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L'incontro

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Nel cuore delle cose arde un fuoco, alla fine delle scale, in una notte di pioggia. Mi capita di sapere che c’è qualcuno nella stanza in penombra, qualcuno intenzionato al silenzio, all’attesa, alla durata. Non conta quante volte il sole sorga o tramonti per arrivare alla notte di cui parlo. So che tutte le risposte ai sogni molteplici e confusi della mia vita sono il peso che grava sulle spalle curve della persona in poltrona, di cui non scorgo il volto, sento solo il suo respiro, come si nutrisse del fuoco e, a sua volta, lo alimentasse. Non vi è pace in nessuna vita, le gambe fanno fatica a salire, il cuore delle cose arde privo di un senso compiuto. Eppure il percorso che mi separa dalla verità non rappresenta un ostacolo. Affretto il passo. C’è qualcosa di spasmodicamente lento nel mio cammino, come se volessi giustificarmi di un gesto sbagliato. Sto per entrare in una dimensione altrui, che mi appartiene. La figura, oscurata dal riflesso di luce sui contorni visibili della seduta in pesante stoffa di vecchia fattura, sembra non accorgersi del mio ingresso. Forse dorme. Il corpo, che ho sottoposto a prove superiori alle sue forze, m’impedisce d'inoltrarmi. Mi lega ai ritmi cardiologici di un singhiozzo. Avverto dentro di me che il bambino s’accinge al pianto. Alle mie spalle, una gelida folata di vento. Tutto quel che conoscevo l’ho dimenticato, tutta la frenesia dei germogli si è ostruita. La mente cerca una via d’uscita che l’ombra offusca. Penso che Dio o chi per Lui si è messo a giocare con me, come il medico con l’ammalato: lo mette alla prova e gli fa credere ad una bugia per il suo bene. Mi muovo senza pensare. Mi sembra naturale. Il pensiero mi porterebbe lontano da qui. Ed io non voglio allontanarmi da questo luogo. Voglio muovermi, andare avanti, avvicinarmi alla poltrona, al camino, alla pietra scolpita che lo contorna. Vedo i suoi piedi, dentro pantofole di lana. Credo si tratti di un vecchio. Le pantofole sono troppo lise, deve averle indossate per lunghi anni. E poi non esprimono vitalità, solo gonfiore e stanchezza. Deve avere una coperta sulle gambe. Di fianco, sul bracciolo della poltrona, scorgo la mano, una striscia bianca nel buio che la soffoca, colomba che fa fatica a volare. E questo conferma la tesi di una vecchiezza che mi si approssima, una sorpresa che è destinata a finire. Mi sporgo, col cuore (delle cose) che mi stringe la gola. Le vertebre producono un rumore sordo. Forse mi sono proteso, con arbitrio, oltre me stesso. La figura è interamente ricoperta da un manto nero. Tossisce. Così, d’improvviso. Sobbalzo. Guardo. Il velo cade. Mia madre alza gli occhi al cielo. E lo incontra. Senza vedermi.

 

 

 

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Il Blog di Felice Casucci

Presidente della Fondazione Gerardino Romano

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"Dal volgersi delle cose al rivolgersi ad esse" -  F. C.