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La preda che sono

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“Sogno l'assenza, che ha difficoltà ad entrare nel sogno per prendersi lo spazio che desidero abbia. Mi si richiede d'essere materia e di contare la mia pena molte volte per farla pesare di più, quando bisognerà decidere da che parte stare sulla bilancia della giustizia. Così mi riprendo, nella notte di tutte le forme lievi, il mio diritto d'essere un uomo”. Quando ho scritto queste parole pensavo d’aver dormito a lungo prima di svegliarmi come un mausoleo tra le nuvole. Fermo così, con la mia mente che registrava dediche ai passanti, mentre la maggior parte di loro non aveva fogli in tasca per dedicare la propria fame di parole a qualcuno. Ero proprio nella condizione perfetta dell’imperfezione, quello stato alterato tipico che precede di poco un’operazione chirurgica o una solitudine manifesta. Non riuscivo a telefonare, perché mi mancava il numero del paradiso, dove avrei trovato i miei cari (pensiero che sinceramente condividevo con la maggior parte di quei passanti ai quali mi riferivo). Non si può affrontare da soli il pugno sferrato dalla vita! Bisogna trovare conforto al dolore inevitabile. Ecco, in un giorno smagrito di nuvole sui tetti e di piantine incolpevoli sui balconi, il mio disordine s’allontanava da qui, in cerca di una madre malata, di una ragione, separata da me, per vivere ancora. E non ho trovato nulla, proprio nulla di diverso dallo stato cruento della mia disciplina, la nostra disciplina imposta. Solo l’adempiere ciecamente ad un dovere, come un bimbo su un otto volante, mi riavvicinava alla felicità, mi condensava nel cuore le pulsioni dell’ossequio e del contrasto, con cui provare a liberare dalla caccia la preda che sono.

 

 

 

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Il Blog di Felice Casucci

Presidente della Fondazione Gerardino Romano

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"Dal volgersi delle cose al rivolgersi ad esse" -  F. C.