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Un disordine pensante

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Da uno scritto inedito di Febo, di recente rinvenuto.

 

"Siamo un disordine pensante. Un disordine scomodo a dirsi e ancor più scomodo a farsi. Un fischio nell'aria. Una frase sfuggita alle pareti di una scuola in cui corrono i bambini senza ascoltarla. Siamo stati il respiro che sospira, la notte degli occhi chiusi, ed ora siamo qui a percorrere le tappe della via crucis come se ci fosse qualcuno che arriva dall'altra parte della vita in punta di piedi e non lascia una coda di coralli nell'erba molle del sole o la tagliente lama della sua minaccia nella giubba trafitta dal cuore innamorato. Siamo qui a far finta che nulla abbia importanza, perché la verità ci conduce per mano sulla strada dell’indifferenza. Ma la nostra croce è ben salda in petto e le nostre parole non lasciano adito a dubbi: noi siamo il pensiero che regge il peso del mondo. Non per vanto, né per privilegio, ma per essere stati immobili alla finestra dove il mondo è passato col volto segnato di lacrime, e per un attimo ha alzato lo sguardo. Scomodo a dirsi, ancor più scomodo a farsi. Non siamo quel che siamo stati. Egli, perduta la memoria, non ci ha riconosciuti. Così, abbiamo scoperto la morte della lunga esistenza e la nostra abitudine a credere al domani come un vizio che discende da una virtù. Non trattenere le lacrime, mondo mio, non fermarle copiose, esse corrono dove nessuna voce arriva, dove nessun dolore grida, le tue lacrime sono l'unica lezione che resta alla fine della lezione che ho tenuto per te nella mia lunga esistenza. Il mio cuore è stanco. Me lo dice da tempo. Questo è un addio, che non ti ho dato di persona perché sono morto molte volte. Soffocato dall'ansia di spiegarmi e di farmi capire. Chi governa il mondo sa che la tua palla rotola sulle scale umide e nessun ordine materiale la fermerà".

 

Qualcuno dice che Febo sia Apollo, che parla per bocca di Pizia con frasi sconnesse, sull’ombelico del mondo. La sua arte è antica: duemila anni non bastano. Tutto ha cancellato Teodosio, e chi è venuto dietro di lui con vesti di vetro e corallo. Spalancano la bocca del dio tre donne in una. Il demone Python le avvolge nelle sue spire. Il prezzo è alto. Una pelle ruvida riscalda la pura stazione, profanata da Echecatre di Tessaglia. Femminilità maschile, circondata di capre e sacerdoti. Nella camera oscura dell’occhio benedetto di Delfi, l’arte ha un dolce vapore che fuoriesce dalle rocce. Il cambiamento è necessario. Apollo sconfigge il Pitone. Ma l’arte del mondo è il potere di pronunciarne il nome. Se va perduta, la vita perde valore. Gli idrocarburi di Plutarco non mentono. C’è chi lo nega. E l’Arciere non si fa vedere. Non insegue il lupo. I Libri Sibillini bruciano nella caldara bellica. Nessuno ferma la mano assassina. Neppure il carme secolare di Orazio, con i suoi lievi artigli. Chi è in grado di reggere lo sguardo del dio, rivolto verso l’alto, lo fa restando immobile. Ne scopre il dolore e, impietrito, riflette la luna piena, come un disordine pensante. [Il mare sfidò il cielo per farlo nascere. Il parto gemellare fu maschile e femminile]. Chi rinuncia a vivere con tanta forza non può che essere il dio doppio, colui che ha guarito i mali del mondo col suo arco d’argento. Ora egli piange per Dafne e Giacinto, e nulla lo consola, neppure le Muse che ha istruito. Di lui non resta che una vendetta compiuta. E il canto di un usignolo.

 

 

   

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Il Blog di Felice Casucci

Presidente della Fondazione Gerardino Romano

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"Dal volgersi delle cose al rivolgersi ad esse" -  F. C.