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L'uomo è nudo

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Il mondo va così. Siamo ingranaggi. Più il macchinario è lubrificato, più noi siamo ingranaggi, coinvolti in un lavoro funzionale agli scopi della macchina (sarebbe meglio dire macchinazione). Non vi è modo di uscire dalla natura di questa condizione innaturale. Possiamo solo sperare in una rivincita assurda. Tale da pareggiarsi alla sconfitta. Stringerci in una intensa vita affettiva. Cadere, come sollevarci, in uno stupore estatico “inestinguibile”, alla Maria Zambrano, superando la ragione con la “ragione poetica”, il tasto di un macchinario più perfezionato, che suscita o accompagna le melodie di una voce singola, mai sola.

Il mondo è violenza: un cecchino dall’alto colle che spara a caso tra la folla. Non si esce indenni da questa prova, fino a che si antepone la volontà alla meraviglia e si soggiace all’ordine che le giudica scindibili. Il re è nudo? No, l’uomo è nudo. La sua energia esausta è portata ad un compimento elementare, privo di visioni.

“Non verrò da te senza pensiero, ma lo lascerò cadere”. Questo sembra dirci l’esemplare iridato del nostro ginnasta interiore. Con la sua tutina aderente al corpo, sembra che ci sottragga al minuto calcolo scolastico, per avventurarci nella direzione sconosciuta e non recuperabile del sogno. Nulla sfugge al “sentire affettivo” (al “Fühlen” di Max Scheler), ad un ordo amoris principale che degrada lentamente, a partire dall’alto colle husserliano, fino al mare concreto della forma e dell’emozione. Per sottrarci alla macchina dobbiamo diventare parte di questo ordine sempre inedito, relazione, intuito ma non intuibile. Il disordine diventa ordine attraverso l’esempio. Libero è colui che non si confonde. Libero è colui che non vale niente, nel senso che non diviene misurabile il suo valore. S’impone il tiranno, non colui che abbraccia, perché egli è molte braccia che si stringono in un’unica lezione di vita, da tenere a memoria, scritta nel cuore.

Non vi è amore dove restano molte rubriche aperte, con numeri e identità casuali. Non vi è amore senza pietà per l’umano che sfacciatamente vi si consuma, contraddice, disperde, come un filo di luce nell’ombra che avanza. La bandiera di questo amore non riconosce alcun vincitore, non conclude alcuna battaglia, non si consegna ad alcuna resa. Chi ama fino al punto da dispensare il “prossimo” dal ricambio utilitaristico sa che angeli e demoni posseggono la medesima natura, si logorano in una dimensione interattiva. E non si fanno commemorare in nessuna occasione. Solo la pluralità delle voci rende merito a ciascuna di esse. Chi ama ha smesso di gridare la propria innocenza. S’interroga e basta dal palco alla fine della recita. Non si può programmare un amore, si può solo vederlo affiorare come un tesoro da un inabissamento infinito.

Io credo che oggi sia un buon giorno per temere il troppo amore e farsene trasportare. Il viaggio è scritto nelle stazioni minori, nel glicine alle pareti, nella storia del capotreno prossimo alla pensione, nel guaito del cane, nel sorriso della madre, nella campagna che scorre, nel silenzio di un’attesa e di una promessa. Così si va incontro al futuro, staccando immagini sacre dal fiorito delle pareti, chiedendosi “ho peccato o amato?”. E se il treno prosegue la sua corsa, dopo che ti ha lasciato andar via, non ha colpa. Al contrario! Io credo di avergli affidato il messaggio del mio amore umano per la fragilità che gli è propria, aggrappato al paesaggio, al vento che non riesce a finire, alla mischia che non viene a sedarsi. Quel che è di un uomo è di tutti gli uomini. Non vi è giudizio che si erga più in alto. E l’amore divino, l’acuto della melodia celeste, segue una linea d’orizzonte ancora sconosciuta. Eppure, io so che la vita dopo la morte è solo il mio amore terreno.

Il pulviscolo di un’atmosfera gioiosa si colma di rapimento. Le imbevute corolle gocciolano in lontananza. La calma apparente ha vertebre spinali che si flettono lievemente. L’uomo è il cuneo. La sua ira immota s’accorda alla lodevole quiete dell’universo. Il veleno che scorre nelle sue vene non ha nulla di diverso dai fiumi lungo gli argini bagnati da foglie secche. Egli è come ogni altra cosa. La sua capacità non sta nel nome che porta, né il tenore del suo anelito giustifica la “ragione poetica” di autentica poesia (che nessuno sa cosa sia). Egli è pari al creato, dominato, non dominatore. Quel che fa s’interroga. Una cisti produce il pensiero. Un pasto consumato in strada a metà del tempo di vivere, come un operaio impalcato che suda, pallido, paziente, mentre l'ordine disordinato dell'amore continua imperturbabile il suo corso.

 

 

 

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Il Blog di Felice Casucci

Presidente della Fondazione Gerardino Romano

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"Dal volgersi delle cose al rivolgersi ad esse" -  F. C.