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Quo vadis?

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“La notte di luna piena e Stella cometa è trascorsa nel cielo e Pino Daniele se n’è andato a riempire luoghi di struggente nostalgia. Forse è tornato davvero a casa, come aveva annunciato, ma la sua poesia si respira dappertutto e così è tornato a casa senza andar via, nella notte della Stella”.

Comincio con questo brano di lettera ricevuta il ricordo di un amico mai conosciuto, di un poeta della musica scomparso da poche ore. Intrapreso l’inesausto cammino, i sentimenti artistici che lo hanno visto per oltre trent’anni protagonista sulla scena nazionale e internazionale si ravvivano oggi, epifanicamente, di genuine fiammate e di suggestioni rivelatrici.

Viene da chiedersi: Quo vadis?, ricordando l’epico cammino contrario di Gesù verso la città di Roma, descritto nell’Apocrifo degli Atti di Pietro e riferito al tempo delle persecuzioni di Nerone. Sulla via Appia vi è una piccola chiesa che ricorda l’evento e il successivo martirio dell’Apostolo. La più celebre versione cinematografica del romanzo di Henryk Sienkiewicz, opera di fine ottocento, che gli valse il Nobel per la letteratura nel 1905, è quella statunitense degli anni cinquanta dello scorso secolo, diretta da Mervyn LeRoy. In essa si rimarca, attraverso un susseguirsi di eventi incalzanti, il tema storico-letterario e per certi aspetti iniziatico dell’Icthùs greco (le iniziali delle parole stanno a significare, dissimulandola, l’espressione “Gesù Cristo figlio di Dio Salvatore”) e il simbolo del pesce scopre una verità nascosta, quella delle comunità proto cristiane perseguitate ma più vicine al messaggio evangelico del ritorno alla casa del Padre.

Cosa c’entra tutto ciò con Pino Daniele? Casualità, forse. Il nostro era nato a Napoli il 19 marzo 1955, nel segno dei pesci, s’era allontanato da molti anni e auspicava un ritorno a casa. Back Home, un brano del 2007, è riportato nel suo ultimo post su Facebook, con una foto in bianco e nero e una strada dai contorni innevati. La notte in cui è morto si dice che molti giovani napoletani degli anni settanta (era il tempo dei movimenti studenteschi nelle grandi città universitarie e dei fermenti musicali impegnati) lo abbiano sognato. Tutti allo stesso modo: camminava su una strada larga, poco illuminata, nella direzione contraria a quella del sognatore di turno; indossava occhiali e mantello neri. Chi lo riconosceva gli domandava dove andasse e lui ripeteva a tutti la stessa frase: vado a Roma, in cerca di coloro che ho perduto. Canticchiava: “e manterrò le mie radici, seguendo una sintonia che mi porti a casa mia”. Il cappello, anch’esso nero, scomposto dal vento, volteggiava lontano, trasformandosi in un pesciolino d’oro, proprio come nella fiaba popolare russa. E ognuno poteva chiedere di esaudire un desiderio. Io ho chiesto di sentirlo cantare. Mi ha intonato Terra mia e ho pianto, come Eros Ramazzotti sul web.

Ma vi era anche qualcos’altro. Noi, i suoi fans, eravamo una setta segreta, ci scambiavamo parole d’ordine contenute nelle prime incisioni, parole singole o modi di dire, rigorosamente in dialetto. Ci sussurravamo all’orecchio le formule magiche mentre sbrigavamo occupazioni apparentemente diverse, tipo pagare il caffè alla cassa o addestrare un cane. Nessuno si accorgeva del nostro esercizio di memoria, rinvigorito dal fatto che lui era andato via. Eppure la rete delle proposte letterarie si allargava a macchia d’olio. Grazie a lui tutti diventavano o ricordavano d’essere stati parte del sogno. Le parole avevano un’energia vitale, esplosiva, evocavano danze tribali, schiumate d’onda sonora. Certe fredde domeniche d’aprile, col sole, i campi di calcio in periferia, la “storia nova”.

La nostra Terra non era solo nostra. Era un luogo immaginario in cui sarebbe stato possibile ritrovarsi in caso di perdita improvvisa. Era la Sicily del 1993. E quei versi: “un posto ci sarà per questa solitudine, perché mi sento così inutile davanti alla realtà”. Sì, “un posto ci sarà per essere felici, cantare a squarciagola e dici tutt' chell' ca vuo' tu”. Non si affermano certe parole, si tengono sospese, in forma di giudizio provvisorio, credono follemente al miracolo, come in Ricomincio da tre, il film di Massimo Troisi del 1981. “La mano ricresce!” La saetta buca le nubi, annuncia il tuono della trasformazione radicale, lasciando che la sua voce in falsetto scenda dall’altare del palco e inondi i posti peggiori del mondo, portando via il vomito e i rumori allo stesso modo. Eravamo noi i suoi compagni d’arme, quelli con i quali aveva parlato, e aveva scritto, per i quali aveva cantato. Non potevamo lasciarlo solo adesso che era morto.

Dalla fine degli anni settanta il nostro orgoglio per lui non è mutato, è stato un modo giovane e doloroso di lottare insieme, senza freni, nella nostra lingua, la sola che conosciamo, "affogata e risorta" dal labirinto musicale della sazietà.

Quo vadis, Pino? L’impronta sulla Terra che hai lasciato ti seguirà.

Commenti   

# Maria 2015-01-06 21:04
...in te, l'Epifania della Poesia...

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Il Blog di Felice Casucci

Presidente della Fondazione Gerardino Romano

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