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Amore proprio

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Si può credere ad Amore? Sì, bisogna credervi. Nelle movenze dei passi frammisti ad altri, nella confusione dei luoghi aperti, tipo stazioni ferroviarie, chi si ama s’incontra. Non lo fa per comando, per collera, per rimbalzo. L’amante si denuda e non cerca più né il tempo né il modo per rivestirsi. Così, con un gesto casuale e improvviso, si trova ricoperto solo di un inatteso “Amore proprio”. Non vuole essere calpestato, deriso, offeso. Per riuscirvi è pronto a tutto, anche a rinunciare ad Amore, da cui ha tratto origine quel sentimento di battaglia. Vorrebbe emulare l’eco di un suono oscuro o percorrere la strada di ogni giorno ed essere, d’improvviso, altrove. Ferito, graffiato. In un luogo che apre alla spelonca del sole una bocca di rosa, ausilio di meretrice. E pensa, si ripete: ora l’anima può godere. Ma Amore fugge, lepre rincorsa dal fucile, cerca riparo al mondo, peso di dattero dolcissimo, ventre da consegnare al cacciatore. Questo è Amore. Sacrificio immolato al dio che esiste tante volte quante volte esiste, in ciascuno, il “proprio Amore”. Non puoi sopportare di vederlo piangere (ti sostituisci, ne gridi in mille forme la pronuncia). E non si ribella, il cocciuto, anche se non vede ragione per accettare a capo chino ignominia e vendetta. Lui si fa da parte, rinuncia, lui che è nato per combattere, rinuncia, semplicemente. Lascia che passi l’onda del malaugurio e sorride, come dal cespuglio la coccinella che nessuno vede. E trova le parole. “Un giorno, cercherò le tue mani. Un giorno, tu cercherai le mie”. Non basta, ripete, non è mai troppo. La vita senza Amore non ha scampo. “Un giorno ci ritroveremo, per non lasciarci più”. Come le parole di una preghiera: “Ora, sempre e un giorno in più”. Profezia maggiore: “Vicino alla fine”. Mentre il viaggio conduce lontano. Non fa una piega Amore. S’incammina lentamente, ogni tanto si gira a guardarsi le spalle, prosegue dolente, non per sé, che non ha niente, ma per la voce amata, che non si sente. Forse, renitente, dimentica lo zaino in spalla, il sudore nei fianchi, la mano che sposta i capelli. È venuta Maria, una lampada dismessa ha preso fuoco. E la devozione, in me, le ha consegnato il nome della persona amata, un biglietto nel muro del pianto. Dura tutta una vita Amore, ma a chi lo percorre sembra sia durato poco, un’ora, un giorno, forse più. Gli si affidano, in eterno andare, i vagabondi, gli angeli mandati per compagnia al duolo che scema la pena. E sopporta, addirittura, il rimorso per aver contemplato gli occhi, ormai spenti, del ramarro cangiante. Si può credere ad Amore? Sì, bisogna credervi. Anche se fa male la lama che l’attraversa, anche se le sue ragioni non hanno credito presso i mendaci. Julio nacque pochi anni prima che si suicidasse Teresa, alla vigilia di Natale. Eppure si sono incontrati. Nel ritmo delle reciproche ragioni, hanno trovato un punto di accomodamento. Si sono scambiati la sigaretta, come la testa del Battista, e hanno giocato ai dadi dei suoi occhi. Profezia minore: “Un nuovo inizio”. Non v’è chi non veda in questo Amore sudamericano privo di consistenza fisica una grande opportunità per gli amanti di lungo corso. Il tono elegiaco è di troppo. Loro scrivevano come se vivessero. Continuano a farlo. Di giorno, di notte. Ininterrottamente. Ho riletto certe venature del dialogo nelle lettere del secolo precedente di Francesco all’allieva Virginia. “Lezioni di scrittura”, le hanno intitolate. Amore aiuta a contornarsi. Impurpurea il viso con un’alchimia di spilli. E si rallegra della vittoria come della sconfitta. Chi ama sa attendere. Ai “tempi del colera” sorgono eventi straordinari, che Gabriel ha descritto minutamente nel suo libro del 1985. Dio salvi Amore! Quello degli uomini e quello di ogni altra specie vivente. Se i topi parlassero la nostra lingua racconterebbero le gabbie che hanno eluso, le migrazioni prodotte dalle loro zampette, i sottomarini nei quali si sono trasformati, pur di raggiungere la bianca semenza di un accecamento, la luce di cui scrive Giovanni pensando ad Amore. Non sembri una fantasia. Lo “Sostiene Pereira”. L’ascesi delle scale per l’eroe obeso incapace di muoversi dalla sua casa prigioniera del passato ne cambia la scena. Il necrologio di Monteiro va oltre la letteratura. Ma non è tutto. Si è istituito un tribunale speciale, che si occupa di Amore come reato d’opinione. Carmine lo presiede, Carmine lo combatte. Vi si accede per meriti conseguiti sul campo, intonando il Te Deum. Una leggenda vuole che due santi lo composero come inno di redenzione. Si va per viuzze a cantarlo, mani nelle mani, per risolvere l’ingiustizia nel suo contrario, che non ha nome, che io chiamo Amore.


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Il Blog di Felice Casucci

Presidente della Fondazione Gerardino Romano

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"Dal volgersi delle cose al rivolgersi ad esse" -  F. C.