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La luce nasconde

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Sai che non vi è risposta? Non mi addolora la morte, che viene senza un preciso movimento e spetta a ciascuno. La domanda senza risposta è silente, come la risposta. E se non puoi avanzare la tua domanda, non puoi pretendere alcuna risposta. In questo stato di mezzo, l'unica quiete è l'idea di qualcosa che non si conosce. Ora tutto è silenzio. Il mistero ci avvolge.

Il senso della vita sta nell’aver cura di qualcuno. Che lo meriti o meno. Nessuno può giudicare la direzione e la misura della cura. Cura significa alzarsi prima, al mattino, per fare la spesa. Mettere in un vano riposto il fiore buio che qualcuno troverà. Anticipare la domanda con la risposta (non quella della morte, così impronunciabile). Trattenersi dal dire, parlare quando è il momento. Anche se non ne hai voglia. Perché devi saper essere responsabile delle tue azioni. Cura significa affrettarsi ad aprire casa: con il sole – pensi – s’accorgerà che la luce nasconde. Questa luce d’estate che porta via le persone come se avessero un appuntamento, di cui non ci hanno messo a parte, e presto torneranno, in un numero, una canzone, uno sguardo. La cura è una forza senza cenno di veemenza. Pressione leggera di tenerezza sul volto duro, più duro della pietra, e freddo di sale marino, dove volevi lasciare un quartino sulla via Appia, dopo di te, e non ci sei riuscito. Cura significa mettersi intorno i sorrisi, un cenno d’intesa, il soccorso di una mano sottile, l’eleganza di una parte ultima del sonno eterno. Dal fiore nel vano riposto al fioretto sbocciato in segreto, la vita è un lungo percorso di dolore inatteso, dove gli affetti costruiscono pareti di contenimento, dighe foranee, anelli, e si affiancano nella corrente contraria della vita, nello spazio libero della morte. La cura è una goccia nel secchio che trabocca di ricordi, cerchi concentrici che arrivano all’orlo e tornano indietro e ancora si spingono fin dove possono e non fanno cadere nulla di se stessi. La nostra fatica costituisce il premio, la perdita ci appaga di non aver perduto la cura delle persone amate e di averle custodite, anche quando sembrava irragionevole, e venivamo derisi del nostro amore. La cura ha sempre composto la sua opera. Noi l’abbiamo interpretata, in nome proprio ma per conto d’altri: il padre, innanzitutto, la madre, i fratelli, gli amici. La cura di uno è la cura di tanti, la cura di uno viene da tante bocche zittite, che grazie a te pronunciano le parole inascoltabili dell’universo dissonante. Se non hai cura di qualcuno, nessuno avrà cura di te. E non c’è fine.

Fare ordine, come se l’ordine fosse una condizione dello spirito, una tradizione che si rinnova estinguendosi. “Nulla sarà più come prima”. O, “si muore due volte”. Ma il cuore mio è fermo, replico al lugubre stornello. Non scatta il muscolo dell’allenamento, è vero, ma lo avevo previsto, se posso confidarlo. La voce diverge. Una pallina di tennis va avanti e indietro, come la goccia d’acqua nel secchio. Camillo segue gli occhi che guardano altrove. Si muore e basta.

Il nipote, piccolissimo, aveva chiesto di sedergli accanto, come se lo cercasse. Dalle 5 del mattino del 24 luglio 2015, ora e data della morte di Camillo Romano, intona la strofa musicale dell’inno napoletano di fine ottocento ‘O sole mio, il suo brano preferito. Mai accaduto prima.

Noi li facciamo vivere, mi ha scritto Rosa Maria. Noi viviamo per loro, le ho risposto. Paolo aggiunge: ogni allontanamento ci indebolisce e somma le inquietudini; con il tuo sostegno ha potuto ricevere momenti nuovi di vita ed è per quei momenti che resta; seguiva la vita come una lezione non ancora terminata; per il tuo dolente, felice impegno contro il dolore, che è l'unica fuga possibile, che resta. E Angela, che mi conferma, nella sintonia dei cuori: sappiamo che non c'è più il tuo ricordo e il tuo affetto più incarnato. Che grande nostalgia di parole! Diventano un'eco.

Il luogo, violentato dalla violenza della morte, mi sfida, con un gesto di verosimiglianza. Io so che non è lo stesso. Telese è un luogo tradito dalla morte, con gli oggetti creati, i beni consumati, le liste d'attesa di membra architettoniche composte per la persona defunta e sfrontatamente sopravvissute al terremoto d'affetti che l'ha portata via. Nessun luogo s'accomoda, ti raccoglie, segue il dolore, ascoltandone la voce. Borges ne parla. A parte le fatture sospese, gli adempimenti incalliti, le circostanze epidemiche degli interessati alla lite, tutto sconforta. Viene e scompare.

L'inquietudine profonda delle cose è il mio idillio. Un potere che viene dalle ferite non rimarginate. Il lungo lascito di chi lascia i propri anni prima d'esserne ricambiato.

Mi è apparsa una persona accanto, mentre guardavo l'incanto. Una donna anziana, scura, ossuta. Sembrava la nonna Lucia, ma più bassa. Non si è voltata. Guardavamo nella stessa direzione. Camillo col suo fare irridente, l'azimut, un peschereccio che promette salvezza eterna agli ospiti della rete. Le inutili parole, le inutili perdite, una mancanza di forze. Poi lo squillo di un verso d'uccello dal giardino alle nostre spalle l'ha richiamata alla casa che non potevo conoscere, né raggiungere. Si è alzata, lentamente, e senza uno sguardo mi ha teso un rimprovero. Parole masticate tra i denti, sibili repressi, gelidi, nonostante il tono dimesso. Ardesia creativa le è spuntata dalla bocca, insieme alle lacrime.

“Quando vanno via le persone care, un tempo migliore scade con esse”. Frasi del genere. Nella cappella aperta del cimitero siamo rimasti in pochi per un ultimo saluto. Questa volta non si rideva, faceva caldo, seguivamo una stradina laterale per il sopralluogo della sua ultima dimora, mentre sigillavano la bara. Aveva una straordinaria somiglianza con il padre. Alla morte mancavano i baffi di Gerardino. Per fortuna c’era Lina a stringersi nelle nostre spalle, due famiglie in una. La moglie si è protesa come se la pietra, a guardarne le venature affioranti, potesse sciogliersi e tornar calda. Le macchie chiare del viso erano diventate scure. Il lavoro di fiamma ossidrica era terminato. Una leva ha sollevato il peso, le braccia lo hanno spinto nel loculo basso, entrando a sinistra. Ci siamo allontanati, lasciandolo solo. Ed è finita.

Mi ha detto una bambina, per indicare la strada perduta, una cosa che mi ha confortato: la luce quando si unisce alla terra genera il buio.

M'immagino Camillo che si aggira, con la sua piccola utilitaria rossa, per le strade di Telese Terme, distribuendo "parole a se stesso" e sorrisi. Si diverte molto, inarca la voce, esercita il turpiloquio e un'affettata dolcezza da corteggiamento a distanza, con un sibilo delle labbra socchiuse. Si diverte, anche perché nessuno può vederlo (questo non è mai stato un problema per lui) e la polizia non può fermarlo per i controlli di routine. Le lettere del suo alfabeto sono ormai tutte piane, insensibili, eppure sembra di riceverle, palpitanti, come l'odore dell'uva e quello delle foglie.  

 

 

Commenti   

# RE: La luce nascondeMaria 2015-08-02 11:43
La luce è celata nell'ambra delle tue parole che la custodisce rivelandola

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Il Blog di Felice Casucci

Presidente della Fondazione Gerardino Romano

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