Piazzetta G.Romano, n.15, 82037 Telese Terme, BN  P.I.01283530622

Le parole dedicate alle cose

Valutazione attuale:  / 1
ScarsoOttimo 

Mio padre dormiva quando è morto. Aveva un’alba e un tramonto a portata di mano. Una bava d’orizzonte che gli contornava il capo, come un’aureola. Si è levato dal suo letto di sposo: il principio del giorno segue fantasmi difficili da catturare. Indifferente a ciò che gli era indifferente. Pochi passi fino al bagno. Inoltrandosi nel participio passato, ha attraversato il confine che lo teneva unito a noi. Il semaforo della sua vita era spento. Non ha commesso alcuna infrazione. Cosa a cui teneva molto. Nell’uscire di casa, si è cercato nelle tasche l’accendino che illumina il viso, la sigaretta che lo brucia. Doveva correre dal suo amore in autunno. I figli sono grandi, avrà pensato, capiranno. Nessun cambiamento apparente. Però, il suo corpo era asciutto, come chi non vuol vedere la fine del giorno. Non c’erano scale sotto i suoi piedi, non poneva attenzione al quadro che raffigurava la madre. Sapeva che presto l’avrebbe raggiunta. Quel nome che accomuna respirava di cravatte ben stirate. Lucia, Lucia, Lucia! Solo a te dedico la mia malinconia. Con le ossa che non fanno rumore siedo l’ultima volta nell’auto che parte, guardo i comuni, le nuvole, il monte Somma, le risposte che non ho saputo dare al mio Socrate impazzito. Le persone che amiamo col tempo della morte diventano cose, macchinazioni della mente trasfigurate e sfiorite, campane destinate al silenzio. Anche io sono già una pietra per lacrime insensibili. Poche ore e sarò il mistero dell’abito scuro sulla sedia vuota, nella stanza da letto. Lasciare tutto questo non pesa. Basta un colpo di tosse per andar via. Mio padre è tornato, d’improvviso, nel primo giorno di scuola, mentre io pensavo di non farcela a ritrovarlo, dopo una notte tra la veglia e il sonno, come la febbre da piccolo e l’attesa di una parola buona. Era ben composto, elegante ma non ricercato, dritto, ostinato. Non voleva farsi vedere. Ho avuto timore a svegliarlo. Quando ha aperto gli occhi del mattino, i trucchi della malinconia erano finiti. Mi ha rassicurato la canzone che girava nella testa: “Quando scadrà l’affitto di questo corpo idiota …”. La voce di mio padre ripeteva il tentativo di imbracciare una vena (né tempo né luogo) che non dissangua. Non ha fatto un passo verso di me, ha solo girato le lancette dell’orologio perché coincidesse la grande con la piccola. Il ciuffo d’oro di San Vincenzo gli illuminava il viso, sembrava che lo superasse, fin qui, un quieto sorriso. Nella lontananza delle cose, dedicate alle parole, l’ho stretto senza trattenerlo. Come si fa con l’amore. Poi è sparito, tra appuntamenti, colonne e numeri. Dal suo al mio sagittario passava la freccia impenetrabile, ad un’altezza tale che entrambi, feriti, potevamo sentirci gridare quel nome diventato l’incanto capovolto. Lucia, Lucia, Lucia! La morte è una porta che continua a sbattere per l’aria di vita che sospinge. Molte volte. All'infinito. Un'alba e un tramonto nel pugno di un uomo.

You have no rights to post comments

Il Blog di Felice Casucci

Presidente della Fondazione Gerardino Romano

Accedi

"Dal volgersi delle cose al rivolgersi ad esse" -  F. C.