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Concept

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Un tempo che non ha tempo è un tempo senza tempo. Lugubre inizio di storie finite. Inverno, nel concept album del 1968 di Fabrizio De Andrè (Tutti morimmo a stento), ne parlava. Me lo ricorda Veronica con un messaggio: “Anche la luce sembra morire nell’ombra incerta di un divenire”. Chi intraprende questa strada non può fermarsi. Provvediamo a noi stessi, ripieghiamo il cinismo degli ultimi giorni e facciamo una rocambolesca avventura della nostra faccia disillusa. Mettiamola a confronto con le strade, gli attraversamenti pericolosi, le improvvisazioni, gli spazi temporali ristretti. Sotto scorta! Questo ci meritiamo, dopo esserci illusi. L’aver avuto figli ci ha illusi di più. Che i compiti educativi dessero un senso alla nostra vita, che i ruoli assegnati (da chi, poi?) splendessero al plastico inizio dell’intima disciplina del rivelarsi. Invisibile che scopre il visibile. Non è così. I giovani non hanno bisogno di noi, vanno per la loro strada. Se dovessimo dirci utili a qualcosa, la nostra funzione consiste e si limita all’ostacolo che poniamo alla necessità in loro ardente di un cambiamento, che i giovani vedono con chiarezza per sottrarsi al giogo delle incartapecorite morali che incipriano il nostro viso. La sfida è sempre la stessa: anche loro invecchiano, regrediscono, cercando, sconfitti, laude nel vitreo riquadro della gogna allevata. Io non so nulla, io non prevedo nulla. Il tema, però, è diverso, anzi si evolve, partendo da una zona di sosta, in ombra, per diventare tragico fino all’uscio di luce morente descritto dalla canzone. Un concept, appunto. Non è il filo genitoriale la nostra risposta. Maestri si diventa, non a caso. Stiracchiata una vela tra le gambe del vento, si corre ai confini del mondo per vedere il sole da che parte tramonta. Bisogna vergognarsi d’aver raccontato storie non vere ai nostri ragazzi, d’aver trascinato le loro menti, non affievolite dal canto delle sirene, lungo rotte consuete, nel perimetro della mappa che ci era stata imposta (da chi, poi?). Le nostre impaginazioni di poesie di cattiva fattura, le nostre sbarre alle finestre, le nostre cure sbagliate. Tutte visioni spezzate, postriboli inondati dalle chele del granchio universale. Ora chiediamo aiuto ai giovani. Lo facciamo dopo averli traditi. Questo ci sta. Lo facciamo dopo averli commemorati. Questo non ci sta. Ne ho conosciuti tanti, in aule di scuole e d’università. Mai una parola di troppo, mai una violenza. Fulmini del più dolce olimpo. Togliamoci di mezzo, dunque, almeno per un po’. Lasciamoli andare, senza il fenotipo che li ha impressi sulle carte d’identità, come cittadinanze inventate a sproposito. Non possiamo significare nulla per loro. Scomparire! Mettendo chilometri di punto di vista puntiforme tra noi e loro. Forse, possiamo riprendere a tessere il filo dimenticato tra le mani, in solitudine, invocando parole di luna ai loro sentieri. Così tacere, ripetutamente tacere. Concept ramificato dai muri di una casa priva di pareti. Musica. Una musica in lontananza che ripete il ritornello: la guerra che verrà c’è già stata, nessuno la combatterà, perderà né vincerà.

 

 


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Il Blog di Felice Casucci

Presidente della Fondazione Gerardino Romano

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"Dal volgersi delle cose al rivolgersi ad esse" -  F. C.