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Vivere l'ombra

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Vivere l’ombra è vivere nelle ultime file, confondersi nella confusione, ascoltare senza essere visti, spogliarsi per dimenticarsi. Uccidersi per dimenticarsi. Vivere l’ombra non ha figli, non ha fratelli, non ha compagni. Vivere l’ombra che s’insinua contraria, invoca ogni giorno la maledizione della vita, non cerca riscatto ma un culmine di realtà. Vuole finire negli angoli delle stanze come polvere e misericordia. Si può vivere l’ombra senza rinunciare a vivere. Entrare e uscire dalla follia. Cospargersi d’ogni sorta di malattia. La regola di chi pratica una simile avventura è non avere regole. Sentire lo spazio stretto di cui si dispone per goderne. Vivere l’ombra è la sfera contraddetta che origina le cose. Pende dal cielo di una lunga, penosa esplorazione e cade in frantumi di disperata ossessione. Tutti ne parlano, nessuno può pronunciarne il nome. Vivere l’ombra segue il passato ma non lascia traccia di sé. Una donna che entra in una stanza di rovine e tiene a distanza il perimetro allegorico: una madre apparsa in uno specchio vuoto, una madre alla quale non si è dato ascolto, che ha smesso di ragionare. Vivere l’ombra chiude le tende e gli occhi, distende le gambe, finge di dormire. Bussa alla porta degli ammalati, ne cerca gli odori, rinuncia al mestiere, fa di tutto una sorpresa, una scommessa, una lacrima. Vivere l’ombra schiera dall’altro lato della domanda, tra coloro che la suscitano, né possono offrire risposte. Un’interruzione s’impiglia nelle mani. L’ombra taglia i rifornimenti, abbandona alla noncuranza. Non risponde al telefono, non apre le braccia, scopre l’epica di un riservato idillio con se stessi, non ha cronaca, non ha felicità, non ha tormento. Viene incontro al domani con i suoi abiti di casa, il cappello di paglia in testa. Vivere l’ombra non ha giorni di festa. Non ha molto più da dividere, pur essendo così infantile quel nascondersi aspirando l’ombra di una sigaretta proibita. Vedi coloro che se ne allontanano, in cerca di gloria, li vedi sul loro carro alato che trascolora nella luce dei riflettori, compiaciuti di piacere a se stessi. La loro luce accesa fa male alle anime in ombra. Non importa se il mondo va avanti, se le carte condannano la vita ancora una volta. L’ombra ascolta il canto della notte che scende nelle sue profondità, l’albero del vento che accoglie l’uccello smagrito. Dimentica le parole, non si chiede come farà a riaprire le braccia. Sospende il giudizio. Cancella l’indizio. Non viene l’ombra a caso. Guarda i secoli che si chinano sullo specchio vuoto per attraversarlo. Lascia fare. Vivere l’ombra tiene l’uomo seduto e la donna in piedi. L’uno in rapporto all’altra ad occhi chiusi. Una palla che rotola, non si sa dove. Lontano, certamente lontano. Far finta è l’unica estremità che l’ombra non raggiunge. Poi riposa la mente, trattenendosi a conversare con ospiti d’altre mestizie. Vivere l’ombra non travalica i confini ma li custodisce come bambole senza testa. Tace la fame e il cibo. Demorde. Se avessi avuto, come me, un fratello nella risacca dei corpi nudi al vitreo materno, forse capiresti o tenteresti di dare un volto alla solitudine. L’ombra spoglia il giacere da misure indomite. Ha ragion d’essere solo la pietra. Si crede che esista quel che non accade. L’uomo ha questa stoltezza. Vivere l’ombra ricompone le figure piane. Assilla di destini attenuati le forme solide. Scarica i video del domani, che butta via. Si tratta, in fondo, di non avere certezze. E indietreggiare per accorgersi di vivere. L’ombra da tempo è china su di noi, rovista nelle nostre viscere il male che sfavillerà mortale. Quando sopraggiunge cancella la speranza come una bestia che semina colpi nell’aria. Ci stanca della posizione eretta, dei beni di largo consumo. Non partecipa l’ospite alla cerimonia del nostro progressivo decadimento fisico. L’ombra è nemica della noia. Possono scorrere il traffico in strada, le voci nei corridoi, i pasti dei necrofori sulle bianche pareti, l’ombra non si leva di mezzo. Viverla non sembra vivere più del letto d’ospedale dove spinge gli ultimi battiti del suo cuore. Eppure il paradiso dell’uomo raccoglie un po’ della pace che essa lascia cadere. Non invano. Non si leva di mezzo e non si mette in mezzo. L’ombra è così, senza fissa dimora. Sembra che qualcuno la conosca meglio, sappia quel che altri non sanno. Vivere l’ombra è toglierla alle stagioni del contadino, alle nebbie del diseredato, al colpo a tradimento dell’amico, provoca amnesie, conforta. Aspro risuona nella cassa toracica il rogo della morte. Lingue di fuoco in brocche ultraterrene. Non aver paura dell’esile ora, non tacerle la voce tua d’essere stato un uomo. Vivere è morire più in fretta. L’ombra, dunque, si mostra.

 

 

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Il Blog di Felice Casucci

Presidente della Fondazione Gerardino Romano

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"Dal volgersi delle cose al rivolgersi ad esse" -  F. C.