Piazzetta G.Romano, n.15, 82037 Telese Terme, BN  P.I.01283530622

Mille vite

Valutazione attuale:  / 2
ScarsoOttimo 

 

Molte volte è mille vite. Tutte da vivere. Tutte da cancellare. Una per volta si mette a scoppiare nel cuore della solitudine. Eppure stanno tutte insieme. Come se la solitudine non esistesse. Facciamo un esempio. Nel corpo umano è possibile iniettare il liquido di una siringa, provocarlo o torturarlo, ma il corpo reagisce allo stato in cui si trova. Uno stato per volta, irripetibile. Il fumo di Marcinelle ci dice che la vita è molle discesa agli inferi, dalla quale i morti non tornano indietro. Nel corpo d’uomo, di donna o d’altro (per non limitarci al nostro orizzonte) si sciolgono molti nodi, che generano gli affetti collaterali di un grumo sospeso, ideale, tacito. Attraverso il corpo passano le decisioni private e quelle pubbliche. Perché espellerlo dalla lite ad alta risoluzione che s’aggira per il mondo? Come si fa a guardare un corpo senza occhi? Eppure tutto sollecita una risposta, corporea. Facciamo finta che non esistiamo dietro la mano che governa il terminale acceso. Eppure l’animo nostro va riposto tra i congegni a tempo che s’allarmano al più lieve tocco. Bisogna avere il coraggio di un lacaniano per concentrarlo in “un’ora di lezione”. Va assaporato il più grande disarmo, va gustato il più infedele silenzio. Uscire dall’ombra e candidarsi a esistere. Alzando la testa – nel disegno che m’ispira – le spalle arretrano, per darsi un equilibrio instabile, e offrono la nudità a un abbandono pervasivo. Spingersi in avanti, affermarsi, è un moto dei fianchi, una figura retorica: la prigionia del petto alle braccia, a contatto con il piacere come condizione naturale, in cui ogni corpo diventa preda. Se stessi, nella moltitudine, nel delirio. Porsi davanti all’immagine corporea dell’universo consente la ricerca dell’invisibile, scoprire un sorriso in un giorno preciso, in un’ora precisa, e continuare l’alba chiara che si è appena conclusa. Consente di disattivare il congegno d’allarme, di seguire il suggerimento di un bacio non dato, di un taccuino accigliato; consente di arrivare in ogni angolo del corpo desiderato, il più nascosto, e di soffiar via la polvere e far luccicare i colori; consente il bene comune degli indumenti intimi e che in ogni cosa ricambiata la stella discenda e bruci dolore ansia vendetta; consente di restar soli, inconsumabilmente soli, nel fuoco dell’amore; consente la preziosa bellissima immortale vita di un attimo; consente di inforcare la bicicletta dei sogni e prendere, con una sterzata improvvisa, la strada in discesa, fino a che la strada non si ferma sotto un salice piangente dove ogni lacrima puoi berla e dissetarti; consente l’illusione perduta e il respiro, l’affanno del ritrovarsi; consente di volgersi alla luce come a una devozione colta, una pianta di fiori nuovi, uno sguardo nel cielo, per vederne la cornea, anche se gli occhi non si vedono. Tutto questo consente una visione della realtà che non esclude il corpo. Tutta questa “esperienza diretta delle emozioni” sembra che sia il passaggio obbligatorio che conduce all’arte, alla storia, alla vita. Chi vuol privarsene?

Una casa siamo noi, con la nostra distesa liquida ma contenuta. Una casa può essere pensata, non purgata. Ci sarà sempre un’imperfezione. “Ovunque proteggi la grazia del tuo cuore” (Vinicio Capossela).

“Per vivere tutte le mille vite rese possibili dalla vita ho voglia di correr dietro alla soverchia luna”. Lago d’umanità quegli occhi che andavano a morire senza alcuna colpa. Cosa vedevano? Tutto si genera, nulla si distrugge. “Se fossimo inclini al perdono, sapremmo quale luna rincorrere, come sia possibile raggiungerla”.

Potenti bracciate avversino l’approdo. Chi è fiero rivolti la sua tomba. E veda quel che vedono gli occhi chiusi dei milioni di morti ammazzati dal mondo che li ha fatti crescere e li ha dimenticati, incapace di provvedere ad essi, come se non fossero stati figli anche suoi. Una spada fiaccata nel fianco! Cosa vedevano quegli occhi che andavano a morire senza alcuna colpa in un giorno qualsiasi del mondo? “Un tralcio annerito d’uva passeggera, bocca di foglia protesa alla dolcezza del succo, l’acqua del cielo che confondeva la mente”.

Scuotersi la malinconia del gesto. All’ultimo stadio della vendetta si arriva nudi. Ecco cosa vedevano!

In nessun altro modo. Mai più. Ché in te si congiungono le palpebre degli occhi chiusi. Ché in te, sublime armonia del corpo, ogni vita è morte e ogni morte è vita. Amare, amare, amare, mille volte, per sempre.

“E un giorno in più”, dice l’Angelo della Luce, estraendo la spada dal fianco per bagnarne le tenebre.

 

 

You have no rights to post comments

Il Blog di Felice Casucci

Presidente della Fondazione Gerardino Romano

Accedi

"Dal volgersi delle cose al rivolgersi ad esse" -  F. C.