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Qui, dove ci incontriamo

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Abbiamo presentato qualche tempo fa in Fondazione un libro di John Berger, "Qui, dove ci incontriamo". Abbiamo letto alcuni brani, com'è nostro costume fare. Si tratta di un romanzo tra i più belli dell'autore londinese e noi l'abbiamo letto, sfogliandone le pagine: "è pericoloso...vivere di sola virtù, quel che Seneca chiama saggezza. Anche se si tratta di vera virtù, è pericoloso. Crea assuefazione, come bere. L'ho visto con i miei occhi"; "o sei impavido, o sei libero, non puoi essere entrambe le cose. Sapere come essere entrambe le cose è senza dubbio lo scopo di ogni filosofia"; "non devi voler niente, se vuoi sfidare Giove che a sua volta non vuole niente"; "tutto nella vita...è questione di fissare un limite, e bisogna decidere da soli dove fissarlo. Non lo si può fissare per gli altri. Si può provare, naturalmente, ma non funziona. Obbedire a regole stabilite da altri non equivale a rispettare la vita. E se si vuole rispettare la vita, bisogna fissare un limite"; "la sola cosa che devi sapere è se stai mentendo o cercando di dire la verità, non puoi più permetterti di fare confusione...la maggior parte delle persone ...non sopportano la verità"; "la Creazione ha avuto inizio da una morte"; "una sola cosa riparata ne cambia altre mille"; "un desiderio ardente, e così si arriva al mistero eterno del dare vita a qualcosa partendo dal nulla...il qualcosa che si crea non può dare sostegno a nient'altro, è solo un desiderio. Non possiede nulla, nulla gli è dato né ha un proprio luogo! Eppure esiste! Esiste"; "basta che tu prenda nota di quel che trovi...il coraggio verrà. Prendi nota di quel che trovi". Questi, appena riportati, sono frammenti di conversazione tra una madre morta ed un figlio, raccolti dall'autore nello splendore onirico della città di Lisbona. Per aggiungere poco altro, vorrei suscitare l'amaro sorriso di qualcuno dei miei sconosciuti interlocutori, ricordando, con Berger, quel cabarettista di Cracovia, certo Harry Champion, che "interpretava il ruolo della vittima, una vittima che doveva conquistare i cuori di tutti coloro che avevano comprato il biglietto, e che erano vittime a loro volta", il quale "scendeva in platea a mani elevate, implorando aiuto, prossimo alla tragedia" e gridando "la vita è una brutta cosa - non se ne viene mai fuori vivi!". Dedico quel che mi evoca tale ristoro di parole a Georgia Corbo che me le ha fatte conoscere, inviandomi in dono il libro di Berger. Sul frontespizio dell'opera ho scritto il 25 ottobre 2009: "come si fa a tornare indietro senza percorrere gli stessi passi? Io ho visto una cosa qualsiasi diventare comune a molti altri e passare di mano in mano fino a diventare irripetibile e consunta. E ho visto molte altre vite sparire nel cuore di un uomo solo. Ma non sono mai sazio. Rifarei qual che ho fatto solo per dire a mio figlio che i suoi capelli profumano dell'incenso di Dio". Il giorno decrepito della vita quasi mai è un gran giorno ma noi, così stupidamente e volontariamente indifesi, restiamo avvinti al cancello dei sogni a guardare la partita finire senza alcun risultato. Sotto un torrente di pioggia che neppure ci bagna e di sole che neppure ci asciuga.

 

 

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Il Blog di Felice Casucci

Presidente della Fondazione Gerardino Romano

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"Dal volgersi delle cose al rivolgersi ad esse" -  F. C.