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L'angelo che si è perduto

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Un amico mi dice che la nostra Fondazione insegue il sogno di un "piccolo mondo antico", che il nostro è un atto di codardia più che di coraggio e che il moto che ci contraddistingue è unidirezionale, regressivo e circoscritto, legato com'è al piccolo cabotaggio, sia pure ammantato di un tono di generosa (e forse altera, questo lui non l'ha detto) signorilità. Tanto vale parlare delle critiche che si ricevono, anche se attraverso l'apparente benevolenza di un amico. Colui di cui parlo è persona a cui tengo molto, perciò rifletto sulle sue considerazioni e le rendo parte di un possibile dialogo. A non volere scadere nell'autogiustificazione, c'è pure da dire che il tratto biografico in qualche modo conta. La vita che hai vissuto e che vivi in qualche modo incide su quel che fai. Rimanere in una condizione "esterna" al proprio risvolto personale non è possibile, a meno che non si anteponga la moltitudine delle sollecitazioni indifferenziate, che risulta all'incirca incontrollabile, alla solitaria e meditata policromia dell'identità. Ognuno porta i suoi spiccioli al punto di sosta per riceverne in cambio, se sono davvero pochi e ben cusutoditi, nella migliore delle ipotesi un sorriso, solo un sorriso grato. Non ci si può far maestri di vittorie. Ciascuno ha il suo passo. Dove si arriva lì ci si ferma. Un po' di compostezza occorre sempre. Correr dietro alle allusioni di un tornaconto non ci interessa. Le stanze del potere, quelle alle quali bisogna accedere per partecipare al gioco della vita vincente, sono piene di numeri non disposti da alcuna mente. Perchè brigare per entrarvi? Noi siamo poche e ben distinte persone: pensiamo alle etichette del vino di Castelvenere ("Don Gerardo") da noi prodotto e da regalare a Natale a coloro che non ricevono doni; pensiamo alla Scuola dell'infanzia ("Il segreto dei fiori dipinti") da organizzare per il nuovo anno scolastico; pensiamo a mani più giovani che incontrano mani inermi ricoperte di anni, pensiamo di creare un punto istituzionale di ascolto degli anziani, per conoscere le loro "parole del silenzio", per metterli al centro di un futuro ragionevole, perchè loro sono più vicini al futuro, essendogli sottratto ogni presente, perché abbiamo bisogno di persone che non hanno nulla da perdere per scoprire un po' di verità sulla nostra vita, perché l'esperienza è il pezzo non ancora infranto di qualsiasi paradiso; pensiamo ai diversamente abili, di scoprire la "poesia", senza alcuna enfasi, delle difficoltà e dei bisogni indifferibili e pensiamo di fare con loro e per loro un percorso culminante in un evento nazionale con un piccolo premio finale ("L'altro che è in noi"); pensiamo di leggere, di scrivere, di commentare e di lavorare giorno per giorno con le quattro risorse disponibili intorno a queste cose; pensiamo ad una Scuola di formazione alla politica e al bene comune da realizzare insieme ai giovani, partendo dalla rilettura dei classici; pensiamo ad una "dolce vita" invece che ad un "dolce morte", per aiutare le persone morenti a vivere, per capirne la sofferenza. Pensiamo molte altre cose che non illustro, trattandosi di progetti in fieri. Tutto questo lo facciamo con i nostri nomi e cognomi, con rinunce, a volte dolorose, ad una vita di accumulo e risparmio, lo facciamo non perchè vogliamo dimostrare d'essere buoni (anche se qualcosa vale la bontà, come qualcosa vale la malvagità), ma perché non possiamo farne a meno. "Se vuoi salvare il tuo amore, devi fare la tua parte oltre la fine dell'amore". Lo scrissi molti anni fa, adesso mi sento di dedicare questa frase di una vecchia poesia a mio nonno, che non ne era il destinatario. Se non avessi tenuto presente il valore della invisibile misura che muove l'impercettibile siderale oggi non sarei qui a discutere di una Fondazione radicata sul territorio (e ci ha messo anni per farlo), alla quale partecipano tanti straordinari amici, che tiene insieme e ben teso il filo dell'amore apparentemente perduto. Solo se si erge un bastione la vallata sarà salva. Abbiamo deciso che il bastione fosse il risultato del nostro sacrificio quotidiano. Il nulla, cui tutto è destinato, diventa tale se noi vogliamo che sia così. La nostra è una scelta. Abbiamo sempre la possibilità di scegliere, pure sotto il peso insostenibile delle necessità. Ieri pomeriggio è venuta qui da noi, nelle nostre conversazioni culturali del mercoledì, Emilia Cirillo, una scrittrice irpina. Si è trattato di un bel momento. Tutti ci dicono che qui da noi si sta meglio, il tempo convulso rallenta la sua corsa, la stupidità e la collera sembrano placarsi. L'amore compie miracoli, cammina dopo la morte degli amanti, tiene l'argine che cede, cancella le brutture del falso d'autore, ricompone la carta regalo. Qui le persone vengono per trovarsi. Il nostro mondo, quello che proponiamo, è fatto di libri, canzoni, midolli luminescenti di curiosità e d'impegno, scoperte non programmate, come l'odore delle sottane di nonna che ieri mi è venuto a trovare. Qui mettiamo a fuoco con una macchina speciale le immagini della lontananza. Qui è tornato, sul camino dov'era, da molto lontano, l'orologio che segna il tempo dell'inevitabile distacco e che accompagnerà i nostri pensieri fino al prossimo incontro. Mio caro amico, viviamo anche di un'attesa. Ieri sera a cena, la cena alla quale hai partecipato, la cucina del ristorante rimbombava dell'ennesima intervista sul caso pugliese della povera ragazza violata e uccisa. Era stata allestita una visione dedicata. L'informazione televisiva come se fosse la realtà. Tutti a stabilire a giudicare a condannare. Non so perchè, ho provato un sentimento di grande pietà per la famiglia dell'offesa, ma ancor più per quella dell'offensore. Ho avvertito nella testa il battito cardiaco dell'orco e ho ricordato (perché qualcuno più attento di me lo ha ricordato) di aver scritto: "l'orco di questi giorni è un angelo che si è perduto". Ho pregato che smettesse di battermi nella testa il ticchettio del distacco dalla vita, la mia vita al servizio della Fondazione e di molti altri sogni, e che Oliver Messiaen, che Franco ieri sera mi ha donato, si sedesse al piano per farmi compagnia.

 

 

Commenti   

# e-ventomaria zarro 2015-01-07 10:44
"L’e-vento è l’esperienza della venuta dell’altro; esperienza della venuta di una alterità radicale. Esso mette in gioco l’avvenire, non in quanto futuro, ma solo nel suo significato di un venire-a me imprevedibile”. Tanto sosteneva Derrida, eppure l'e-venit, il "sorgere brusco", l'"incontro improvviso" che sorge da un apparente "altrove" è spesso nella "consegna"di un tempo nuovo che ci viene donato! La mia amica Claudia mi ha detto che credeva che quell'orologio non avesse mai lasciato il camino. In fondo è così: il tempo degli affetti è sempre "presente", "ri-suona" in noi ed attraverso noi, perchè si possa, come Messiaen, percepire il colore delle note.
# « Davanti a due strade divergenti in un bosco, mi incamminai lungo quella meno battuta, e questo ha fatto la differenza »franco 2015-01-07 10:43
" Io vedo dei colori mentre ascolto dei suoni; l'ho detto alla critica, l'ho detto al pubblico, l'ho detto persino ai miei allievi a lezione, e bene, nessuno vede nulla".
OLIVIER EUGÈNE PROSPER CHARLES MESSIAEN

"Solo se si erge un bastione la vallata sarà salva. Abbiamo deciso che il bastione fosse il risultato del nostro sacrificio quotidiano. Il nulla, cui tutto è destinato, diventa tale se noi vogliamo che sia così. La nostra è una scelta"

Felice Casucci.
# Le parole coloratePATRIZIA BOVE 2015-01-07 10:41
Credo di capire le motivazioni che fanno affermare al nostro amico che la Fondazione insegue un “sogno antico” ma non le condivido.
Negli incontri politici mi capita di sentire il più delle volte parole che procedono per slogan e vedo le idee appiattirsi sull’orientamento del leader di turno, mentre nelle associazioni cosiddette “di servizio” spesso mi confronto con personalismi che nulla hanno a che vedere con la solidarietà e l’altruismo.In Fondazione, invece, le parole, sono sempre "colorate", parole che comunicano conoscenza e che vanno a riempire gli innumerevoli spazi lasciati vuoti dall'indifferenza della politica o dall'incapacità della società di captare i bisogni dell'individuo."Quant'è bell 'o culore d'e pparole" (Eduardo) e quanto è triste una comunicazione "grigia", priva di sentimenti,di istanze e di valori, distante da quel "piccolo mondo antico" che ognuno di noi custodisce gelosamente dentro di sè e che costituisce la radice del nostro albero della vita!

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Presidente della Fondazione Gerardino Romano

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