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Il paradiso delle parole

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Non bisogna mai smettere di credere, di pensare che la poesia avverrà: ordine dato e non eseguito, piuma di struzzo volata dalla confidenza all'intimità, chimera rossa dai lunghi capelli, foto dai contorni terrestri come occhi di rondine, “unico specchio” dove ritrovare le anticipate sembianze, anima sinuosa e olfattiva dei pini nel bosco delle rimembranze, “una musica che la radio non trasmette mai”, respirare con Viki che non respira, la pronuncia corretta di ich warte auf dich, catene di “Prigioni” che non possiamo spezzare (il corpo, come una “albedo”, che rifrange se stesso), la calma della collera, trovarsi altrove ed essere qui, Shlomo nel cuore, “la misura dello zero”.

Partiamo dall’opera ultima di Bruno Galluccio, di recente apparsa per i tipi dell’Einaudi. S’intitola proprio così: “La misura dello zero”. Credo che sia un percorso obbligato per parlare di poesia oggi in Italia. Innanzi tutto perché il lavoro poetico ha un progetto culturale ben preciso, in cui si colloca. Circostanza, questa, piuttosto rara. Vi si afferma una visione del mondo che coniuga logica illuministica e argomenti in favore della bella stagione creativa. Incarna la sintesi tra scienze dure e humanities. Scende alla profondità delle “origini” ancestrali. Si schiera “contro gli eccessi dei luoghi aperti”, di cui pure da qualche altra parte si mena vanto, con un nitore tagliente, ostinatamente attuale, politico (parafrasando il monito di Ernesto Galli della Loggia, che lo sostiene a proposito di scuola, la poesia “o è un progetto politico nel senso più alto del termine, o non è”). Il penta-spartito dello scritto (cinque armoniche partizioni) è coerente ma non respinto verso un orizzonte teorico. “L’invenzione dello zero”, nel compiere il suo “spettro” circolare, espone raffigurazioni artistiche inedite alle pareti di una “casa dell’indecidibile”. Qui, “sintassi silenziose” dominano lo spazio. Uno “zero” pone al vuoto d’intorno “numero” e “misura”. Grazie ad esso la legge morale si protende a verità assoluta e “rinuncia” ad un “approdo” di minacciata identità.

Accade qualcosa: “appena finito il libro / una fantasia sferica occupa / la nuova casa della mente”. Quel che accade ha del miracoloso: “uno sciame il discorso che lo attraversa / simboli di una appartenenza simultanea / gli strati multipli del linguaggio e le voci / che nell’emergenza cambiano torsioni”. Si consuma così una gran rivolta in “tempi illuminati dall’incertezza”. Nulla è predisposto. Al punto che “la memoria accoglie esperienze non vissute”. Memoria, lesionata in superficie dal gelo, che guarda “il traghetto” trascorrere “inutile sul braccio d’acqua” della “narrazione” poetica.

L’autore è fuori di sé. Solo. Intorno “nessuna presenza umana” e “nessuna voce”. Si muove in uno “scarto casuale / tra vuoto e pieno”. Il suo compito è sottrarsi, come “la spalla di colui che non voleva esserci” nella “foto di gruppo”. Egli “risponde ora del suo graffio al presente”. Egli, “il non interpellato”, testimonia un “sommovimento della luce”, ancora, nel luogo chiuso della mente, “all’inizio delle sbarre della recinzione”.

L’ambiente nel quale il poeta si trova non consente alcun moto ascensionale, perché “l’ingresso ha azzerato tutte le scale”. Così com’è, “circoscritto e inscritto / nella radice il segno”, la polvere delle mani asseconda la natura e l’addolcisce di “acuti e incavi”. Questo non lo avvicina al cielo, “diventato alto aspro di stelle”, ma ai “piccoli laghi” del “nostro sereno terribile”. Il suo “rifugio serale” annerisce il “racconto”. Negli “alberghi del silenzio”, tuttavia, basta “una vocale luminosa”, una “luna sollievo”, per dar pace al dolore sulla “terra delle parole”, le autentiche protagoniste di quest’opera.

Manifesta devozione il poeta: “grazie per il sogno terribile”. La sua intima forza conduce “l’innocenza che porta la cenere”. Nel Giardino dei Giusti sboccia il suo fiore. Ha fatto molto per noi, nella casa “perfetta” della “memoria”, ha salvato dal “mutismo” una voce; “le cascate rotte della voce”, fate di “un grigio splendente”. Nella precedente raccolta, “Verticali”, del 2009, sempre per i tipi dell’Einaudi, Galluccio rivelava: “tutta la mia misera sabbia si va depositando / nei luoghi togati”. In questa, “la sentenza” si iscrive “nella figura nascente”. Vi è un trapasso, una genesi e una diaspora. Asseconda una formula. Il biblico “corpo opaco” si muove “nel nucleo bellissimo delle ore” e partorisce un’ombra che garantisce “la nostra appartenenza”.

La “memoria” di cui parlo non è quella del ricordare (“chi ricorda è perduto”), ma la “ferita abissale” che la “penna” può sanare, appuntando “l’impossibilità del ricordo”. Sulla “pista ciclabile” una bicicletta “vaga in un’aria seconda”, dove “il tempo preserva le sue ore”. Sono “parole” i chilometri percorsi, le aree di sosta, i riposi. Non le “parole” pensate, ma quelle “dette”, che “convergono / collidono / si disperdono”. E ci solleva, il poeta, alle “parole”, come “un palmo aperto si sporge dal finestrino senza salutare / forse per riconoscere il fascino del vento”. Il “passato” fa da sé e “racconta la sua storia”, senza più “ripari”. Si tratta di “penombra”, ossia “di un qualche livello di cambiamento che sfugge / sulla retina fredda dell’universo”. Ci si curva, ormai, verso “la meraviglia e il terrore”. La mano grafica si sposta “sul margine della pagina bianca”. Vi è da leggere, rileggere, non da interpretare “il significato” apparente. La voce diviene “sottovoce”. Si racconta “una tormenta”, in un racconto senza voce, ma la tormenta non esiste “nel mondo chiaro”, c’è soltanto “il nostro scavo continuo”. E finalmente si cade, s’inciampa e si cade in un “intraducibile blu dell’inverno”. E torna il paradiso, non quello successivo alla morte (“la morte vera” ci consente appena di “parlare della morte”, di udire il racconto “che dopo / questo tragitto che hai di fronte / ci sia aria più netta e tagliente / che lo scenario non sia quello che vedi / ma un altro dotato di sovrimpressioni / che i corpi abbiano imparato / siano davvero siano vivi”), un’altra “forma” di paradiso, fatto di compiuta “bellezza”, il paradiso delle parole. 

 

 

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Il Blog di Felice Casucci

Presidente della Fondazione Gerardino Romano

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"Dal volgersi delle cose al rivolgersi ad esse" -  F. C.