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La leggenda di Selma

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Si guardò con purezza. Sulla superficie rosa del bosco. Lo fece per la prima volta. Non gli era mai accaduto di limitare a se stesso l’orizzonte su cui concentrare l’attenzione. Le parole combattenti hanno manici ben levigati di specchi per coprirsi dalla pioggia del mondo. La leggenda che Selma aveva raccontato prevedeva il bosco e la neve. Nel suo orizzonte, in quel momento, non vi era niente, a parte il diritto di veder riconosciute le proprie ragioni in una circostanza disperata, contraria a ogni forma di umana ragionevolezza. Resta ben poco per me, pensò, lasciandosi andare sulla culla dell’art. 4, comma 2, della nostra costituzione: “Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società”. Non era quel che aveva fatto o tentato di fare durante tutta la sua vita? La pietra del camino si ravvivò delle sue mani. Erano più calde del fuoco, più ruvide della pietra grezza. È possibile che tutto questo debba finire? Non ho fatto niente per meritare la morte, ripeté più volte sotto voce. Una stanza chiusa dal di fuori era il sogno da cui non riusciva a svegliarsi. Come se la caverna della pena fosse quella del mito. [Giocate, dunque, il locandiere in persona è venuto a prendervi. Ubriaco, dopo una notte di fango. Non vede le coperte che cadono dal letto. Quel corpo fatto d’occhi s’interroga sul processo a Imre Nagy, che a qualcuno parve giusto. La parola “giustiziato” lo prova. Trent’anni per un funerale di Stato. Il locandiere sembra un parroco con le mani al quadrato. Dispensa ore di ricreazione e pietanze per la defecazione spirituale. Si discendono scale per rallegrare il cuore, fuggire dalla repubblica dei consigli per gli acquisti, come scrivere, solfeggiando, una lettera a un inceneritore. Non c’è follia nelle parole del principe Rudolf, solo un moto di stizza verso il padre. L’attentato ha messo un bavaglio alla giovinezza! La storia ricopre di foglie la strada e sembra perdersi il senso della verità: racconto ungherese di Miklós tra “silenzio e grido”, dove si assegna un compito simbolico e preciso all’impegno futuro. Leggere, leggere, leggere pagine successive. Pollicino, i suoi prodromi, gli epigoni. Studia giurisprudenza in Transilvania Miklós Jancsó; studia anche etnologia e storia dell’arte, come un Hermann Hesse alla ricerca di se stesso. La leggenda della rosa di Natale confida in una vita “tranquilla e silenziosa”. Si chiede Selma Lagerlöf: “Ma in quale altro luogo sarebbe mai possibile vivere così di ciò che è morto e passato?”. Qui ed ora. Non le si può dar torto. Giocate, dunque. Krusciov raccoglie onorificenze, Togliatti dal palco lo applaude. Quel corpo fatto d’occhi s’interroga sul processo ingiusto. Il qui ed ora nella nostra costituzione non c’entra, neppure a voler dilatare gli spazi. La legge ha poco a che vedere con la giustizia, se il mito della pena è immerso nella sua interezza in un fiume autoritario, freddo]. L’uomo si alzò, raggomitolando le gambe, come gli aveva insegnato a fare un pastore errante dell’Asia. Il suo canto non aveva fissa dimora, sperperava l’identità accumulata su trapezi d’altura. Non gli venne a dir parole vane, né a “consolarlo dell’umano stato”, troppo lunga è la pena di chi vive senza speranza nel “tacito, infinito andar del tempo”. [La pena sta nella storia non nel suo finale]. La “solitudine immensa” non lo scompose. Bisognava portare a compimento l’esorcismo delle tre dita incrociate, avvincere il fasto a ogni povertà. [Hermann Hesse sente Domina Pica, la mamma di Francesco, accarezzargli il collo per le prodezze del fonte battesimale. Era inquieto, la psicanalisi, in quei primi anni del novecento, pendeva su di lui come un capestro dopo una condanna. Bisogna ritrovare se stessi prima d’andare incontro al proprio destino. Nelle laudes creaturarum di Francesco d’Assisi le pagine successive sono illeggibili. Il “gioco dei fiori” non è un gioco infantile, annuncia la preghiera dolorosa del Monte Verna. Scrive Hesse: “il suo struggente desiderio aveva scoperto di che cosa aveva sete, una cosa che né la saggezza né la Chiesa né i piaceri del mondo potevano dargli. Infatti, avendo ricordato dolorosamente che l’uomo su questa terra non è nient’altro che un pellegrino, un ospite fugace in bilico tra la vita e la morte e mai sicuro di possesso alcuno, si gettò con rinnovato anelito d’amore tra le braccia di Dio e, da quel momento, cercò di trovare la strada per la vita a partire soltanto dall’innocenza e dall’ardore del cuore. I suoi occhi alla ricerca si fermarono con nostalgia davanti all’immagine del Salvatore e dei suoi primi discepoli, e Francesco decise che, abbandonato come loro ogni legame, sarebbe appartenuto non alla legge, ma all’amore soltanto”]. La “stanza smisurata e superba” si riempì di luce. Non potrei essere più felice di così, pensò. E scandì: “a me la vita è” un bene.

 

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Il Blog di Felice Casucci

Presidente della Fondazione Gerardino Romano

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"Dal volgersi delle cose al rivolgersi ad esse" -  F. C.