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L'uomo che non ha fretta

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Ma noi, noi ascoltiamo? Ascoltiamo chi ci parla? Gli diamo soccorso, se ci chiede senza chiedere? A me è capitato di non accorgermi, di non vedere, trascurando chi mi chiedeva soccorso. Ho fatto come le persone che critico. Un giovane avvocato, ricordo, i suoi occhi, ricordo. La mia errata convinzione di sapere quel che non sapevo. Io non sono diverso dalle persone che giudico e condanno. Ecco il punto dal quale partire per parlare del mio amico Shlomo Venezia. Dalla chiarezza bisogna partire. La poca chiarezza che ci è consentita nella stagione di mezzo, dove la vita raggela, dopo un temporale improvviso. La sua vita mi metteva (e mi mette) nella condizione di sapere, sempre, da che parte stare. Non è una questione di ebrei e palestinesi, di ebrei e nazisti. Con Shlomo ero (e sono) sicuro di non perdermi nella cecità, di non perdermi nella noncuranza, di non perdermi nelle bugie, di non perdermi tra la folla, di non perdermi quando resto solo, di non perdermi se pure provassi a farlo. Perché lui era (ed è) l’uomo che non puoi perdere. Se lo fai, perdi te stesso, e tutto quel che sei, per sempre. Mi ricorda mio nonno, pur essendo molto più giovane di lui; di un’altra epoca, intendo. Me lo ricorda, quando mi teneva (e mi tiene) la mano. Quando mi accoglieva (e mi accoglie), facendomi posto nel nascondiglio spinoso della sua anima, dove si conversava, o meglio, io conversavo, e lui guardava dritto davanti a sé, con un sorriso remoto sulle labbra, come se stesse leggendo un versetto sacro nella mente, e un brano del suo pensiero, senza dirmelo, fosse stato dedicato a me, o a quelli come me, gli eterni inconsapevoli. Non ci si poteva spingere oltre con lui. Era già oltre. Ora dico che è vivo, ma so che è morto. Lo dico un po’ per consolarmi, un po’ perché non so che farmene della sua morte. Io credo nella sua vita. Sono stanco di seppellire le persone che amo! Vorrei adirarmi con qualcuno. Non certo con lui, che teneva testa a chiunque, ma rimaneva retto, pulito, come un pezzo di legno sacro, su cui la pioggia del temporale non può nulla (bagnarlo, scalfirlo, sottrarlo). Shlomo era (ed è) la morte di ogni celebrazione. Il vestito allegro della festa, che indossava in giorni qualsiasi, per persone qualsiasi, proprio come me. Se non si ha alcuna gioia nel cuore, mi ha insegnato, le tenebre ne prendono il posto. Bisogna trovare uno spazio per la felicità, aprirlo come il tavolo del pic-nic, mangiarci sopra, con le donne e gli uomini da amare, in carne ed ossa, che possono stringerci la mano nel momento del bisogno. Shlomo era (ed è) l’isola tra molte correnti, l’isola a cui pensare, che m’impediva (e m’impedisce) di cedere alla morte, al suo giudizio, alla sua condanna. Lui che aveva guizzato come fiamma da una lotta ardente, mi appare più simile al tramestio del quotidiano testimoniarsi in Dio, che ai simboli della memoria, che servono agli uomini per un’altra lotta, un altro olocausto. Shlomo era (ed è) puro dalla barbara costellazione delle parole. Con lui non si poteva dare per scontato che le cose andassero proprio come dovevano andare. Tutto quel che c’è da dire ora, comunque, ha smesso di avere un senso, se non facciamo pace con le nostre ferite, se la bilancia su cui poggiamo le cose pende da una sola parte, se non abbiamo niente di possente da offrire, se ci allontaniamo troppo dalla panca dell’umile dimora in cui egli ha vissuto. Immagino i suoi occhiali sulla mensola, la compostezza dei giusti, una mancanza di oggetti, nella sua nuova casa. Immagino che non ci siano scale, la strada che vi conduce sia coperta d’alberi e che egli ci guardi dalla finestra, mentre conversiamo con colei che ha lasciato dopo cinquant’anni di matrimonio, la sua luce superlativa. Ci accoglie accaldati, con un sorso d’acqua, ci stringe, come se non fosse più possibile lasciarsi. Con le sue mani d’uomo buono ci offre le stimmate del paradiso (ognuno ne ha uno, dalle parti di ciò in cui crede), e uno stivaggio di canti melodici, che negano l’esistenza della morte come distacco definitivo. Shlomo non canta, stona se lo fa. Lui tace, ascolta la campagna, all’apice del giorno, riempirsi della sua assenza. Si volta, dunque, guarda, ci guarda ancora, e scompare dietro una porta adatta al suo sogno, una porta piccola nella parete invisibile. Si volta per darci quiete. Così è l’amore: distrugge quel che costruisce, e costruisce quel che distrugge. Non chiude gli occhi. Non è cieco, lui. Non porta neppure gli occhiali, che ha lasciato sulla mensola. Guarda lontano. Non lo si può trattenere. Avanza, libero, nella direzione contraria alla nostra, con una lettera nella tasca, scritta di getto, che non leggerà. Si volta e dice: “Sia fatta la volontà di Dio, che unisce, non divide, ama, non punisce, e c’induce al cammino, perché sa che il tempo non cancella le tracce”. I bambini corrono in strada, con le loro facce color delle rose, come il fazzoletto che tiene stretto nella mano. Diciamo: “hai bisogno?”. Non ci ascolta. Le teste degli alberi, chini nelle quattro stagioni, contano l’ultimo anno. Sua madre, le sorelle, il forno sfilano dagli occhi il dolore impresso a caldo e lo salutano. Sembra che danzino. Chi muore non giace, entra nella sua grande compagnia. Ognuno ne ha una. Shlomo lo sa. Non ha fretta.

 

 

 

Commenti   

# Canto d'amorePATRIZIA BOVE 2015-01-07 14:48
Non ci sono parole, Felice, per commentare questo "canto d'amore" così sentito, commovente e "perfetto" nella sua completezza! Quello che ho avuto la fortuna di leggere- quasi per caso- proprio ora, prima di una mattinata che si preannuncia frenetica e convulsa, mi restituisce un grande senso di pace. Hai ragione, Felice.... bisogna ascoltare di più gli altri per fare chiarezza su sé stessi. Grazie a te per avercelo ricordato! E grazie a Shlomo perchè la sua vita è stata e sarà un faro per tutti coloro che temono il buio!

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Presidente della Fondazione Gerardino Romano

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