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La poesia è preghiera

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Si è approssimata la fine, è trascorsa, ora viene l’inizio. Ci portiamo dietro la nascita rituale del Cristo. Un Gesù, figlio di Maria, caro anche ad altre religioni. Le giornate si allungano, da qui in poi. Corriamo verso un’altra tappa sconosciuta, come la messe che respira il vento, s’affigge al suo dettame flessuoso per esser colta e travolta in un giorno qualunque, da mani che consegneranno ad altre mani, molte volte, il frutto simbolico dell’abbondanza. Non saranno sfamate ma saziate le bocche dell’avvenire, perché saranno poche per i campi in fiore. Anche su quei campi il sole durerà più a lungo ogni giorno, fino alla pasqua, fino alla morte del Cristo in croce, sanguinante nel costato, il capo rivolto in avanti, quasi a scorgere il vuoto delle proprie membra stracciate, un cespuglio di spine descritto dalla tavola di Grünewald, nel sedicesimo secolo, con la pietà che ci è stata donata dal breve momento dell’arte. Andremo avanti così, imperterriti, fino alla resurrezione. E non guarderemo a questi giorni d’attesa, d’inizio anno. Cercheremo, come sempre facciamo, altrove il nostro motivo dominante, la nostra ragion d’essere. Ci volgeremo a chi non ascolta e, in questo modo, aumenteremo la nostra inquietudine. Qualcuno, allontanatosi per leggere le parole della tradizione, troverà nel mondo che egli si è dato le ragioni del suo esistere. Ma non tornerà da dove è venuto per raccontarlo. Gesù il Nazareno lo ha fatto. Senza armate, senza ali, senza paura. Lo ha fatto nella nuda condizione che gli era offerta dalla sua natura, quella della semplicità. Uomo o Dio che fosse. Lo ha fatto senza paura, che “non ha luogo in amore”. Scrive Giovanni il discepolo prediletto, quello che poggia il capo sul petto del Maestro nell’ultima cena: “il compiuto amore respinge la paura, perché paura ha in sé il castigo: chi ha paura non è perfetto in amore”. Gesù lo ha fatto, contro la tradizione delle forme prive di forma, lo ha fatto nello spirito di un tempo nuovo, in grado di sfamare i bisognosi e di affamare i sazi. “Amarci l’un l’altro”. Questo il suo solo comandamento. Giovanni, per breve libertà datagli dalla preghiera, sussurra: “chi non ama, rimane nella morte”. Qualcuno ascolta, segue, lascia il bisogno di possedere le cose che gli passano accanto, si allontana dal mondo per tornare al compito di farne parte, emulando chi lo ha fatto tanti anni addietro (emulazione becera, imperfetta dei figli malconci di un Dio ignorato da chi lo venera). A costui sento di voler dedicare il primo pensiero dell’anno. Non so se esiste l’uomo di cui parlo. Se esiste, scrive splendide poesie che nessuno legge. Di lui conosciamo qualche pseudonimo, i mestieri peggiori di cui si nutre la sua famiglia, ma non conosciamo l’esempio che fieramente cura di giorno in giorno sull’altare denutrito della poesia. Nei casellari giudiziari il suo nome circola come le scorie del grano nelle pale del mugnaio. Non è più lui a dover dar conto del suo operato. Proprio come accadde al Cristo. Egli, se esiste, si ripete, nel buio pesto dell’antro esistenziale: “Dio è luce, e in lui non v’è tenebra alcuna”. Tutto ruota intorno alla “Parola della vita”. Il poeta segreto, l’uomo che forse nessuno conosce, perché potrebbe non esistere, non può essere l’emulo del Cristo (troppo alta la sua croce), ma è quel che cerchiamo, sotto le mentite spoglie dell’uomo qualunque. Ognuno di noi può diventare o decidere di essere un segno della Speranza. Basta aver fede nell’immagine estrema del nostro peregrinare. Ancora Giovanni: “E questa è la fede che in lui abbiamo; che se qualche cosa gli chiediamo, secondo il suo volere, egli ci esaudisce. E se confidiamo ch’egli ci ascolti nei nostri desideri, sappiamo di possedere già quanto gli abbiamo richiesto”. L’uomo, la storia dell’uomo, è nelle parole illustrate da un poeta di tale grandezza. Con Salvatore Quasimodo, che lo ha tradotto: “La poesia non nasce da alcuna imposizione, lo sappiamo da secoli, ma la poesia dà la verità. Questa è la sua presenza”. La poesia è preghiera solo per la bocca di chi prega. Abbandoniamo una volta per tutte il mito dell’identità personale come una garanzia di successo della nostra civiltà (divenuta) occasionale! Ho scritto, a memoria dell’amicizia giovannea: “Sono nell’acqua del mondo, non c’è acqua che non mi abbia bagnato. Eppure non sono il mondo. Ricorda il tempo che ci è stato donato e salvalo dalla rovina di ogni cosa del mondo”. Mi auguro che questo anno non passi invano, che ogni istante sottoponga il capo alla benedizione del tempo, che in noi riposi il coraggio e che in noi trovi la forza del cambiamento. Per non dare l’idea che volessi concentrare l’attenzione su un particolare che non tutto ricomprende, termino con un invito a meditare sulla cattiva abitudine umana al rinvio dell’incombente dinanzi all’ignoto che incombe. Con Seneca: “il maggior spreco della vita è il differirla”. Vivere, dunque, questo mi auguro per la nostra Fondazione, dopo gli anni della costituzione e quelli della consolidazione. Dunque, viviamo!

 

 

Commenti   

# continu...azionimaria zarro 2015-01-07 11:48
Quale salvezza? “Forse unicamente i poeti, che hanno dimora simultaneamente nella vecchiaia e nella fanciullezza, nel sogno e nella visione, nel senso e in ciò a cui il senso allude perennemente. E’ un poeta, il solo poeta religioso oggi vivente, Andrej Sinjavskij, ad aver chiuso in due parole la gesta perduta della quale sembra divenga sempre più imperativo ricordarsi: "Non si tratta di superare la natura ma di sostituirla con un’altra natura a noi ignota”.
(Cristina Campo in Sensi soprannaturali, p. 232). Il vecchio continua nel fanciullo che non potrebbe essere senza di lui. Sacro e poetico. Presenza del divino…sorgente…e ri-sorgente…

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Il Blog di Felice Casucci

Presidente della Fondazione Gerardino Romano

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