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Bianco umanesimo

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L’Uomo è un Antico Testamento. Anche se muta il canone, l’Uomo non si discosta dai suoi comandamenti. Mai. Se non crede in quel che scrive, l’Uomo convince altri delle proprie opinioni. Ci riesce benissimo. Perciò, quelle opinioni sono spesso “intimamente contraddittorie”. Fanno molti seguaci e inducono molti di loro all’errore. La “maniera” descritta dal Vasari, finita nella crisi rinascimentale, diventa “manierismo”. Non tutto quel che dice Burckhardt è oro colato, ma trasponendo, con le dovute proporzioni, un po’ ci ha preso: niente può essere fine solo a se stesso. In tempi di campagna elettorale, lo “stile” dell’urbinate Raffaello può parlare all’orecchio assordato da certezze rivelatesi false. Sembra, con grave margine di vuota tolleranza, che tutto sia uguale (e che niente sia quel che pretende di essere). Non sembri un azzardo affermare che l’Uomo fa strage di cuori affranti e bisognosi di farsi abbindolare. Un’illuminante realtà e il peggiore dei mali non possono rendere l’idea di ciò di cui parlo, se non facendo riferimento all’immane strumento di salvezza e tortura che risponde al nome dell’Uomo. Ci accingiamo ad un altro “sacco di Roma”, con le truppe dei lanzichenecchi di un Carlo V mascherato a farla da padrone, dato che le Bande Nere del condottiero Giovanni da Forlì si sono estinte da tempo? Questa volta il saccheggio durerà più di un anno? L’odio del “luteranesimo” politico si abbatterà ancora contro le mura erette dalla Storia? Asburgo e Valois si contenderanno le spoglie nel teatro di una conquista? Vedremo e capiremo? O guarderemo altrove? Qui, nell’astratta configurazione di un evento atteso e minaccioso, si consumerà il rito funebre della democrazia, voluta dall’Uomo per migliori esiti? Non è rincorrendo le voci scomposte della zuffa che l’Uomo ritrova se stesso. L’acquaforte di Francisco Goya del 1797 recita: “Il sonno della ragione genera mostri”. Ho chiesto alle persone più care chi siano i “mostri” suscitati dalla nostra paura, ma non ho ricevuto risposta alcuna. Ho chiesto in giro: “Chi ha paura di Virginia Woolf?”. Neppure a questa domanda, spentasi nel teatro di una conquista (una Broadway incatenata del 1962), ho ricevuto risposta. Chi ha paura del lupo cattivo? Tra Dalla e Vecchioni ci sono i Negrita. Ha ragione Aldo Grasso quando dice che “è più facile coltivare con fermezza opinioni temerarie che essere assennati”. L’Uomo ha bisogno, cent’anni dopo, di un nuovo “Bloomsbury Group”. E qui, nell’astratta configurazione di un evento atteso e minaccioso, ritorna la letteratura, la critica d’arte, gli studi sociali, le arti plastiche, l’economia e la musica; ritorna l’idea che “non” tutto sia “per profitto”. La Nussbaum e la Butler non smettono di litigare, com’è consuetudine nelle cinecittà del mondo. Sen porta la qualità della vita appesa al collo, come un medaglione della beat generation (e non sono passati pochi anni da allora). Il filosofo scozzese John Armstrong ammonisce sul “valore intrinseco della cultura”. Lui vive in Australia. Che ne sa dell’inferno delle nostre periferie, dove il voto vale quanto un paio di occhiali rotti con un pugno? Sarebbe luminosa “un’educazione che insegni la bellezza e il pensiero critico”, se un esercito di mercenari la difendesse. Luminosa la parola “umanesimo”, se qualcuno fosse in grado di spiegare cosa sia e a cosa serva (e, se non serve a niente, spiegare perché è importante che non serva a niente). Invece, si dice “scienza”, la si pronuncia con la pretesa di aver coperto il campo di battaglia e di averlo protetto dalla pioggia intensa. Qui ci si bagna. Ci si ammala (la malaria, in occasione del “sacco di Roma”, non risparmiò nessuno). E la “scienza” fornisce un’occasione, non una risposta. Continua il silenzio, tra le voci scomposte della zuffa. “Ucronia”, invoca l’amica di sempre, la mia malinconia. Un’altra storia, migliore di questa. Una cosa inventata tempo addietro e formulata dalla filosofia francese a metà del XIX secolo. Non basta più, cara amica. Cambiare l’ordine dei fattori, non cambia il risultato. Partire per un altrove (utopico) non conduce alla “Città eterna” di Hall Caine (1901), alla “Repubblica dell’Uomo” voluta dal giovane deputato letterario Davide Rossi in un’Italia d’inizio Novecento. È vero che “nessun luogo è lontano”, nella favola di Richard Bach, ma “nessun luogo” è qui ed ora. Ci si attarda in inutili querimonie, mentre il mondo rotola, come carta da regalo nell’immondizia di un asse mediano dalle parti di Aversa. Altro che bellezza e sindrome di Stendhal! Riappare Virginia Woolf nelle “Ore” di Cunningham (1952), e quel suo romanzo che parla di un mercoledì del giugno 1923, di una certa signora Dalloway: tre figure femminili che utilizzano lo stesso immane strumento di salvezza e tortura. Non si può più fare a meno di credere che l’Uomo, mortificato e depresso, sia un Antico Testamento. In giorni di baci e di sole, nulla è fine a se stesso e nulla è come sembra. Solo l’Uomo cambia la natura che descrive. I comandamenti, però restano gli stessi. I comandamenti sono sette, come i vizi capitali. Il primo: non farti bastare quel che sai. Il secondo: la realtà formi l’immaginazione. Il terzo: radunati nell’ultima spiaggia. Il quarto: nessun manovratore al comando. Il quinto: specchia le ali. Il sesto: non morire. Il settimo: fai giustizia col ricordo. Rosanna mi scrive, sulle labbra dell’imbrunire, le parole di un colore scuro: “amare dà coraggio, essere amati dà forza”. Il ricordo a lei non serve. Vi si oppone: “il ricordo alimenta l’odio, una pianta che deve essere coltivata dal ricordo”. Abbiamo qualcosa in comune? Allora, scordiamoci del passato, come nella vecchia canzone napoletana, che spesso cantiamo. La ninna nanna accompagna il sonno e fa coltivare la speranza di un risveglio. Nessun comandamento resiste alla primavera. Energia eruttiva. L’Uomo è un sortilegio, l’anelito al sangue di cui è composto (il sangue di Medusa decapitata da Perseo, nella scultura del’irrefrenabile Cellini), perché si versi e si purifichi. Sulla pietra indifferente cade la sua testa, come il ponte sulla gola profonda. Quel che resta, l’attraversa. Kurt Weil quando arriva a Broadway non fa più niente di “serio”. Fa fortuna. Ma questo non è il destino dell’Uomo. Sette sono i suoi peccati del periodo parigino, su testo di Brecht. Il cantante italiano Enrico Ruggeri li intona nell’album L’uomo che vola. Chi guarda al mercato immobiliare, chi alle scuole di danza, chi alle sale parto. L’Uomo dorme. Scorrono i fiumi sotterranei nella testa ingombra di residui. Olio su tela della Bisi Fabbri. Chiusi gli occhi, l’odore dei profumi iconoclasti entra nelle narici e bacia, come un ultimo raggio di sole, le labbra dell’imbrunire. Andiamo alla nostra transumanza lungo il tratturo dell’epoca sepolta, soggiogati alla Doganella d’Abruzzo. Fermi alla stazione di sosta, dove i “pastori” di D’Annunzio riposano sazi del viaggio e della fatica. I giovani non sanno queste cose. Non sanno che presto correrà per loro il giorno della morte di Sylvia Plath: cinquant’anni al servizio di un suicidio che presagiva (“preferirei essere orizzontale … L’essere distesa mi è naturale. Allora c’è aperto colloquio tra il cielo e me / e sarò utile quando sarò distesa per sempre: / forse allora gli alberi mi toccheranno e i fiori avranno tempo per me”). Ritrovarsi è un tempo centrato, centrale, un luogo soverchio di promesse, che le ha mantenute tutte. Trasmigrare da un tempo all’altro della stagione di vivere reca una festa, che la prossima montatura elettorale vuole sacrificare. L’Uomo, un disciplinato suddito in fila per due bocconi di sollecitudine? “Il sorriso della neve è bianco”.


 


 

 

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Il Blog di Felice Casucci

Presidente della Fondazione Gerardino Romano

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"Dal volgersi delle cose al rivolgersi ad esse" -  F. C.