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C'è una volta

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Una volta o due o mille. Cosa cambia? C'è sempre una volta. Un soffio d'aria. Tutto concentrato nella sensazione, perché la sensazione è propria, allinea i pianeti dell'universo composto dal basso. Basta scegliere il tono per scrivere. Seguire lo stesso indirizzo vittorioso sulle ombre del giorno. Non è la notte a far paura. Significa dare la mano all'uomo che ci è dato in armonia. Il compagno di viaggio, come nella fiaba di Andersen. Fare minuzie dell'impegno di vivere, non per banalità ma per riempire il vuoto del cappone nel quale si concentra la realtà di certi giorni espulsi dalla vita. Insaporire così il nutrimento, la parte sana, non ancora masticata dal bisogno individuale. Si è distratti dal bisogno! In molte occasioni cammina a piedi nudi sulla terra e non sente niente. Chi si ritrae non parla. Venir dunque ad ogni legittimo sforzo. Non sottrarsi alla punizione e alla sua benedizione. Ruminare il cibo nella polaroid che luccica. Spingersi nell'immagine, la forma che suscita. Muoversi appena per non destare sospetti. Essere lo spirito guerriero di Foscolo e il verderame sulla giacca del conte di Spencer. Divenire la speranza d'essere ogni cosa, pur di non tornare alla scellerata spedizione manzoniana. La solitudine non cerca compagnia. Se l'alga può star sola nel mare, non siamo noi il culmine d'una vampa di spari finiti nel nulla della sterile rivolta. Valichiamo noi stessi. Liberi dal male estremo della ciclotomia, pensiamo ad unire quel che è sminuzzato. La nostra vita è libera, non compromessa dal male minore e subdolo che siamo. Oh Dio, che scomponi le lamine, offri al taglio una spiegazione! Il silenzio non esprime consenso, ha una lingua colta in flagrante adulterio, non cerca scuse. Riemerge da quel soffio d'aria di cui dicevo, non perde tempo con la sfera dell'ineluttabile. Non sempre scrive chi vuol diventar poeta. Si limita ai contorni. Non dipinge le figure che ha abbozzato. Attende che escano dal cuore di formica nel quale riposano. Le pagine aperte sono le più dure da chiudere. TUM, scrive mio figlio sulla pagina gialla di un disegno infantile. S'apre la porta chiamata per nome che non voleva cedere. Se guardi in quel punto vedrai che non cede al colpo lineare di un bimbo spezzato. Perché la scrittura scopre le carte di un altro gioco, confonde e confessa. Fa due cose per farne una sola. Prova tu a riuscirci diversamente! Ti sfido, prima del tempo. Poi, quando si compie l'ora, la lesione non ha motore. Semplicemente si muore. E sulla scissura sagittale cade abbondante la neve. Un mulo attraversa la gola profonda come una candela che si spegne. Sono le parole di una preghiera, tutte uguali, le firme di un referendum che invadono il cervello e dilagano altrove. Riprende la luna ad oscurare il principio di dominio sul mondo. Nessuno parla, nessuno può parlare. La lingua del silenzio, nella trance di suffissi pronominali, suoni avulsivi, alternanza di consonanti sorde e sonore, momentanee e continue, la lingua ottentotta, massacrata dagli olandesi nel Capo di Buona Speranza. Fonetica e morfologia della lingua amata, che riveste di gas nobili il cuore della rivelazione: mia madre che mi parla sul ciglio d'una scala. Ci sono pochi sussurri nel diadema linguistico che vale la pena di salvare. Tra questi, gli intervalli lunghissimi, gli approdi ormonali, i rumori di fondo, la casa che si stampa sui muri, il grano del vento, le onde polari, la mosca cieca di piccoli a frotte. Centocinquanta canti con accompagnamento di cetra e una bibbia di ricordi che hanno perso, nell'autunno improvviso degli anni, tutte le parole. Mia madre non è muta. Con voce imitativa guarda intorno a sé l'atto di scardinare un destino. Ha negli occhi la distanza e la paura. Le chiedo di tenermi la mano come se stessi per cadere dalla scala. Tutti ritornano alla notte, alla piena lunare che non rivela il corpo di luci nascosto dal mantello. Ora è ora. Il liquido della pioggia s'è vuotato dal cielo fino a terra. Nei tempi che sgorgano simultaneamente, la donna che governa la casa ha ucciso un gallo, il sangue forma una chiazza che sembra un grappolo d'uva. Madre, madre mia chi ti ha conservato più di così, da ripetere nella lingua amata dell'infanzia, il silenzio inconfessabile, la fiaba irrespirabile dalla quale nessuno è tornato? C'era, c'era una volta. No, madre mia, c'era mille volte ed ognuna di esse abbiamo dovuto intendere e tradurre, usando l'invenzione della scrittura e, quando era necessario, quella più ardita della poesia. Ma tu non mi ascolti, non senti il fastidio intollerabile di vivere, lo incarni, al punto che il mondo con le sue urla s'allontana e in te resta solo la lingua estinta d'una popolazione dell'Africa australe che non hai conosciuto. E l'estasi del silenzio, che ci trattiene dal dimenticare che c'era una volta... una fantasia plasmata dal fatto residuo, una riunione di persone che s'erano date convegno nello stesso giorno di nozze, l'adolescenza discesa dai piani superiori, l'errore di credersi abusati e un santo in comune che ci chiede di uscire, correre, intralciare la formula magica. C'è una volta, ogni volta, una madre e un figlio che cercano d'abbracciarsi, anche quando non vi riescono.

 

 

 

Commenti   

# QUANDO LE RIGHE DIVENGONO DEMIURGHEPATRIZIA BOVE 2015-01-07 14:21
Faccio fatica a riemergere dalla lettura del tuo blog … mi perdo nella foresta delle immagini che hai evocato , tento di mettere in ordine le frasi appena lette per attenuare il grande senso di angoscia che mi pervade. Tra tutti hai raccontato, nel tuo modo ermetico e misterioso di entrare nei sentimenti (“ perché la scrittura scopre le carte di un altro gioco, confonde e confessa”), il dolore della separazione da chi – per tutti- è la prima, grande , infinita fonte d’amore: la madre.
Il dolore sordo e rassegnato che si concede , come un ostaggio, all’ imminente abbandono , e chiama a raccolta ricordi, odori, abbracci, persone e canti , tutto pur di allontanare l’inevitabile silenzio.
C’è nelle tue parole l’abbraccio di una madre e di un figlio, separati…nella vita e nella morte…e, sopra tutto, c’è la necessità della scrittura che ,come una fonte d’acqua fresca, placa la sete:

“Quando le righe divengono demiurghe di sé stesse, quando assisto, come un miracoloso insaputo, alla nascita sulla carta di frasi che sfuggono alla mia volontà e che si imprimono sul foglio mio malgrado, esse mi fanno conoscere quello che non sapevo né credevo di volere…”(da "L'eleganza del riccio")

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