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Io credo

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Tutto affiora in noi con la forza dei sentimenti. Da un buio silenzioso tutt’altro che morbido, come sabbia sul fondo marino, tutto affiora in noi sentimentalmente, consentendoci di respirare, anche distrarci e sbagliare. I sentimenti propongono un’etica della verità diversa da quella ufficiale, non sono scritti in nessuno editto, non rivelano alcuno schema replicabile e, nonostante il bel pensiero di un giurista coccolato dai salotti editoriali nostrani, temo che non possano aspirare al traguardo di alcuna ragione pubblica. Essi consentono scambi elementari, strette di mano, qualche bacio segreto. L’etica dei sentimenti racconta la sua storia in molte stanze chiuse, a volte squallide e solitarie, luoghi ristretti all’avido giubileo del privatissimo, riservato a pratiche in corso, intangibile dalla luce del sole, a cui pure i sentimenti prendono parte con giochi di luce e colore. Mentre ci stringiamo nelle nostre ossa, i calchi ramificati degli uomini invadono la riva del mare, affondano dove i sentimenti affiorano. Vanno in pezzi gli oggetti fragili sotto l’impulso delle code distratte. Non si può diventare responsabili dell’amore, che sulle scale dei nostri teatri d’opera mietono vittime. Sono morti senza colpevoli. La colpa ricade su chi vi ha creduto. Sazio all’inverosimile. Si chiamano a raccolta le parole d’ordine della libertà di giudizio. Ma non c’entra ciò che è grande in un piccolo contenitore. La poesia d’amore sana chi legge. Ad una donna sorride la pancia, quando ci pensa. Ad un’altra semplicemente risveglia gli istanti animali. Colei che ama lo sa.

Siamo consapevoli di tutto questo. Ma come dire ad un umano che quel che egli è non può essere accolto, perché contrasta con il comune senso del pudore? Lo spettro della nostra immaginazione, che non si esime dal minacciarci, è tutto quel che abbiamo in periodi di magra. Ci segue con favore nei cortei funebri. Ogni umano ha un artificio supremo cui far ricorso in casi disperati. Solitamente si ricorre alla parola “amore”. Un soglio divenuto evidente ad interpreti affrettati. Quando si affonda nelle sabbie della risacca, viene l’esigenza del disprezzo per quel che si è tentato di essere senza riuscirvi. Si risponde a catena, in automatico, come un centralinista multilingue nel buio confessionale. Non si conosce il futuro. Porta un nodo alla gola, il bel nodo di una cravatta, o l’improvvisato nodo del suicida. Solo per dire che non differisce l’apparenza dal disprezzo.

Orsù, facciamo finta che qualcosa accada! Sciogliere un nodo alla gola è come sciogliere un enigma. Entrare nella chiesa sconsacrata della fabulazione trasognata, in cui ci si confessa e non si chiede d’essere assolti dal peccato. Colui che possiede non desidera, colui che possiede non ama. Qualcuno compra una cravatta al giorno e la regala al suicida di turno. Non siamo tutti uguali. Ogni mondo è un umano, con i suoi congegni da lubrificare, per far girare le superfici sull’attrito. Non si porta indulgenza agli scarabocchi di un sentimentale, le scosse dell’imprevedibile lo perseguitano fino alle rive dei mari inseparabili. Ci sono stanze ben costruite nei palazzi reconditi, e troppe facce che fanno fatica a respirare, con quel nodo in gola. L’armistizio, sulle scrivanie dei potenti, è un atto sempre da firmare. Il sangue in circolazione continua a discutere la stessa condanna.

Viene il Natale! Quello del bambino, del bue e dell’asinello. Appesi all’albero, con Giuda, l’anemone esangue, e l’eternità. Un altro giorno trascorso in fretta. Come una stella della via lattea. Un’odissea nello spazio, che non tiene conto delle vette raggiunte dagli esploratori dubbiosi. Un dimenare foglie al vento, che formano un cerchio. Cosa dobbiamo attenderci ancora? Gli uomini vivono eretti, ma sognano distesi. La zolla più feconda della loro vita è lasciata incolta agli uomini che verranno. La semplice abilità non risponde alle sollecitazioni del cuore. Un po’ di buon senso servirebbe agli infelici. Viene il Natale! Risponde alla domanda: “chi sei tu?”. Ma scruta lontano, da una collina, le ragnatele dell’increato. Basterebbe un gesto proprio d’umanità. Tipo “io credo”.

Liberaci, oh Signore, dai nodi che non vediamo, che concorriamo a stringere con mani certe del “così va fatto”. Noi siamo speciali ai Tuoi occhi: il primo rigo di un libro profumato da mille parole. Non negarci il peggio, per quanto immeritato, riservaci di guardare il riflesso del cielo dal vetro che hai infranto nel giorno breve dell’ira. Donaci la quiete, l’esile canto dei mortali.

 

 

Commenti   

# Ma portiamo tutti la stessa cravattaDario Russo 2015-01-07 14:33
Non siamo noi a scegliere il nodo, ne' chi ce lo mette al collo.
# Post ScriptumDario Russo 2015-01-07 14:31
Gli auguri sono posticipati (in parte). Ciao, Felice :)

D.

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Il Blog di Felice Casucci

Presidente della Fondazione Gerardino Romano

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"Dal volgersi delle cose al rivolgersi ad esse" -  F. C.