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Chi vive

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Superfici dilatate. Rose collezionate dal cielo che le sfoglia ad una ad una. Cadono petali, come vestiti allentati dalla pioggia. Dopo tanti anni, un viaggio in treno che ripercorre le tappe scomparse! Dimmi tu se è vera ogni parola, se la fiaba fa fatica a restare in piedi. Dimmi se sono io che ho vissuto il ricordo di cui mi parli. Ho trascorso troppo tempo nell’assenza di quel che si muove in noi. Basta un cenno del capo e i fulmini rallegrano il cielo. Danzano intorno ad un vecchio divano consunto due ragazzi che non hanno altro posto nella testa che le loro braccia impersonate di storie impossibili e strette. In quel piano alto di una vecchia casa i ricordi si confondono. Chi vive ha il cuore stanco, chi vive ha un bacio che gli viene dal cuore. Spegnersi le luci e chiudersi gli occhi. La morte sembra un sogno. Mio padre che compone un verso sul ciglio di un dirupo e un numero di telefono impigliato tra le sue mani, che non risponde più. Sono io il giovane di quel futuro scritto altrove. E mi rintano nella carrozza ferroviaria del nostro incontro, per dirti una poesia subitanea. Così discende in noi l’addio. Sembro dormire e tu sembri passare sulle note di una canzone distratta. Siamo esili pieghe di un risvolto onirico. Pronti a fare la nostra parte, come soldati chiamati alle armi. Conosciamo bene quel modo di sparare nel mucchio, raccogliendo un corpo solo, un grido soffocato dalla moltitudine. Non fuggire, se ti ho amato! Non ripetermi la filastrocca che dimenticherò. Qui, dritta davanti a te, la notte s’allontana. Danziamo in un vortice di luna. Chi ha filo per inanellare le lacrime, agiti la sua piccola mano. Noi vi salutiamo nel bel mezzo della recita di fine anno. Siamo destinati ad una solitudine e ad una scomparsa. Siamo vicini ad una solitudine scomparsa. Posti a sedere finiti. La proiezione continua. Basta credere alle bugie: le promesse sono state mantenute! Noi abbiamo dimenticato. Ora ricordiamo. Tutti insieme. Nel letto del fiume che ci bagna due volte. Prendiamo dal mucchio la perdita grande del colpo mortale, il colpo mortale della felicità. Ci siamo negati la felicità. Scendere da un treno non significava perderlo. Incito coloro che vivono a tenere il proprio albero e rivestirlo della corteccia cerebrale dei ricordi muti, fare della propria vita una primavera perenne, del proprio dolore la più grande gioia. E questo, solo per dare alle parole un senso reso evidente dalla pronuncia silenziosa che contiene un bacio. Dunque, allora, ho fallito molte volte, e molte volte perdono me stesso. Perdonami tu la debole ragione che mi ha colpito, mentre mi allontanavo. La fibra regge la forza del verso che ti ho donato. Non è un dono quel che si abbandona! Andiamo di gran carriera e lentamente sulla strada afflitta dai misteri e sorridiamo a quel che capiterà. La briciola che il destino ha tenuto in pugno. Tornano mio nonno Gerardino, mia sorella, mio padre, Luca, il giovane suicida, morti per sempre. Flessuosa l’esile figura che ho interpretato. Mi piego in due, in molti, in mille. Nessuno è uno. Le promesse sono state mantenute! Piera conduce una danza che gli occhi trattengono nell’attimo successivo alla sua fine. Chi vive è vissuto per sempre.

Commenti   

# in unomaria zarro 2015-01-07 14:26
Nel flusso del tempo che genera e dissolve vi è il fermo-immagine che è sospensione perchè possa darsi l'ac-cadere di anticipare e ritardare, sperare e ricordare. Il tempo dell'evento si colloca tra movimento e quiete, Eraclito si riappacifica con Parmenide. Il verso eternizza il gesto e l'attimo non interrompe, piuttosto prelude al presente nella molteplicità dei possibili. "Nessuno è uno", ma è in "uno" dei possibili la fioritura del futuro.

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Il Blog di Felice Casucci

Presidente della Fondazione Gerardino Romano

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"Dal volgersi delle cose al rivolgersi ad esse" -  F. C.