdere un treno, dire mille volte grazie e prego, annunciare la fine del mondo e sorridere. “Bisogna sapere detergere il mondo dai suoi lucori per farne una buia ricostruzione sazia d’autenticità”. Non si dica che non ho cercato il vero e non l’ho trovato in te, ridotta all’ultimo momento, costretta a perderti nel labirinto già descritto, con il passaporto per l’inferno, come un lettera d’oro sull’abito scuro. Ti chiedo accoglienza, proiettandomi in te, come una visione multipla di colori che diventano immagini ad ogni carezza. Bella come sei ti guarderei per ore e nei tuoi occhi offuscati diventerei l’ombra che sono. Non sono nato per amarmi, ma per trovare l’inappagato limite di una ricerca di senso che non troverò mai. “Indifferentemente” mi dedichi. Ed io la “divina Indifferenza” di Montale, l’unico bene di cui abbia esperienza. Mimesi di baci dal golfo delle nuvole macilente, dal sollievo misterioso dei colori tenui, lenti fotogrammi immaginati, tre case e un pino all’orizzonte, senza voce, senza mezzi da sbarco, solo nuvole e malinconia. La fascia sbandierata del futuro si riduce a una logora bandiera con i simboli disillusi al vento. Si desta e non ritrae l’impronta elementare. Purgatorio di pietra, sacrario, il corpo che mi luccica dentro. Sollievo che tiene svegli (e non lo si è mai completamente). A tutta velocità, fischiano le orecchie. Sfinisci, consumi le ultime energie. I contorni si perdono nell’alba degli indumenti. Il dolore geme, qualcuno può credere che sia piacere. Un errore da adulti. Il sole non sorge. La montagna si libera dell’impronta, cerca un premio da cui lanciarsi. Tutte strade in salita, come la vita. Il dolore ha un cattivo odore. Questo inutile soffrire a ridosso degli eventi festosi. Una bugia dolorosa, dietro casa, mentre i figli più piccoli dormono da un pezzo. Una malattia che insapona i paesaggi terrestri. Mi dilungo/dileguo per vivere come se fossi vivo. “La scomoda dimora di creta e polvere ha pagine racchiuse in un verso”. Fai a gara con i miei appunti. Non ne esci, neppure dopo alcune presenze misteriose, dopo aver dettato i tempi di Amore. Il tramonto si fa rosa, come la foto in copertina di un albero addormentato. Gli angoli diventano impervi. Non parti. Guardi lontano. Di notte fa giorno la tua bellezza. Dopo secoli di storia. La luce perduta ha il verde negli occhi. Non c’è spazio per le valigie. Fervono i preparativi dell’iniezione. La controra dubita di sapere come andrà a finire. Ti lascio andare, nell’ora di partenza. Per un taxi o un volo. Il corpo non si libera sui picchi pressori. Tenta una rapina di stelle ma il braccio non ha lunghezza, la mano non sa credere, l’universo s’intimidisce. E fa fatica, che è un lavoro preliminare alla confusione. Tutto il giorno la stessa sensazione. Il sole continua a non sorgere. Il giorno, senza ore successive all’alba, ammorbidisce la pietra. Mi baci la voce. Con la musica di Fossati che desideri lanciarmi di riflesso, dai ponti di Salonicco. Io penso alla morte, perché la morte pensa a me. Le nuvole del pensiero si diradano. Sul volto scheletrico il chiarore è gigantesco. Il cranio si volta e soffia nell’otre un respiro claustrale. Lo sperma del mare ha capelli d’afferrare nella notte solare. Non conosco il mio corpo, mi raggiunge quando l’onda viene a trovarlo. Vocaboli incomprensibili anche a chi li pronuncia. Mi perdo, come una conchiglia nel mare. La sabbia si prende la parte migliore. Nessuno può vederla. Chino in te. Depresso dalla distanza folle da cui ti parlo, ti chiedo di tutto, anche dei denti caduti nell’infanzia, dei soldini nascosti sotto al cuscino. I muscoli stretti per non lascarli andare, temendo che passi. I pensieri da cui nascono i pensieri fanno un treno carico, carico di… Ho paura che lo specchio d’acqua diventi la mia anima. Fioriscono le gemme di una stagione in ogni luogo di tentazione. I pori si mettono a ballare. E ricomincia la giostra. Tre miglia sul crinale della montagna da cui cala il dolore. Mi svuoto, come una tasca piena di cose inutili. Servono mani per liberare le parole. Soprassalto rubicondo. Dal piano di sopra calano i verbali del perdono e delle suppliche, del pianto e delle preghiere. Non si può ascoltare la nenia ripetuta a memoria di parole tutte uguali! Voglio cambiare quel che è scritto. Baciarlo. E nient’altro. Il guardiano del mare si sfrega le mani e sputa. Penso: viene una gran malinconia a frangermi sulla riva di quest’olio d’oliva. Le vene non tornano al giorno supremo dell’essere e del ritrovarsi. Giorno senza sole. La foglia ingiallita della notte ha il sapore della tua dolcezza. Sono solo. Mi spingo fuori rotta. La notte si sveglia, in pieno giorno. Che notte sia! Come un giunco in un rivo germogliante, “la libertà è qualcosa da osare”. Un simbolo chiaro nel caos verticale. Forma reale e astratta agli occhi indagatori di un tempo non ripetibile, e perciò indefinibile, il simbolo della giustizia imparziale, sempre mutevole, contro quella falsa e irrevocabile. Un simbolo che vuole raccontare il tempo perduto che l’arte di ogni tempo ci ha restituito, anche quando si è trattato di un gesto casuale e imperfetto, come quello del vedere e del condividere, così a distanza. Un tavolo di luna è l’immagine simbolica, tavolo di cristallo su fondo chiaro che sviluppa da solo la sua oscurità. Per affrontare i lati della figura geometrica in cui avviene il movimento dalla vita alla morte occorre restare in equilibrio, instabili, scomposti dopo una fuga d’Amore. Sogno letterario pari a un bisogno fisico. Letteratura che si fa carne. La fine di un momento che rischia di valere per sempre. E mi diletto a scrivere. Qui termina la mia giornata, senza sole, sulla botte dei sogni, il luogo premonitorio degli occhi aperti, la lunga e penosa incubazione, il sonno incubatorio dell’àbaton, canzone bizantina che seppellisce il cuore. Tra i migranti c’è una rotta clandestina che fugge su un treno carico carico di … Nulla, proprio nulla. Solo la serenata a te dedicata nella grotta fatata.

Carissima, l’alba di una festa è la croce. Il vero l’avvolge, ma il vero è un modo di coprire le membra lignee di pensieri rassicuranti. Il giorno dopo un vento nudo lo svela, chiamando il tuo nome, Selene.

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Il Blog di Felice Casucci

Presidente della Fondazione Gerardino Romano

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"Dal volgersi delle cose al rivolgersi ad esse" -  F. C.