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La parete bianca

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La nostra vita, la forma che ha assunto, risponde ad una logica innaturale: quella del privilegio e della distanza. Nessuna persona di buon senso può credere che sia vero, eppure facciamo in modo di convincerci che sia vero. Il nostro corpo sanguina, le nostre anime perdono stimoli ogni giorno ma noi facciamo in modo che tutto questo non traspaia, che nessuno possa vedere il nostro dolore. Troppo evidente il riserbo per minimizzare la condizione della nostra vita! Ne voglio parlare per incitare ad una relazione non necessariamente migliore ma sgombra da equivoci. Gli equivoci sono l’elemento costitutivo delle nostre relazioni umane, nelle quali tutti abbiamo ragione e tutti abbiamo torto, si tratta di un gioco delle parole confuse ad altre parole, dilatate dalla risonanza incolta del consumo mediano, il gioco delle regole del gioco, cui ho già fatto cenno in questo blog. Torno sul tema perché vorrei dedicare qualche istante alla debolezza, alla inadeguatezza del nostro stato di umana salute. Non voglio sostenere una tesi, ma sincerarmi del fatto che sono vivo e che la mia vita ha dei limiti intrinseci, con i quali entra continuamente in conflitto. Si tratta di limiti che il quotidiano dimenarsi della mia vita sposta in avanti o indietro, a seconda delle circostanze, e che restano tali a dispetto della mia pretesa di supremazia rispetto ad essi. Faccio come coloro che spostano di continuo i mobili della propria casa, da una parete a quella opposta, e viceversa. I mobili, tuttavia, nonostante il tentato inganno, restano fermi nel loro proposito d’identità, sempre gli stessi, e nessuna invenzione sarà possibile per modificare la quadratura degli ambienti in cui sono (a volte casualmente) posti. A proposito di limiti, mi limito a descrivere il punto al quale siamo da tempo approdati. Il tempo del privilegio e della distanza è finito. Le energie vitali vanno cercate altrove, nel fondamento morale della nostra esistenza. E dico “nostra” non a caso: apparteniamo ad una comunità alla quale non possiamo sottrarci, non solo e non tanto per ragioni di filosofia politica, quanto per le ragioni della vita stessa, che sono immancabilmente comuni a tutti noi, ricchi e poveri, sani e malati, stucchevoli e creativi. Se la premessa ha un minimo di onestà (sarebbe troppo ipotizzare un sia pur minimo grado di esattezza), ciascuno di noi vive affrontando il proprio svantaggio, il limite cui accennavo che gli si è ritorto contro a seguito della mancata accettazione, e questo handicap se lo porta dietro, deve conviverci, al punto di non poterne fare più a meno. Eppure cosa si fa per riconoscerlo o farlo riconoscere? Nulla, assolutamente nulla. La nostra è una condizione stupida e scoperta, una verità che diviene illimitatamente irraggiungibile, a meno di esservi costretti. Dalla costrizione dobbiamo ripartire, da essa in poi scopriamo che la storia è un solco come la ruga sul volto del morente. Nessuna lacrima né consolazione, solo il trascinarci con grande sforzo fino al vaso di fiori alla finestra prima di sentire di non farcela a tornare indietro, prima di sentire il bisogno di chiedere aiuto. La nostra normalità è una bugia. Siamo o dovremmo essere considerati tutti diversamente abili per riuscire a descrivere la zona reclusa nella quale viviamo, la nostra finta libertà, che di libero ha appena il circolar dell’aria intorno a noi. Perché tutto si chiude, come ogni sera, e non riusciremo ad alzarci dal letto domattina se non attraverso un atto di svelamento. Basta riconoscerci uguali a coloro che ignoriamo, dividere con loro le pene e le attese, le nostre sono piene di addii. Il tocco di una mano ci sana, perché non siamo malati ma bisognosi di un finale diverso, non scritto da nessuna parte, in cerca di una strada e di una casa alla quale tornare. Il mio superuomo è un albero per strada, la mia grandezza non è superiore a quella di una foglia, i miei amici hanno smesso di fingere e mi hanno accolto nella casa della diversità, del dialogo e dell’altruismo, oggetti caduti da un mobile di legno antico posto su una parete bianca.

 

 

Commenti   

# l'importanza dei limitiangela abbamondi 2015-01-07 11:37
Il concetto della parete bianca è molto bello perchè richiama l'idea della libertà più assoluta e dell'assenza di limiti. Penso, tuttavia, che anche i limiti siano importanti perchè costringono l'uomo a relazionarsi con loro e così facendo a non cadere nell'abisso che può portare alla morte. Mi spiego meglio. E' giusto esplorare, svelare, cercare risposte alle continue domande ma l'uomo deve avere sempre presenti i propri limiti.
# l'importanza dei limitiangela abbamondi 2015-01-07 11:36
.........Un giorno assistendo ad una trasmissione televisiva che parlava di alpinisti sono rimasta colpita dalle parole del giornalista il quale diceva che gli alpinisti, sfidando le vette più alte, si danno degli obiettivi ai limiti delle possibilità umane. Spesso però, anche per colpa dell'altitudine, molti di loro perdono contezza dei propri limiti e piuttosto che fermarsi in tempo vanno incontro alla morte. Al contrario, l'uomo che sa di non saper nuotare bene, difficilmente morirà annegato perchè non sfiderà mai le acque profonde. Per me la vita è questa. Esplorare, osare con coraggio - " fatti non foste per viver come bruti ma per seguir virtute e conoscenza" diceva Ulisse ai suoi compagni - ma con cautela!
# ab-dicazionemaria zarro 2015-01-07 11:35
La tua verità chiaroscurale conferisce una topologia alla poesia stessa. I “mobili” si chiamano così proprio perché posso(a)no essere spostati. A-létheia (= sveltezza, manifestatività) o orthothes (=correttezza della visione)? (ne parlavamo con Luigi ed i ragazzi durante la Rilettura dei classici) Dipende dal tipo di in-contro che inter-viene: “la forza dello sguardo è nel riconoscimento della duplicità come carattere peculiare della condizione umana” (Umberto Curi). Weil definirebbe la tua, “attenzione creatrice”…per ab-dicazione divina…
# In punta di piediCristina Ciancio 2015-01-07 11:34
Te lo avevo promesso ed eccomi qui. Cercavo il momento, lo spazio, il profumo giusto. Ma forse non esistono, e le maglie della rete, come ti ho detto, sono troppo larghe per trattenere i soffi leggeri dei miei pensieri. Il web non mi attrae, ma mi piace ritrovarti qui come altrove, per sorridere alla rassicurante conferma che il garbo del tuo modo di raccontarti e raccontare sia sempre lo stesso. Così dopo una giornata troppo lunga, lascio che siano le tue parole
eleganti a darmi la buona notte

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Presidente della Fondazione Gerardino Romano

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