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Gli ultimi giorni dalla terraferma

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Ho la sensazione di vivere dentro un acquario e di assistere ad un maremoto che spacca i timpani del mondo. Non ci sono più vele al vento. Il fatto di vivere in una vasca di cristallo non mi salva dall’onda che sale e travolge ogni cosa. Solo gli umani con le branchie sono destinati a sopravvivere. Il resto è caricatura, cervelli fini all’ammasso nella putrefazione che verrà, quando il mare, dopo la furia, lentamente si sarà ritirato. Le solite occupazioni assumeranno contorni ridicoli. Le barche dei pescatori dall’alto del mare guarderanno gli sgocciolatoi elettrici entrare in funzione e sopraffare l’operosità dell’installatore. Il denaro, tutto il denaro con cui abbiamo comprato le piante da frutto, l’orto, il giardino, il muschio, il concime parlerà una lingua invisibile. Vedremo solo muovere le bocche dei clowns, come code in fuga. Non potremo sviluppare nessuna ragione da opporre al manto denso e liquido che coprirà la nostra terraferma. Difficile resistere, difficile nuotare. O saremo parte della distruzione o saremo destinati ad essere spazzati via. Non si possono fare due cose in una. Gli organismi semplici, elementari, con le loro facce da santini protetti dagli sguardi dei fedeli, seguiranno l’onda di ritorno. Gli androni delle case buie in cui si consuma la violenza quotidiana dell’uomo sull’uomo, le camerate con i letti i materassi e le coperte, i televisori accesi, tutto sarà ricomposto in un disordine nuovo, la necessità che vivere non sia un’abitudine. Perciò, chi sa fare qualcosa, qualcosa di utile per gli altri, alzi la mano e si metta a disposizione. Si rechi, con i suoi attrezzi, al punto di raccolta dei ricordi, racconti la sua storia e partecipi alla condivisione del dolore. Troppe lacrime sono state versate inutilmente! Ora sono tornate per riprendersi la scena, per consumare la loro vendetta. Si dirà che sono i catastrofisti i peggiori nemici della verità, come se stessimo in gita premio e la nostra barca ha un luogo dove andare, di là dal tramonto o dall’alba, che sempre ci accompagnano. Siamo alla fine del mondo conosciuto! Chi ha un gomitolo di figlio che dorme sul divano ancora un po’, dopo averlo svegliato presto per fuggire, sa che gli incubi parlano la lingua invisibile del nostro cuore. Dobbiamo riconoscerlo: abbiamo fatto scelte sbagliate, ci siamo soffermati sui dettagli, dimenticando il generale disegno che contribuivamo a comporre. La scena politica è stata avvelenata da abusi, da brutture, abbiamo familiarizzato con la delazione e l’insania. E i nostri sforzi non sono serviti neppure a stordirci abbastanza, al punto da non vedere le conseguenze del nostro lasciar scorrere l’acqua abbondante, l’impeto irrazionale della Storia, che prima o poi ci avrebbe raggiunto sull’isola felice dove credevamo di aver messo in salvo le nostre prensili vite da terraferma. La scena politica era il fondale marino, il generale disegno che contribuivamo a comporre. Non abbiamo impedito che si riempisse di materiali pesanti, piloni di un ponte sullo stretto mai realizzato, figure oscene, sfruttatori e sfruttati. Chi ci ricorda le poche occupazioni che sono consentite prima della fuga, non è un catastrofista ma un sognatore, uno che si è svegliato nel mezzo della notte perché ha visto quel che esiste, anche se non lo conosciamo. Se muore un vecchio indignato, la sua indignazione resta. La medaglia pende dal suo petto sfigurato dalla morte, come una vela al vento. Ci diceva che sul mondo cade una pioggia esiziale e che le scene del crimine vi si svolgono indisturbate. Chi muore non sempre ha torto. Non vede la luce del sole, questo sì. Ma il sole non è l’unica ragione per vivere. Filtra dalle feritoie del nostro buio androne di violenza, non spazza negli angoli, non rivela. Non ne possiamo godere mentre siamo impegnati a fuggire. Gli occhi vedono anche nel buio pesto. Le mani lo toccano. I piedi lo percorrono. Ma dove andare, se non sappiamo nuotare la piena che monta? La vasca di cristallo ormai è infranta. Non ci sono più confini tra i territori di dentro e quelli di fuori. Tutto ci è portato via. Con feroce abbondanza. Eppure il corpo da cui vi parlo, il corpo delle emozioni e dei ricordi, è fluido, diviene, acqua che chiede di bere altra acqua. Se pure annega, non può fare a meno del cambiamento. Lo incarna. Vuole fermamente accettarne la risoluzione ultima. Il corpo dell’uomo nuovo afferma il proprio sacrosanto diritto di aiutare, nella fuga precipitosa, altri corpi, per andare tutti insieme, assordati, verso il mondo che verrà.


 


 

 

Commenti   

# La felicità collettivaPATRIZIA BOVE 2015-01-07 14:51
“Ah felicità su quale treno nella notte viaggerai, lo so che passerai ma come sempre in fretta non ti fermi mai…”.
Hai ragione, abbiamo fatto scelte sbagliate! La scena politica è stata avvelenata da abusi, da soprusi e da storture…. C’è bisogno di un riscatto…dobbiamo alzare la testa e guardarci l’un l’altro, riconoscendoci come persone in cerca del bene comune!
Non è facile questo periodo, il “passaggio” implica sempre adattamento , spirito di sacrificio e abnegazione ma la storia ci insegna che il cambiamento è spesso purificatore e catartico.
La felicità, evocata nella canzone di Dalla citata in premessa, deve essere la meta prefissata: ma essa non deve intesa come mero appagamento individuale bensì come stato di benessere collettivo .
Ci vuole più giustizia sociale: un concetto un po’ retrò che i nostri politici avevano messo nel dimenticatoio ma che le disuguaglianze sociali di questi ultimi anni stanno riportando di grande attualità.
Giustizia sociale è felicità collettiva!
Perché ,per dirlo con le parole di Eduardo nel De Pretore Vincenzo : “ chist’ è ‘o Paradiso: letto per tutti e pane ben diviso”

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