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L'errore è puro

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A seguito del mio “decalogo per la salute”, ho ricevuto molti consensi e qualche dissenso. Ritorno sull’argomento, perché credo di essere stato, per certi aspetti, frainteso. Di là dal tono spesso scherzoso e volutamente provocatorio dello scritto, non intendevo togliermi alcuna pietra dalla scarpa. Ogni esperienza di vita ha un risvolto fortemente narrativo. Ogni narrazione suscita, in chi scrive con tale accento, una traccia fantasiosa, nostalgica, metastorica. Non a caso riservavo alla comprensione piena dell’accaduto uno spazio così ristretto da renderlo effimero: la signora Pia che non riusciva più a fare le tagliatelle era l’unica circostanza tratta integralmente, senza alcuna manipolazione, dalla realtà. Quel che mi ha ispirato – e qui vengo al versante “serio”, motivazionale dello scritto – è stato il principio di responsabilità, talmente dibattuto da diventare inflazionato. Tale principio per me significa che in una dimensione economico-sociale evoluta come la nostra, non sono tanto i diritti a dover essere richiamati alla mente dei cittadini ma i doveri, non solo e non tanto gli astratti doveri dei cittadini medesimi, che pure hanno rilevanza, quanto quelli di coloro che li amministrano, li assistono, li curano. Tale tasso di impegno civico, dal mio punto di vista, va accresciuto allorché ci si trova ad amministrare, assistere, curare persone in difficoltà. Questo in generale. Più nel dettaglio, intendevo affermare una responsabilità etica che nulla ha a che vedere con quella giuridica e che, sempre dal mio punto di vista, vale molto più di essa. Personalmente non sono un giustizialista e mi schiero sempre contro i giudizi sommari (molto in voga). Il mio racconto del sistema sanitario nazionale, di là dalle variazioni sul tema cui ho fatto cenno, muoveva da un’esperienza di pieno affidamento, di convinzione nella sua bontà ed efficienza. Qui, non c’entra niente neppure la deontologia professionale, che ritengo una strumento inadeguato in assenza di una eticità consapevole e largamente presente nei comportamenti sociali. Anche l’amore non è una scienza infusa, s’impara ad amare. Senza l’amore, che si apprende con l’esemplarità e la conoscenza di se stessi, una carezza può far più male di un pugno. Non volevo neppure aggirarmi nel mondo dell’opinabilità interpretativa delle condotte professionali. Ognuno ne risponde a modo suo. Chi giudica è colpevole di giudizio. Bisogna fare attenzione a non chiedere per gli altri quel che si esclude valga per i fatti propri. I miei errori sono cento, mille volte più grandi di quelli che ho decritto. Nessun cambiamento sincero avviene se non si parte dai propri errori. Non dispongo della lanterna magica e mi perdo nell’oscurità, come tutti. Chiedo scusa, perciò, se qualcuno si è sentito offeso dalle mie parole, che cercavano, in un labirinto di segni non rassicuranti, il filo perduto di una saggezza, quella medica, di cui abbiamo tanto bisogno. Non volevo contrappormi o incitare alla contrapposizione. Mi piacerebbe che in questo Paese, senza integrità, qualcuno dicesse “ho sbagliato e sono pronto a farmi carico delle conseguenze del mio errore”. Penso che sarebbe una grande prova, e un’opportunità inedita, per la democrazia. Altrimenti, dove mettere radici nel divenire furioso di quel che ci è sottratto? Quali risposte dare ai giovani che le attendono? Perdonare, riconciliare. L’errore è puro.

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Il Blog di Felice Casucci

Presidente della Fondazione Gerardino Romano

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"Dal volgersi delle cose al rivolgersi ad esse" -  F. C.