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L'ospite indesiderato

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Daniela è stata con noi. Ci ha parlato di un quaderno a cui s’aprono le pagine e si finisce per leggervi le storie di molti racconti. Daniela è partita. Non eravamo in tanti a riceverla. Siamo forse troppo presenti a noi stessi per far posto ad altri. O forse siamo così lontani dal luogo dei nostri incontri da non riuscire a trovarli, neppure dopo una lunga attesa. O semplicemente siamo stretti ad altro, co-stretti a vivere la vita come un treno su un binario, in odio alla successiva fermata.

Dopo la conversazione culturale con Daniela siamo andati a cena. Ha cucinato per noi Antonio. Qui eravamo più numerosi. La cena ha avuto un andamento sulfureo, lento. Si è allertata di visioni.

Mi fermo qui, dinanzi al dato tangibile dell’esperienza vissuta. La realtà non esiste come oggetto conosciuto. Da qui, sgorgano fiotti copiosi di conseguenze elementari.

Bisogna smetterla di scrivere! Bisogna raccontare solo le parole, scrivere storie di parole. Farsi dire e dire no, quando si è tentati di scrivere racconti. Bisogna avere il coraggio di annullare le distanze dal mare dei nostri pensieri, solcate con imbarcazioni da pesca. Nulla di quel che è utile fa bene alla ricerca. Le parole pesano, mi dice Carlo, reggendo a stento il suo vocabolario della lingua italiana. Dunque, esistono, sono noi, in nostra assenza. Qualcuno le ignora. Qualcun altro le offende. Ma stanno lì dove ci ha consentito di arrivare un ostinato silenzio. Le parole possono uscire da una gola secca o da una terra bagnata, non cambiano la propria sede naturale: il silenzio. Quando si mettono a cantare sembrano affermative, ma stanno per ritrarsi.

Nessuno di noi ha un merito. Le parole che lo illustrano fingono di credervi. La bellezza delle parole ci ha opportunamente traditi, con un pugnale tra le mani. “Ammirare bellezza. Riconoscerne il viso. Sedarne l’impeto e coltivarlo nel cuore”. Altrove, tra i fogli sparsi sulla scrivania, prima che giungesse. “Vi è un ospite, un solo ospite nella vita: quello indesiderato”. A proposito di notti che non colmano la misura, che prendono in prestito gli itinerari gastronomici più stravaganti, i capricci più pericolosi, depositando inerzia di parole, dopo aver loro aperto la pancia. “Spegnere il rumore della mente. Addormentarsi. Con la testa sul gomito. Per punizione”. Far questo, come a voler rendere una risposta ad una domanda non ancora avanzata, sapendo a chi, cosa riferirsi, senza dirlo. “Si copre la distanza ma resta la lontananza, come candela accesa nell’impero del buio”.

Sono le parole sulle quali imbarcarsi per attraversare il corso d’acqua che ci annega? E dicono, o provano a dire qualcosa degli errori in esse formulati? Non vi è domani per chi vuole giostrare con la vita. Si cade da cavallo. Nell’atto di spegnersi gli occhi, si vede il cielo che non si è mai visto. Per l’uomo che muore, c’è una sfida più grande? L’ospite indesiderato lo soccorre e porge l’orecchio alle sue ultime parole, quelle che nessuno udrà. La poesia dell’uomo è tutta in quel silenzio, da cui promanano sciami d’insetti velenosi. A chi leggere ciò che si nasconde nel lascito morale di un poeta? Chi ne decide la sorte? “Salire, salire non è l’unica levità del mare. Riflettere non è il suo segreto. Tirar giù gli assi dal cielo non è il suo mestiere. Fluire, prorompere, sognare, come acqua corrente, intestini di parole da una scheggia conficcata, come la genitrice di tutti i salmi dimenticati. Perché il mare, questo mare di cui nessuno parla dovrebbe essere più vero? Chi entra non può uscire dalla libertà”. L’ospite indesiderato lo sa e fa in modo che l’uomo seguiti a parlare, anche quando finisce.

Nelle ultime ore, lotta con l’ospite indesideraro Alberto, l’amico torinese. A lui è dedicata la fine di ogni storia che ci conviene, l'incitamento a dare una vita propria alle parole. Non voglio, non posso scrivere quel che egli, che non ascolta, è in grado di ascoltare.

 

 

 

Commenti   

# ‘O culore d’e pparolePATRIZIA BOVE 2015-01-07 14:41
Parole.. parole ascoltate, parole parlate e parole scritte...
Ha ragione Carlo: le parole hanno un peso e non sono soltanto un mondo di vocali e consonanti asservite al nostro bisogno di relazione e alla nostra brama di conoscenza!
Spesso sono loro a sopravviverci, a “lasciare il segno” del nostro passaggio in questa vita. Sono noi in nostra assenza, come dici tu… perciò sono importanti, dovremmo imparare a usarle con cautela, dovremmo “colorarle”, come dice Eduardo, perché le parole senz’anima producono suoni afoni e la gente parla come se fosse muta.

"Quant’è bello ‘o culore d’e pparole
e che festa addiventa nu foglietto,
nu piezzo ‘e carta (…)
si ‘e pparole
ca porta scritte
so’ state scigliute
a ssicond’ ‘o culore d’ ‘e pparole.
Tu liegge
e vide ‘o blù
vide ‘o cceleste
vide ‘o russagno
‘o vverde
‘o ppavunazzo,
te vene sotto all’uocchie ll’amaranto
si chillo c’ha scigliuto
canusceva
‘a faccia
‘a voce
e ll’uocchie ‘e nu tramonto(...)"
# Scrivere o non scrivere: questa e' materia di insonniaDaniela Matronola 2015-01-07 14:39
Caro Felice,
il 'nostro' mercoledì con Gerardono Romano mi e' piaciuto molto.
Da quel che ci siamo raccontati molto e' rimasto fuori. Per esempio mi sarebbe piaciuto ricordare di richiamare un certo passaggio del Terzo Movimento in cui domina Il roseo Orseolo, docente della facoltà romana di Architettura, 'divin geometra' si potrebbe dire, "fisicamente immenso"- come mio padre lo definiva, classico professore della vecchia guardia sdegnato dalla inevitabilità del confronto col debisciamento della classe studente, che (non so se ti ricorda qualcosa) rivolge al debosciato di turno capitatogli davanti per l'esame di Geometria Descrittiva: "La lascio solo con se stesso, non e' detto che resterà in buona compagnia".
Smettere di scrivere mi pare la sola igiene: invece gli imbrattatori aumentano in una escalation forsennata che appare inarrestabile.

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Il Blog di Felice Casucci

Presidente della Fondazione Gerardino Romano

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