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La vita è ciò di cui essere degni. Molti vogliono convincerci del contrario. Ha ragione Primo Levi: siamo soli e la nostra solitudine è irrefrenabile. I molti di cui si parla, spinti da uno spirito di vendetta, si muovono nell’ombra per accrescere la nostra solitudine, sapendo che la nostra sensibilità ai problemi e la nostra consapevolezza della complessità possono diventare un modo per danneggiarci e, al contempo, per accrescere la loro forza, per renderla invincibile. Dobbiamo convincerci invece che siamo soli, ma non siamo isolati. Intorno a noi c’è il mondo che hanno costruito a fatica, al prezzo dei grandi sacrifici di cui si ode ancora una debole eco, i nostri padri. Non dobbiamo dimenticarlo. Un mondo che ci responsabilizza e ci garantisce e mai ci mortifica è stato donato a noi dalla Storia. Dobbiamo esserne degni. Dobbiamo pretenderlo. Non dobbiamo cedere ai tranelli di appetiti momentanei, dobbiamo evitare la calunnia, la facile e indifferente compiacenza verso il potere, e le tecniche di aggressione di cui esso si serve e, se ne restiamo vittime, dobbiamo tener saldi a terra i nostri principi, farci scudo dei valori che ci hanno inculcato e che abbiamo scelto. Il potere è astuto, vigila per esercitare pressione sulle nostre solitudini disarmate e per dare un senso alla propria sdrucita e inefficace presenza. In questo tempo in maschera, liberticida, il pensiero dominante deve essere leopardianamente la poesia, che si situa nella parte opposta a quella in cui siede il potere, perché è spoglia di orpelli, muta e presente in un luogo d’immane chiarezza. Molti le hanno da tempo voltato le spalle e deformano la realtà che pretendono di governare. La poesia è suddita. La si trova ovunque, ma per trovarla occorrono gran lena e forti rinunce. Contro le ombre lunghe del potere si può compiere una leggera pressione sulla parte più dolente del corpo, la mente, per togliere l’ansia dalla sua sede naturale. Farlo così, legger-mente. E sperare che passi. Ma a volte ci sentiamo persi. Come sottrarci ad un nucleo esploso in fatti apparentemente coerenti? I buoni e i cattivi non sono segnati in assoluto! Ricordate l’Ecclesiaste? Bisogna far tesoro delle differenze e farsi carico delle responsabilità, non per indicare una colpa ma una libertà, attenuando quel senso allusivo di scontro che altera il nostro stato d’animo, rendendolo pavido e insicuro, avverso ai nostri stessi diritti garantiti nel cuore della democrazia. Non crediamo in un mondo corrusco di lacrime, pur consapevoli di quante versarne per vivere dignitosamente (la dignità, ancor prima della libertà, è quel che i deformi interpreti del potere intendono comprimere per aver conferma alla propria vile, perché oscura, egemonia). C’è da credere alla felicità degli uomini, come al loro dolore: entrambi hanno a che fare con i diritti garantiti nel cuore della democrazia, che oggi si limita ad apparire una città piena di persone che fanno uso indiscriminato di beni e servizi comuni di cui ignorano l’origine. Bisogna saper credere, come diceva Pasolini, nella felicità, abbandonarsi ad essa, come ad una ragione compiuta, articolata nella distinzione dell’essere umano. Abbiamo un mondo da salvare, anche di là dai nostri figli, nonostante i futili temi che a volte lo riempiono. Non ci arrendiamo alla futilità. Se il sistema tiene, perché ci accomuna, vogliamo offrirci al travaso di sangue che evolve e risolve le improprie contaminazioni di genere. Incombe su di noi un pericolo: quello di non riuscire più a riconoscere i nostri obiettivi, come se presi dalla lotta avessimo perso i volti cari per i quali abbiamo cominciato a lottare. Solo il sogno imperfetto della poesia può rimettere ordine, darci pace, conferirci il diritto ad una qualche risposta. “La speranza nel frattempo”. Come s’intitola il bel volume che raccoglie la conversazione tra John Berger, uno scrittore da noi molto studiato e lodato, e l’attivista indiana Arundhati Roy. Su una delle prime pagine del libro, tutta bianca con uno spazio traverso laterale appena occupato, è riportata una frase di Victor Serge: “Quel che c’è di terribile / quando si cerca la verità / è che la si trova”. La "verità della poesia", direbbe Paul Celan. Un piccolo grazie a colei che si è premurata di ricordarci che siamo sempre in tempo a nutrirci di un sentimento. Una carezza. Legger-mente.

 

 

Commenti   

# Paul Celan: Meridianomaria zarro 2015-01-07 11:44
(...)"Signore e Signori, trovo qualcosa che un poco anche mi consola del fatto di essermi messo, alla Loro presenza, su questa strada impossibile, su questa strada dell'impossibile. Trovo quello che unisce, quello che può avviare il poema all'incontro.Trovo qualcosa che è-come la lingua- immateriale, eppure è terrestre, planetario, qualcosa di circolare, che ritorna a se stesso attraverso entrambi i poli (...): trovo...un Meridiano.

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Il Blog di Felice Casucci

Presidente della Fondazione Gerardino Romano

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"Dal volgersi delle cose al rivolgersi ad esse" -  F. C.