Piazzetta G.Romano, n.15, 82037 Telese Terme, BN  P.I.01283530622

Un decalogo per la salute

Valutazione attuale:  / 2
ScarsoOttimo 

 

Regola n. 1. La salute è un bene prezioso. Va preservato da parte di coloro che ne sono i portatori sani, gli ammalati. E difeso rispetto a coloro che ne sono i portatori occasionali, i medici. Non esiste il medico assoluto, così come non esiste il cestello dei doni dentro al quale non può trovarsi la sorpresa sgradita. Questo esclude giudizi sommari e consente margini d’errore difficilmente censurabili. Salvo il disinteresse morale. Inaccettabile.

Regola n. 2. Guardarsi dai medici che non sbagliano mai. Si tratta di una specie professionale in grande spolvero. Tutti immersi nell’oceano della propria sapienza, che fingono d’ignorare l’esistenza di altre isole, come la loro, rigogliose per consigli e prescrizioni. Tutti stellari, senza veder le stelle. Tutti pronti a lanciare una scialuppa di salvataggio al proprio ego in difficoltà. Ed a lasciare affogare il collega che ha diagnosticato per primo, della serie "io lo avevo detto e, se non lo avevo detto, lo avevo pensato".

Regola n. 3. Guardarsi dai medici che sbagliano sempre. La coscienza dei propri errori è una maestra infallibile per chi ritiene di avere ancora molto da imparare. Ma l’ignoranza, si sa, è convinta di sapere ogni cosa. Quindi non studia, non lima, non corregge. Non chiede neanche scusa quando sbaglia. Anzi, afferma di aver ragione da vendere, come se fosse spendibile da qualche parte la ragione presunta.

Regola n. 4. L’ospedale non è un luogo d’afflizione. Il tentativo umano più riuscito, almeno nel nostro Paese, è quello di fare della degenza ospedaliera una forma preclusiva (alla vista delle persone che godono di buona salute; pur trattandosi, quest’ultimo, di un dato apparente, suscettibile di rapide oscillazioni sul mercato del cambio di casacca a seconda dei giorni). Nessuno è più bisognoso di cure di un ammalato.

Regola n. 5. La villeggiatura sanitaria non è consentita. Su questo punto, la cultura del DRG la dice lunga. Ma la dice altrettanto lunga la scatola nera dei morti ammazzati per lungodegenza. Bisogna toccarsi nei giorni respirabili, in cui diagnosi e terapia stanno insieme come compagni di giochi. Evitare di affidare ad un luogo imbiancato di fresco o ad un camice bianco ben sistemato la natura miracolosa del rifugio dai peccati, dalle paure.

Regola n. 6. Assomigliare ai medici di una volta. Con molte più cose da fare. È possibile? L’amico Enzo risponderebbe certamente: “no, non è possibile”. L’ultimo decreto del governo lo dimostra. Si mette tutta la merce in vetrina, si posizionano le luci, si allestisce il panorama attrattivo. E si aspetta il malcapitato di turno. Almeno una volta nella vita ciascuno di noi è un malcapitato. Le possibilità crescono con gli anni.

Regola n. 7. Torturare non è curare. La cura ha poco a che vedere con i farmaci. La cura è un modo di salire le scale, saltando per arrivare prima, è una forma d’entusiasmo del soccorrere, dell’alleviare, del sanare. Il medico che rivendica a se stesso il diritto di curare non può fare a meno del suo aver creduto, almeno una volta, a quel che faceva, senza riserve. Il medico che vuole chiamarsi tale non può voltare le spalle a nessuno. Mai.

Regola n. 8. Curare non è un modo di far soldi. Aiutare è un modo di spendere i soldi. Chi vuol fare i soldi con la salute deve proporre condizioni adeguate all’impresa di cui si occupa. Deve investire almeno quanto ricava. La salute è un’impresa non lucrativa. Questo non vuol dire che si affida al volontariato o che non paga coloro che vi lavorano. Al contrario, l’impresa di salute deve pareggiare il bilancio con le sue spese. Salvo il capitale circolante.

Regola n. 9. Perseverare è diabolico. La regola si riferisce al fatto, già commentato fugacemente a proposito delle regole precedenti, che “errare è umano”. La competenza di un medico non è negoziabile. Non si può fare così in fretta da sotterrare i propri errori e da farne di nuovi senza un attimo di ripensamento. Tutti concorrono all’errore umano, che ha fattezze sia individuali sia collettive. Chi giudica la colpa, vi concorre.

Regola n. 10. Il prestigio non è un privilegio. Ho conosciuto medici di grande prestigio che nemmeno sapevano a memoria il proprio nome. Li ho aspettati, mentre trascorrevano ore intere ad ascoltare le pene altrui, sorseggiando caffè e fumando sigarette che odoravano di terra amara e di sole. Li ho lasciati al tavolo di una trattoria, perché avevano vergogna a mangiare il pasto degli ammalati, come se rubassero. Non li ho abbracciati abbastanza.

Regola postuma. Bisogna parlare la stessa lingua. I giovani stanno da un’altra parte, con le loro locuzioni monche da sms (non usano buste da lettera). Coloro che prescrivono programmi di riabilitazione degli impiccati (mi sembra che il farmaco si chiami Funivit), fanno corsi serali per sciamani ed occultismo vario. Le donne dicono il rosario al mattino presto. Gli infermieri, invece, cantano i deliri, tipo “Non è Francesca”.

 

Mia moglie è stata vittima di un caso di malasanità o degli occhi secchi di colei che ha versato troppe lacrime e non ne ha più da versare e ogni cosa che guarda brucia col suo sguardo? Non è dato sapere. Neanche questo è dato sapere. Dal suo ricovero in ospedale, dove sono stati tutti molto bravi, a cominciare dal direttore dell’Unità Operativa, ho ricavato gli spunti del decalogo. Ogni riferimento a fatti (evocati nel decalogo) e persone (in esso maltrattate, sia pure con in maniera bonaria) è puramente casuale. Mia moglie non ha smesso di vivere, è sopravvissuta, nonostante gli sforzi del sistema sanitario nazionale, che comunque sentitamente ringrazio per la collaborazione involontariamente prestata. Il tono utilizzato, tra il serio e il faceto, non tragga in inganno. Il pericolo esiste. Anche se la vita è più forte. Una cosa l’ho imparata, però. L’ho imparata davvero: quando una donna, nel nostro entroterra, non riesce più a fare le tagliatelle con le uova fresche, ha smesso sostanzialmente di vivere. Grazie Pia! Avevo altri pensieri, più personali. Ma li ho dimenticati. I pensieri non sono bulloni, che se non li avviti rimangono lì, e te ne ricordi, di tanto in tanto. Un solo pensiero (personale e conclusivo) mi è ben chiaro: dedico questo breve scritto al medico che fu mio padre.

 

 

 

You have no rights to post comments

Il Blog di Felice Casucci

Presidente della Fondazione Gerardino Romano

Accedi

"Dal volgersi delle cose al rivolgersi ad esse" -  F. C.