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Il frutto necessario

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Nulla accade senza dirselo. Ciascuno di noi è stato, è e sarà l'ultimo a saperlo. Certi avvenimenti s’acquattano ai nostri piedi, come se fossero usciti dalle calze dei sogni. Si sollevano e cadono. In ritardo. Non sanno perché accade, perché impiegano tanto tempo ad arrivare all’ultimo gradino delle scale ed a tornarsene indietro. Guardare la fine dello sforzo è il modo abituale del distacco. A volte per gioco. Un ginepro con le sue lucciole fosforescenti, dal quale gli oratori incalliti urlano la propria verità ad occhi chiusi. Il dolore è una voglia che ha smesso di ridere, una mano che ha smesso di stringere, un frutto necessario, prima che cada dall’albero. Qualcuno è disposto a correre il rischio di sentirsi configurato nel programma d’ascolto del dolore universale? Qualcuno è pronto a rispondere “sì, presente”, senza conoscere la domanda? Cingiamo il corpo della cintura magica, recintiamo l’immunità che invochiamo. Le dissi: “sai cosa sei tu per me? Un'impressione, una spinta, un sollievo”. Non volevo morire, prima d’averglielo detto. Mentre chiunque fa la parodia di un'idea spirituale della vita, il rapporto interno netto va al tappeto. Quando bisogna togliersi la maschera è il corpo che comanda. Quel micio stanco s’aggira tra le palpebre inospitali della punizione divina. Non bisogna sfidare il coraggio delle estremità. Fare sera in fretta è quel che chiediamo, cancellare il tramonto, neppure vederlo passare. Non occorre salire le scale che conducono alla porta chiusa, né farsi ingannare dall’immaginazione o dall’attesa. Fare una scommessa ogni volta. Come se stessimo insieme e non ognuno per proprio conto, con i ricordi più belli appiccicati ad una stella di carta, nella notte profonda, quando si è perduta la strada. Non servono i ricordi per vivere, per ritrovare la strada perduta, ma la memoria, una forma di rivolta che non si può sedare. Quel che è di uno è di ciascuno. Anche il contributo alle lacrime, scritto sui tabelloni della pasta asciutta. Io per te e tu per me. Un tramite, l’uno per l’altro, con un angolo visuale schiacciato sul mondo, un angolo contro il quale addossarsi ogni tanto, sentirne il calore. Grati d’essere nulla. Sconosciuti a noi stessi, alle persone che amiamo. Testimoni di un futuro che non abbiamo, in fila per il pane o per un bacio filiale. Non si può toccare quel che è negato. Lo spirito assomiglia a se stesso, con la coda del corpo che si trascina dietro. La morta avventura risorge tra noi ogni volta, per la fugace trincea di un contatto casto e oscuro. Ci si avvia verso l’altrove. Così ci perderemo. Forse accadrà domani o prima, ma questo non cambierà le cose. La figura terrena porta con sé indumenti, capelli, occhi, il corpo da cui rinasceremo. Non scordiamo di riassettare il letto, quando verranno e neppure si giustificheranno. Con le loro divise di lana, dentro alla nostra vita, che saprà, vedrà, e non troverà le parole, pur pronunciandole tutte. Il tragitto è questo: autenticamente incompiuto. Come lo sono alcune delle cose migliori di noi. Non lasciamo che ovunque avanzi la rovina. Questo, almeno, risparmiamocelo! Li senti i denti che digrignano le nostre carezze? Una carezza è una paura che ci sfiora, allontana, che ci stringe. Abbracciati, immolati. Sopra al nostro respiro.

 

 

 

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Il Blog di Felice Casucci

Presidente della Fondazione Gerardino Romano

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"Dal volgersi delle cose al rivolgersi ad esse" -  F. C.