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L'istante eterno

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Basta togliere ad ogni parola una lettera del suo discosto alfabeto ed essa cade al suolo, trafitta da una mancanza. Tra spifferi di vento e citazioni letterarie, la parte più grande della vita è un’invenzione. In altre parole, crediamo di vivere una vita che ci è sottratta, la modelliamo come se ne disponessimo e, invece, ci cade dalle mani, come una parola trafitta da una mancanza. Dunque, così si comincia, in compagnia di se stessi, e così si finisce, guardando nuvole in mezzo al cielo, da una finestra occupata di luce che degrada, accanto al nastro della veste sguarnita. L’essere umano è come un ceppo piantato nell’ovunque. Dalle radici, portate via, sale odore di terra profonda. In minuti durati a lungo, tutto cambia. Bastano pochi minuti per sottrarre o aggiungere. Della morte di Lucia Barone non so darmi ragione. Avvenuta appena ieri, già oggi superiore alle mie forze. I ricordi non indietreggiano davanti alla scomparsa, che avanza. Basta cambiare poche lettere dell’alfabeto astenico? Istinto o istante? “Non so spiegar, non so tacer”, pronuncia il barocco “affanno” del gran maestro napoletano di canto, Nicola Antonio Giacinto Porpora. Lucia “fugge dagli occhi miei” ed io le grido dietro, con tono di Semiramide, “ricordati chi sei”. Ma la parte più grande della vita è un’invenzione. Lo sa il cane travolto sulla strada, il fiore sepolto dai suoi petali, la requie di ogni muscolo sul volto ghiaccio, bocche di parole ripetute e non colte. Il pomeriggio del giorno dopo, nel museo di Largo Donnaregina, l’Adagio di Alessandro Scarlatti portava all’Aria di Giuditta (“Se ritorno”) ancora parole, come “innocente” e “contumace”, che la toga scivolata dalla bara di Lucia ripeteva e non coglieva. Una voce dal silenzio, una voce dal buio, per slanci di seduzione e morte. Un oratorio dalle grate serrate. Le Furie nell’Aria di Vagaus “Armatae face et anguibus”, la vendetta degli sconfitti, giudicati, condannati a sorte. E il mio cuore, su cui posavano baci di note musicali, cresceva tra il padre e il figlio, tra Ares ed Eros, in cerca d’allegria e d’eternità, come nel nostro incontro per archi, in sol minore (l’Affettuoso di Francesco Durante). Fino a Mozart, la pietà e l’amore, nell’Aria di Donna Elvira, del celebre Don Giovanni. Il soprano Giacinta Nicotra intonava per te la mia canzone: “Sul tuo precipizio mi sporgo, precipito alla solenne Morte, e rinfocolo il sangue appena spento, chiuso nel tumolo refrattario. Tu sei costei che canta la clausura sepolcrale, con voce d’angelo, vibrato plettro di tenerezza e veleno, dove scorre il rivolo sul muro. La morte non ti segna il viso, le tue labbra baciano ogni volto, ma son sole, come in una canzone. Nidi di rondine, i tuoi occhi, seguitano la primavera. Chi muore rapisce l’istante eterno e lo porta con sé, dalla camera oscura del cuore alla luce di un sorriso”. Oh musica, oh gioia! Amica suscitata a bellezza incomparabile! Al cuore, dunque, mira al cuore! Ed abbi cura di te, che non sei più . Il paradiso dura un istante. Mi rispondi, dal tuo silenzio: “…il pensiero della gioia può durare per sempre…”.

 

 

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Il Blog di Felice Casucci

Presidente della Fondazione Gerardino Romano

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"Dal volgersi delle cose al rivolgersi ad esse" -  F. C.